Bio-Fueling a Trade War

– di Benedetto Della Vedova dal Wall Street Journal del 4 agosto 2009 –

Tesi protezioniste giustificate con motivazioni ambientaliste. Barriere “verdi” contro l’ingresso dell’energia “verde” asiatica e statunitense. In un articolo pubblicato quest’oggi sul Wall Street Journal il deputato del Pdl Benedetto Della Vedova denuncia le pesanti pressioni pressioni che i produttori europei di bio-fuel stanno  facendo sulla Commissione europea affinchè ponga limiti all’importazione di bio-fuel asiatico e americano, richiedendo standard di produzione non applicati ai prodottori europei.
Non si può sollevare il problema del dumping, sostiene Della Vedova, perché “se non c’è dubbio che i produttori statunitensi beneficiano di generosi sussidi governativi, lo stesso può dirsi dei produttori tedeschi”. Inoltre, secondo Della Vedova, non ha senso adottare la clausola di “Indirect Land Use Change”, che sanziona i produttori di biofluel americani per “l’impatto indiritto che le loro produzioni hanno sull’uso del territorio e sul prezzo dei prodotti alimentari nei paesi in via di sviluppo”, perché non è affatto possibile calcolare con obiettività questo effetto.
Rispetto alle produzioni di bio-fuel asiatico Della Vedova denuncia un uso strumentale delle tesi delle Ong ambientaliste (che spingono per uso sviluppo energetico fondato su solare e eolico) da parte dei produttori europei. Alla tesi che le produzioni di bio-fuel comportano una riduzione delle foreste pluviali, Della Vedova risponde che ad esempio in Malesia il 60% del territorio è costituito da foreste, contro il 25% dell’Europa e che comunque “l’economia del continente asiatico non può essere sostenuta solo dal solare e dall’eolico”.

Testo integrale e originale dell’articolo

Europe is facing the twin challenge of trying to get economic growth back on track while being a good steward of the environment. These goals are not necessarily in conflict with each other—unless of course the protectionists get in the way. The European Commission in June adopted regulations about the international trade of green energy technologies that might trigger a global trade war that would harm the economy and the environment in the process.

The “Renewable Energy Directive” pushes the European Union to generate increasing amounts of energy from green, renewable sources, including biofuels. A good idea in principle. But European biofuel producers—fearful of increased competition from the U.S. and Asia—succeeded in pressuring Brussels to restrict imports of biofuels from abroad. The Commission wants to impose onerous production standards on Asian and Western Hemisphere biofuels that wouldn’t apply to European producers. What’s more, a coalition that includes European biofuel producers and NGOs are pushing the EU to use the so-called Indirect Land Use Change policies to further discriminate against U.S. biofuels. Indirect Land Use Change is a fundamentally flawed concept whereby European government bureaucrats would seek to punish biofuel producers—in this case American—for the supposed indirect impact that their production has on land use and food prices in the developing world. The problem is that this is virtually impossible to calculate accurately and objectively, which leaves too much room for protectionist tinkering with the numbers.

Biofuel producers, particularly in Germany, also complain that large American agribusinesses are “dumping” subsidized biofuels on the market. No doubt U.S. producers enjoy generous government handouts—but so do their German competitors. Moreover, Europe’s consumers would certainly benefit from access to cheaper clean energy sources precisely when their economy needs a boost. While German producers might chafe at the competition from America, Europe’s automobile drivers and manufacturers who rely on biofuels as a key power source would be the beneficiaries.

Meanwhile, Europe’s biofuel producers have argued also for limiting Asian imports. Asian producers can’t be accused of dumping, so instead European producers argue that their fuels aren’t environmentally friendly. Their claims are amplified by NGOs such as Greenpeace and Friends of the Earth. But these allegations don’t stand up to scrutiny.

Most of Europe’s biofuel comes from rapeseed while most American biofuel comes from soybeans and corn. Biofuel made from these sources provide two to three times the amount of usable energy required to produce it. In contrast, most Asian biofuel comes from palm oil, which generates as much as ten times the amount of energy required for its own production. As a result, palm oil uses significantly less land to generate the same amount of usable energy. This leaves more land for the generation of food and other products while satisfying growing demand for renewable energy.

The environmental NGOs who decry the Asian biofuels actually oppose all forms of biofuel because they fear it may lead to a reduction of rainforests. This argument is seriously flawed, however. For example, Malaysia restricts its palm oil production to 20% of the land which is allocated for agricultural purposes. Sixty percent of Malaysia’s territory is reserved for forest (the average in Europe is 25%). The NGOs prefer wind and solar as energy feedstock. But given the EU’s pressing economic needs right now, it is foolish to think that the continent’s economy can be powered by wind and solar in the near future. As such, biofuels—from both Europe and abroad —must play an important role in the energy mix.

Meanwhile, Europe’s biofuel producers cynically echo the arguments made by the NGOs knowing that while European regulators won’t limit the growth of Europe’s biofuel production, they might well be counted on to block imports. The real reason for their effort to block Asian imports is plain old protectionism masked as environmentalism.

And it’s not that Europe’s biofuel producers are struggling. They enjoy a strong competitive position in their home market. EU biodiesel production accounts for 78% of the biofuels consumed in the EU, according to the European Biodiesel Board. Europe is also a major player on the global stage, responsible for 65% of the world’s biodiesel production. At a time, though, when European producers are under pressure from the economic downturn, it is understandable they would look to Brussels for help.

