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Bossi come Lombardo. Il federalismo e il big government locale

La crisi fiscale dello stato che anticipò la fine della Prima Repubblica e della stessa unità del Paese, per come era stata costruita e “finanziata” nel secondo dopoguerra dalla classe politica italiana, segnò l’esplosione del fenomeno leghista. Eppure, dal 1994 in poi, malgrado il peso relativo della Lega nelle regioni settentrionali sia stato sempre ragguardevole, il Nord ha continuato complessivamente a puntare su di una leadership “nazionale”, quella di Berlusconi.

Nella sostanza, da allora, il confronto politico nel centro-destra è stato tra quanti interpretavano la questione settentrionale nel senso del riequilibrio di poteri tra Roma e il Nord,  e quanti invece, in senso molto più radicale, vi leggevano l’esigenza di un riequilibrio di poteri tra politica e società, stato e mercato, istituzioni e cittadini. Finora hanno prevalso politicamente i secondi. Oggi i rapporti di forza sembrano essere mutati, almeno sul piano politico (se non ancora su quello elettorale), a vantaggio dei primi.

Nella logica del federalismo, la chiave “nordista” dovrebbe apparire tuttora assai meno persuasiva di quella anti-statalista, visto che in Italia la sfida federalista coincide con l’obiettivo di ridimensionare il big government locale, prima che il governo centrale. Basterebbe dare un’occhiata ai tassi di crescita della spesa pubblica e alla sua composizione, per capire che il “buco” nel bilancio sta sempre più, per così dire, in basso e non in alto e che si è allargato con il processo di decentramento politico e amministrativo delle competenze statali. E non è un caso che lo stesso federalismo fiscale sia, nelle sue intenzioni, un enorme piano di commissariamento della spesa regionale e non di ulteriore devolution politico-istituzionale.

Il problema purtroppo è che oggi, anche al Nord, i governi locali sono strumenti di legittimazione e di insediamento di una classe politica (non solo leghista) che rivendica, in concorrenza con il governo nazionale, la difesa degli interessi generali delle popolazioni, compiti di tutela e di garanzia “universali”, ruoli di regia – cioè di condizionamento – del sistema economico locale. Questo processo ha politicamente travolto  l’idea che il federalismo sia l’ancoraggio della politica locale a principi di autogoverno responsabile e non il rafforzamento dei poteri delle istituzioni politiche non-nazionali.

Il federalismo si è mutato nel suo contrario, cioè in una forma aggressiva di “particolarismo istituzionale” che sostanzialmente autorizza qualunque comune, provincia o regione a mendicare minacciosamente aiuti straordinari sul tavolo di Palazzo Chigi o di Montecitorio, in nome di legittimi, indifferibili  e eccezionali interessi locali.

La Lega può dire di avere quasi conseguito il proprio obiettivo strategico: la trasformazione della rappresentanza politica in una forma di “sindacalismo territoriale” che rivendica la disponibilità di risorse economiche crescenti e lo spostamento verso il basso – enti locali e regioni – del baricentro dell’intermediazione politica. Questo spiega la sua fratellanza ideologica e il suo “comparaggio” politico con il cosiddetto partito del Sud.
La proposta leghista, lungi dal comportare una destrutturazione del modello centralista, con i suoi corollari statalisti, ne esige la mera scomposizione territoriale e sostanzialmente ne favorisce il consolidamento.

Il “nordismo” leghista replica in realtà uno schema molto tradizionale del rapporto tra territorio e politica, tra cittadini e potere, tra società e istituzioni, che incassa le molteplici battute d’arresto del processo di modernizzazione del paese, e per così dire “vendica” il primato che, malgrado la Lega, il berlusconismo ha finora esercitato nella rappresentanza politica del Nord.

Questo –  se ci possiamo permettere –  è un problema molto serio. Che non potrà essere risolto dall’ennesima promessa di eterna amicizia tra Silvio ed Umberto.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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