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Se il carcere è l’unica soluzione, diventa il primo problema

– Se indubbiamente è vero che la nostra Costituzione in moltissimi punti ha creato o legittimato principi di assoluta civiltà giuridica, allo stesso tempo bisogna notare come proprio tali principi non siano poi concretamente applicati.
È il caso delle disposizioni della nostra Carta Fondamentale in tema di esecuzione penale e detenzione; con l’art. 27, infatti, il Costituente ha stabilito che la pena, prima che essere affittiva, debba perseguire una finalità rieducativa, per consentire il reinserimento del condannato nel tessuto sociale. Principi di assoluta modernità insomma, che oggi risultano più che mai attuali proprio in relazione alle condizioni critiche nelle quali versano le carceri italiane: infatti sono proprio tutte le patologie degli istituti di pena che impediscono, di fatto, la realizzazione concreta di quei principi stabiliti nella nostra Costituzione.

La stessa normativa ordinaria che, proprio in ottemperanza al dettato costituzionale, è stata emanata nel corso degli anni per molti aspetti è rimasta inapplicata per mancanza di risorse, mezzi e personale. Molte disposizioni hanno contribuito a creare all’interno dell’ordinamento penitenziario figure di garanzia dirette esclusivamente a favorire quella rieducazione dei soggetti detenuti, in forza del principio per cui, ai fini della risocializzazione, non è tanto importante “quanto” bensì “come” la pena viene scontata, affinché il soggetto condannato possa uscire dal carcere migliore di quando vi è entrato.

I dati però, meglio di qualsiasi altro discorso, contribuiscono a fornire un esaustivo quadro della situazione: ad oggi la popolazione carceraria è composta da circa 60.000 persone di cui, ed è questo il paradosso, i detenuti condannati in via definita sono la minoranza, mentre il resto della popolazione è sottoposta a custodia cautelare in carcere e dunque in una situazione di presunta innocenza. Moltissimi anche gli extracomunitari presenti nei nostri penitenziari: addirittura 23.530, una cifra davvero enorme, alla quale deve essere posto rimedio quanto prima.
Il legislatore, però, invece di prendere atto della situazione, per porre rimedio alle sue cause, continua a muoversi nella direzione opposta, obbedendo ad una concezione esclusivamente punitiva della pena e del diritto penale in genere, che ha contribuito ad aggravare e non ad arginare la situazione letteralmente esplosiva che, in teoria, è sotto gli occhi di tutti. A tutto ciò ha infatti concorso, da una parte, il sostanziale disinteresse verso i problemi del carcere, della sua gestione e della sua “evoluzione” e dall’altra una superfetazione spaventosa di norme che hanno introdotto ulteriori, inutili, fattispecie penali (da ultimo, il reato di immigrazione clandestina), e hanno inevitabilmente portato al collasso prima la giustizia penale e poi il sistema penitenziario.

Da un altro punto di vista, tutti i tentativi, pochi in verità, diretti ad alleggerire la situazione carceraria sono stati, da sempre, oggetto di aspre quanto pretestuose critiche, che hanno impedito di attuare una seria politica di alleggerimento degli istituti di pena.
Sono noti a tutti gli attacchi continui alla legge Gozzini, uno dei pochi provvedimenti che, attraverso la predisposizione ordinata e razionale di misure alternative alla detenzione, ha contribuito, almeno in parte, alla realizzazione dei precetti costituzionali in materia di esecuzione della pena ed alla diminuzione del numero di detenuti. Tutti inoltre ricordano le polemiche feroci che si sono scatenate dopo l’approvazione dell’indulto (il cui effetto sul carcere è peraltro già svanito) che avrebbe, secondo molti, liberato pericolosi assassini e delinquenti di ogni sorta.

