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Polemiche sulle Olimpiadi di Pechino, un anno dopo

– Di questi tempi, nel 2008, le Olimpiadi di Pechino erano appena cominciate. Di questi tempi, un anno fa, su Facebook partì una mobilitazione che invitava tutti ad esporre alla finestra, la sera dell’8 agosto, in concomitanza con la cerimonia d’apertura dei giochi, una candela per il Tibet, e più di centomila persone in poche ore aderirono. Un po’ prima di questi tempi, per la precisione il 4 agosto 2008, nello Xinjang, fu perpetrato un attentato contro un commissariato di polizia cinese, attentato mai rivendicato, la cui responsabilità venne attribuita al Movimento Islamico del Turkestan Orientale, i cui presunti responsabili sono stati giustiziati nell’aprile scorso, nella miglior tradizione manzoniana. La violenza fu comunque condannata e sconfessata da Rebiya Kadeer, leader uigura in esilio, e il suo effettivo collegamento con le Olimpiadi non venne mai chiaramente dimostrato.

In precedenza, nel marzo del 2008, i monaci buddisti di Lhasa, Tibet, avevano proclamato una rivolta contro il governo di Pechino, rivolta repressa nel sangue e nella disinformazione, tra l’orrore (formale, ma spesso neanche quello, neanche la generica “condanna” di prammatica in questi casi) e il nulla di fatto (sostanziale) delle diplomazie di tutto il mondo. Durante la cerimonia di accensione della fiaccola olimpica, il 24 marzo, alcuni attivisti di Réporters sans Frontières esposero una bandiera nera con simboli di manette in luogo dei cinque cerchi colorati, in solidarietà con i tibetani insorti, invitando tutti a boicottare “i Paesi che non rispettano i diritti umani”; Paesi tra i quali, se bisogna credere al disagio dimostrato dalle televisioni cinesi, che si sono sentite costrette a interrompere per alcuni secondi la diretta della cerimonia all’apparire della bandiera di protesta, la Cina, se la nostra logica non ci trae in inganno, sembra annoverare anche se stessa.

Steven Spielberg, chiamato alla direzione artistica della cerimonia di inaugurazione dei Giochi, rifiutò l’incarico, adducendo come motivazione gli stretti rapporti politici e commerciali della Cina col governo sudanese, presunto corresponsabile, come fiancheggiatore delle milizie Janjaweed, delle stragi del Darfur. L’opportunità di boicottare le Olimpiadi perché tenute in un Paese non democratico è stata molto dibattuta in tutto il mondo, ma infine gli interessi economici che ruotavano intorno al “carrozzone olimpico” hanno, in generale, prevalso sull’etica e sullo scandalo, e tutto si è svolto regolarmente. O forse, a voler essere ottimisti, ha prevalso una posizione di dialogo, sostenuta anche da Benedetto Della Vedova, secondo il quale, più che boicottare i Giochi “a prescindere”, sarebbe stato opportuno approfittare della presenza cinese sotto i riflettori per “occupare” il dibattito politico con la questione tibetana.

Passato un anno, il governo cinese ha deciso di istituire per l’8 agosto, nell’anniversario dell’apertura delle Olimpiadi, la “Giornata dell’Esercizio Fisico di Massa“, per promuovere tra i cittadini una visione dello sport “amichevole e non competitiva”. Mentre i cinesi, dunque, si dedicano, come consigliato dai loro governanti, ad una sana, amichevole e non competitiva attività fisica, noi, sfortunatamente poco coinvolti da questi lodevoli intenti, troviamo modo di annotare, di passata, tre cose.

Il conflitto del Darfur (“attualmente in corso” dal gennaio del 2003, per riassumere Wikipedia: qualcuno dei nostri venticinque lettori si sente per caso venire i brividi? Noi sì) continua ad essere ignorato da gran parte dei media mondiali, e non possiamo impedirci di sospettare che ciò accada perché, come efficacemente evidenzia un anziano leader politico italiano, le vittime di quella catastrofe umanitaria non hanno la “fortuna” di morire per mano statunitense o israeliana. In fondo, per citare una frase attribuita ad un altro anziano leader politico italiano, a pensar male si fa peccato, ma spesso s’indovina.
La situazione dello Xinjang, come qualche tempo fa abbiamo cercato di spiegare su Libertiamo, è molto più nota oggi di quanto non fosse all’inizio delle Olimpiadi, a causa di alcuni scontri tra la minoranza uigura e le forze di polizia cinesi, scontri sulle cui origini e conseguenze, come spesso avviene nei Paesi dove i mezzi d’informazione e comunicazione sono controllati, e all’occorrenza spenti, da una sola parte politico-militare, le opinioni sono piuttosto contrastanti.
Sulla questione tibetana, non sappiamo se sia il Dalai Lama a citare l’Economist o l’Economist a citare lui, quando afferma che “il solo denaro non porterà una buona immagine della Cina, né fiducia. La fiducia è fondata sulla trasparenza e l’onestà”, volendo con questo intendere che la politica di sviluppo economico seguita finora dalla Cina, per quanto abbia portato benessere, non può più prescindere da un confronto con le minoranze che si ritengono da essa penalizzate. Il tavolo di trattative aperto da Pechino dopo la rivolta di Lhasa si è chiuso senza grandi risultati all’indomani della fine delle Olimpiadi; 4000 tibetani accusati dei disordini continuano, da allora, ad essere in carcere in attesa di giudizio. Il Dalai Lama, comunque, in una recente conferenza stampa,  si è dichiarato relativamente ottimista quanto alla risoluzione del conflitto (“E’ una questione di tempo”), nonché quanto alla possibilità che una parte degli intellettuali cinesi veda in modo “più realistico” la faccenda e, forse, cominci a comprendere e rispettare, se non assecondare, le esigenze della minoranza da lui rappresentata.

Non sta a noi, fortunatamente, scalfire il suo ottimismo traducendogli nella sua lingua l’aforisma andreottiano citato sopra.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

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