– E’ di qualche giorno fa la notizia dei due turisti giapponesi che si sono visti recapitare un conto di 700 € da un ristoratore (ladro) romano in cerca di polli. I giapponesi, onorato il conto via carta di credito, hanno sporto denuncia alla polizia, la quale ha constatato le loro ragioni e, anche in base a successivi controlli sanitari (che stanno alle truffe amministrative nella ristorazione come le tasse stavano agli omicidi di Al Capone, com’è noto), ha chiuso il ristorante.

Invece di fermarsi là dove altre simili truffe si erano arenate, la (dolorosa) notizia ha fatto il giro del mondo. Salita secondo le dinamiche virali sul treno del passaparola, i canali pubblici e privati l’hanno rilanciata, i social network l’hanno commentata, i turisti interessati a venire in Italia l’hanno letta e digerita. A nulla è servito il tentativo delle istituzioni romane di assicurare che stanno lavorando per evitare che accada di nuovo. Poco dopo, il secondo quotidiano giapponese ci ha messo il carico sopra, ricollegandosi all’episodio e spiegando che il netto declino del turismo giapponese a Roma è principalmente colpa del disservizio romano e che si prevede che siano la metà le presenze nipponiche nel 2009 rispetto al 2008.

A questo punto, il Ministro per il Turismo Michela Brambilla ha fatto l’unica cosa da fare: ha scritto una lettera aperta ai turisti giapponesi (e a quelli di tutto il mondo) rivendicando la bellezza di fare turismo in Italia e, scusandosi dispiaciuta per quanto accaduto, ha invitato nuovamente i due giapponesi a Roma per risarcirli, annunciando in tale occasione l’istituzione di una commissione atta a vigilare affinché tali episodi non si ripetano. La Brambilla ha ufficialmente teso la mano ai due giapponesi, comunicando apertis verbis la volontà di chiudere l’incidente: ma loro hanno detto di no, rifiutando la mano e l’offerta. E qui viene il dato interessante della vicenda.

L’offerta della Brambilla è un atto istituzionale, generoso perché non dovuto, nei confronti di due privati cittadini. Non risulta che ogni volta che c’è una truffa ai danni di qualcuno le istituzioni del paese del truffatore offrano di risarcire il truffato: in questo caso è così, e oltre alla cortesia si tratta palesemente di una sacrosanta e trasparente operazione di comunicazione e di marketing territoriale. E’ solare, evidente, positivo. Il rifiuto dunque non è solo uno sgarbo a chi rappresenta un popolo intero (che calpesta secoli di consolidate consuetudini protocollari di rispetto nei confronti degli ufficiali rappresentanti di un altro paese), è uno sgarbo al popolo stesso. La cronaca è piena di episodi nei quali il lieto fine è organizzato a beneficio di tutti, anche se una delle parti non ne è felicissima: abbiamo ancora sotto gli occhi la birra presa da Barack Obama con il professore nero di Harvard Henry Louis Gates Jr e il sergente bianco James Crowley.

Non è tutto, perché non solo i due giapponesi non hanno accettato la mano del Ministro, ma hanno giustificato  il loro gesto con il fatto di non voler gravare sulle tasche dei contribuenti italiani. Perbacco, che cortesia! Quanto sarebbe potuto costare un viaggio risarcitorio come questo? Vogliamo dire 5.000 euro? 10.000? La cifra è comunque 100 se non 1.000 volte minore del danno diretto ed indiretto in termini di brand reputation derivante dalla notizia della truffa e soprattutto dalla risposta distribuita erga omnes, che infatti ha nuovamente fatto il giro del mondo: essa non solamente provoca un danno enorme al turismo in Italia, ma espone il Ministro all’ulteriore dileggio di aver voluto, per i giapponesi, sprecare i soldi dei cittadini italiani. Oltre al danno la beffa, insomma, scientificamente voluta.

Direte: ma magari i due turisti non si sono resi conto di tutto ciò. Sbagliate. Chiunque conosca un po’ il Giappone sa quanto maniacale sia la cura del rispetto per il prossimo nelle relazioni intrattenute da un giapponese. Esistono corsi destinati ai manager occidentali che hanno a che fare con i cittadini del Sol Levante, tesi ad evitare che comportamenti normali ed in buona fede nel nostro mondo generino involontari problemi ed equivoci in chi è abituato ad un rigido protocollo nel rapportarsi col prossimo. Dalle leggende metropolitane che vogliono alcuni fare l’inchino al bancomat dopo aver ritirato i contanti ai racconti sulla cura con la quale vanno onorati i biglietti da visita, e si potrebbe continuare a lungo, si sa bene che se c’è un popolo che è attento alle relazioni con gli altri, quello è il giapponese. Alla luce di ciò, la rispostaccia dei due turisti assume un tratto ancora più inquietante, e, a parere di chi scrive, per nulla rispettoso.

Ma ciò che interessa di più è l’analisi di molti italiani al cospetto di tutto ciò. Abituati a lavarci i panni in piazza per poi bussare alle porte di ognuno e notificare loro che i panni sono rimasti luridi, usi a dare il peggio di noi soprattutto quando ci siamo assicurati l’attenzione di tutto il mondo, esperti nel crogiolarci nei nostri difetti tralasciando quelli altrui (e i nostri pregi), la reazione di molti italiani è stata di dare decisamente ragione ai due giapponesi, ringraziandoli sentitamente per questa bella lezione e sognando che al loro posto due italiani fossero in grado di fare lo stesso (salvo poi censurarli vergognosamente, casomai accadesse davvero). Qualche plaudente entusiasta si è spinto a lamentarsi per il mancato arresto del ristoratore, dichiarandosi certo che lo stesso invece abbia già riaperto il ristorante impunito (non è affatto così, ma volete mettere il divertimento a mandare in giro voci fasulle?). Naturalmente, coloro che reagiscono in tale modo assistono quotidianamente ignavi (quando non sono fra chi agevola, o addirittura tra chi ne trae vantaggio) a sprechi di denaro pubblico mille volte più gravi ed onerosi dei supposti 5/10.000 euro che la neo-spendacciona Brambilla avrebbe elargito con loro grande scorno. C’è un’incancellabile attrazione per tutti coloro che ci fanno del male, nella scomposta reazione di entusiasmo di alcuni di noi ogni qual volta si può gettare fango sull’Italia: è sorella dell’inarrestabile desiderio di alimentare giorno dopo giorno l’autolesionismo di un paese che si vuole male anche quando gli altri gli vogliono bene. E’ causa ed effetto della deriva che corrode la considerazione che abbiamo di noi stessi come comunità. Non sappiamo in quale altro paese due persone straniere che mancano così tanto di rispetto al popolo e alle istituzioni verrebbero osannate e portate ad esempio.
A parere di chi scrive, questo piccolo episodio dice molto di più di quanto non sembri su di noi, sul nostro passato e quindi sul nostro futuro. E non ci lascia per niente felici.