Dagli States (3) – Voi le avreste consigliato l’Italia?

– Negli Usa per un seminario di studi del Cato Institute, Piercamillo Falasca invia per Libertiamo una serie di corrispondenze tra il pubblico e il privato, il personale e il politico. Un diario di viaggio “amerikano” sull’America ideale e quella reale. Terza puntata (le altre puntate: 1 e 2)

Mila è una 23enne lituana, laureata in economia e finanza. Oltre la sua lingua natia parla inglese, russo e ora cerca di imparare lo spagnolo. Ha svolto uno stage a Washington DC  presso il Cato Institute da gennaio a maggio, è tornata a Vilnius per un paio di mesi ed ora è di nuovo negli Stati Uniti in cerca di lavoro. Ha colto l’occasione del seminario del Cato per attraversare nuovamente l’Atlantico, ma l’avrebbe fatto comunque: un po’ per entusiasmo giovanile, un po’ per convinzioni ideologiche, Mila vuole l’America. O almeno ci prova. Sta mandando il suo curriculum vitae a destra e a manca, chiede a tutti. Nei mesi passati a Washington si è fatta una discreta conoscenza della realtà professionale che ruota intorno alle istituzioni della capitale e questo le torna utile. Come aveva fatto con lo stage presso il Cato Institute, lei manda semplici email con allegato il CV, qualche lettera di referenza e aspetta fiduciosa le risposte. E queste arrivano, tanto che a metà agosto avrà i primi colloqui.
A Mila non mancano certo i momenti di sconforto, a volte ti chiede con voce tremula: “Secondo te ce la faccio o dovrò rinunciare?”.  La congiuntura economica non è delle migliori, eppure io sono convinto che Mila realizzerà il suo sogno americano. E’ in gamba davvero, gli Stati Uniti sanno ancora riconoscere il merito. “Se non trovo nulla – mi ha detto l’altro giorno – proverò in Europa, diciamo Inghilterra, Spagna o Bruxelles. Almeno non ho bisogno del visto, avrei meno tensioni da quel punto di vista e potrei cercare con calma”. Ad un certo punto mi ha spiazzato: “E l’Italia? Potrei provare Roma, magari mi dai qualche dritta per iniziare… l’Italia è troppo bella, vivere lì sarebbe il massimo… “. E ancora: “Non so, un think tank, una fondazione, una lobby, una camera di commercio, una banca dove la mia conoscenza del russo possa essere utile, un’azienda che abbia rapporti con l’Europa dell’Est… che ne dici? ”. Un attimo dopo, però, lei stessa si raffreddava all’ipotesi, gliel’ho letto negli occhi. Tutti così: l’Italia attrae come meta del cuore, ma non sa essere la meta della mente. Sarà che sono sfiduciato, che a guardarla dall’America l’Italia rivela tutta la sua chiusura, la sua lentezza e la sua incapacità di attirare capitale umano, ma a Mila non ho saputo fare altro che replicare: “Sarebbe molto bello se tu scegliessi il mio paese, sarebbe positivo per l’Italia stessa… Ma non Roma, nel caso Milano… Però sai cosa? Credo che tu debba lasciare stare l’Italia… Non troverai lo stesso clima e le stesse opportunità che potrai trovare altrove, qui negli Stati Uniti ma se vogliamo anche in Gran Bretagna”. Non ho risposto da “patriota”, forse non è tutto nero come a volte appare, ma sento di essere stato onesto. Cerco di parlare sempre bene dell’Italia, difendendola contro i commenti stereotipati e le analisi approssimative. Non è banale ripetere che l’Italia ha potenzialità inimmaginabili e probabilmente insperabili altrove. Se solo scegliessimo di liberarla. A Mila avrei voluto davvero consigliare l’Italia, ma non ho trovato argomenti convincenti che venissero dalla mente e non dal cuore. Voi consigliereste l’Italia ad una giovane e brava laureata dell’Europa dell’Est (liberale, tra l’altro) che sogna di crescere e realizzarsi professionale? E’ questo, a rifletterci su, il dramma del nostro Paese. A Washington DC, Mila troverà la sua opportunità. Ne sono sicuro. Ci siamo accomiatati con un semplice, ma americanissimo, “Good luck”.

Nota a margine. L’ultima lectio del seminario del Cato, tenuta da Tom Palmer, senior fellow del think tank libertario, ha avuto un sapore un po’ italiano. Palmer ha ricostruito il pantheon del movimento liberale e libertario, citando con belle parole Bruno Leoni, Giovanni Montemartini e Luigi Einaudi. Nel preparare il suo discorso, si è servito del libro “Lo sviluppo dello stato moderno” del prof. Gianfranco Poggi.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

2 Responses to “Dagli States (3) – Voi le avreste consigliato l’Italia?”

  1. antonluca scrive:

    NON POTEVI FARE ALTRO:….lo dice uno che ha vissuto e lavorato 3 anni a London..
    siamo una specie di luna park x gli altri…dove mangiare bene, stare bene, visitare e ripartire..tornando alle vere vite – produttive – di altove.
    auguri a tutti noi

  2. Alberto Berton scrive:

    Le consiglierei l’Italia? Si, per un periodo, non per sempre. Tanto per rendersi conto di come stanno le cose nella vita di tutti i giorni. Ho vissuto fino a pochi giorni fa negli SU, ho ascoltato e ammirato persone ispiratissime e convinte dei loro credo liberisti e libertari, ma allo stesso tempo ho potuto constatare come molta gente comune stia pian piano cedendo ad idee/ideologie puramente socialiste. Forse anche a causa della crisi attuale che ha rafforzato, e non poco, la mano dello Stato anche negli SU.

    Saluti MF Canon se lo vede al Cato Inst., stringa la mano anche da parte mia; dica di tener duro e di continuare nella “lotta” per una sanità statunitense il più libera possibile.

    Saluti

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