I numeri dicono il contrario e dimostrano che gli “indultati” hanno mostrato tassi di recidiva non solo inferiori a quelli previsti, ma molto più favorevoli di quelli dei detenuti che, negli anni precedenti, non avevano usufruito di un provvedimento di clemenza (Torrente, 2008). Dei 27.965 soggetti che alla data di approvazione dell’indulto erano in stato di detenzione, ne sono tornati in cella, dopo 35 mesi, 8.477,  cioè il 30,31%; dei 7.829 soggetti beneficiari di misure alternative alla detenzione, che hanno usufruito dell’indulto, ne sono rientrati in carcere il 21,78%, cioè 1705. A registrare questo andamento (in linea con gli altri tre rapporti sulla recidiva degli “indultati”, effettuati 6, 17 e 26 mesi dopo l’entrata in vigore della legge sull’indulto) è lo studio presentato due settimane fa alla Camera da Luigi Manconi e Rita Bernardini, che ha anche evidenziato come la recidiva degli “indultati” sia inferiore rispetto a quella “ordinaria”. La rilevazione effettuata dall’Ufficio Statistico del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Leonardi, 2007), ha infatti mostrato come il 68,45% dei soggetti scarcerati nel 1998 sia rientrato in carcere una o più volte, nei successivi 7 anni.

Lo studio conferma inoltre una conosciuta ma non meno inquietante correlazione tra il numero di carcerazioni e il tasso di recidiva: solo il 18,38% dei 11.086 soggetti scarcerati, che erano alla prima esperienza detentiva, hanno fatto reingresso in carcere nei successivi 35 mesi; ma il tasso di recidiva cresce insieme al numero di carcerazioni cui il recidivo è stato sottoposto (43,84% dopo quattro, 52,52% a cinque a più carcerazioni). Il che, ovviamente, non dimostra l’opportunità  di “abolire” il carcere tout court (anche per i reati più gravi e i soggetti più pericolosi), ma quella di evitare derive panpenalistiche e “carcere-centriche” delle politiche sulla sicurezza.
Insomma: la “faccia cattiva” che il legislatore assume è rigida ma non rigorosa, dura ma non efficace.  Il paradosso è che le politiche “per la sicurezza” accrescono l’insicurezza reale, quelle accusate di essere “lassiste” riducono, in termini relativi, i tassi di criminalità. Comprendiamo come questa rappresentazione possa apparire contro-intuitiva ad un’opinione pubblica confusa. Ma questo trade-off tra “durezza” e efficienza nelle politiche per la sicurezza è tutt’altro che ignoto ai politici che hanno interesse ad accrescere la confusione.


Autore: Enrico Gagliardi

Nato il 3 ottobre, lo stesso giorno in cui il protagonista della canzone degli Squallor "Carceri d'Oro" veniva fucilato per non aver pagato l'IVA, è convinto che, persino l'Italia, sia degna di un sistema giuridico autenticamente liberale. Fermamente convinto che un gran numero di problemi possano essere risolti con una buona degustazione etilica.

3 Responses to “Se il carcere è l’unica soluzione, diventa il primo problema”

  1. Complimenti per la disamina corretta.
    Per approfondire si possono consultare le statistiche aggiornate, sulle presenze dei detenuti in Italia alla pagina: http://www.pianetacarcere.it/dblog/inc_modulo_statistiche_regioni.asp
    Siamo disponibili per un’eventuale collaborazione con il vostro sito web.

  2. Alessandro Caforio ha detto:

    Grande Enrico! Sulla notizia, prima della notizia…

  3. Neo-Machiavelli ha detto:

    Il carcere è l’unica soluzione per multi, (o pochi?), ma per altri è la più stupida e ingiusta punizione. La Costituzione dice che la pena deve essere educativa ma sembra che 90% dei crimine sono fati da scarcerati. Sequestro dei beni, multe, lavoro nel volontariato o sociale può essere più educaticvo e socialmente più utile della galera tradizionale per molti, sopratuto per chi non è socialmente pericoloso.

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