Let’s hope far-sighted policymakers will resist the siren call of protectionism and defend free-trade in biofuels and other goods. Protectionism in the 1930s turned a bad situation into a disaster. Let’s not repeat that mistake.

Traduzione in italiano

Un po’ di  Bio-Benzina sul Fuoco del Commercio

L’Europa sta affrontando la doppia sfida di tornare a crescere e restare la buona guardiani del nostro ambiente. Questi obiettivi non sono in conflitto tra loro, a meno che una nuova ondata protezionista torni a farsi sentire ampliando le nostre politiche energetiche verso un numero sempre maggiore di risorse sostenibili. Nel mese di Giugno la Commissione Europea ha intrapreso un percorso legislativo molto pericoloso in merito al commercio delle nuove risorse energetiche. Se non si interviene immediatamente si rischia di scatenare una guerra commerciale e di mettere in ulteriore pericolo il nostro ambiente. Mi riferisco alla direttive sulle Energie Rinnovabili. Questa Direttiva ha l’obiettivo apprezzabile di guidare l’Europa verso un impiego sempre maggiore di risorse rinnovabili e pulite. In generale è una proposta compatibile con la necessità di ridare vitalità alla nostra economia, contribuire ad un ambiente sostenibile e migliorare il futuro di questa nostra Europa. Ma alcuni produttori europei di energie rinnovabili, pressati dalla competizione di Asia e USA, stanno avendo la meglio su Brussels, imponendo restrizioni alle importazioni di biocarburanti. La Commissione vorrebbe applicare standard di produzione molto onerosi ai produttori asiatici e dell’emisfero occidentale, ma non ai propri. C’è di più, una coalizione di soggetti che include produttori europei e gruppi ambientalisti,  sta operando affinché la Commissione applichi il così detto “Indirect Land Use Change” per discriminare i produttori USA. Si tratta di un sistema piuttosto bizzarro che permetterebbe alla burocrazia europea di punire i produttori – nel caso specifico, americani – per l’impatto diretto che la loro produzione a sull’utilizzo della terra e il prezzo dei beni alimentari nei paesi in via di sviluppo. Il problema è che è virtualmente impossibile effettuare tale con chiarezza e oggettività, il che ci porta a pensare che sia una mossa unicamente di tipo protezionista.
I produttori di biocarburanti, soprattutto in Germania, sostengono che la concorrenza americana è sleale, perché pratica il “dumping” dei prezzi, attraverso sostanziosi sussidi governativi, mettendo così sul mercato carburanti puliti a prezzi molto bassi. Anche se le cose fossero davvero così, ci sarebbe comunque un vantaggio per i consumatori europei, proprio nel momento in cui i consumi europei hanno bisogno di una spinta. La competizione disturba certamente  i produttori europei, ma rappresenta un vantaggio per gli automobilisti e i produttori di auto che funzionano con biocarburanti. Nel mirino dei produttori europei c’è anche l’Asia. Questa però non può essere accusata di concorrenza sleale, al contrario sta dando prova di grande efficienza. Lo strumento usato in questo caso dai produttori europei è la sostenibilità ambientale. Sono proprio alcune organizzazioni ambientaliste a sostenere questa tesi, che però non trova alcuna conferma se facciamo un’analisi attenta analisi del problema.
I biocarburanti asiatici non possono essere comparati a quelli americani o europei per quanto riguarda l’impatto ambientale. Questo perché la materia prima alla base è diversa. La maggior parte della produzione europea è ricavata dall’olio di colza, mentre l’olio di semi di soia o il granoturco sono alla base di quella americana. Con queste risorse si crea circa il doppio o il triplo dell’energia necessaria al processo di produzione. Non molto.
La maggior parte della produzione di biocarburanti asiatici è ricavata invece dall’olio di palma, che genera circa dieci volte l’energia necessaria alla sua produzione. La differenza è sostanziale. Il risultato è che per produrre olio di palma si impiega molta meno terra di quanta se ne impiega in Europa o negli USA per produrre la medesima quantità di energia. Rimane quindi molta più terra per l’agricoltura e per le foreste mentre si risponde al bisogno impellente di energie rinnovabili.
Gli ambientalisti si oppongono all’utilizzo dell’olio di palma più di quanto già facciano con altri biocarburanti. Essi in verità vorrebbero eliminare o addirittura limitare l’impiego dei biocarburanti: preferiscono l’energia prodotta dal sole e dal vento. E’ una proposta lodevole, ma è pura illusione pensare che l’intera economia europea possa funzionare grazie al sole e al vento, anche in un futuro prossimo. Per questo l’impiego dei biocarburanti europei e asiatici o americani, è fondamentale, anche per un mix energetico.
Intanto i produttori di biocarburanti in Europa ripetono con cinismo gli argomenti delle ONG che riconoscono che mentre i legislatori europei non limitano la crescita della produzione di biocarburanti in Europa, possono comunque contare su di essi per il blocco delle importazioni. In effetti la vera ragione alla base degli sforzi per bloccare le importazioni dall’Asia è un vecchio protezionismo puro mascherato da ambientalismo. Questa è una tattica prevedibile nei negoziati commerciali, in particolare dei paesi occidentali benestanti nei confronti della concorrenza delle nazioni in via di sviluppo relativamente più povere. Serve però un piccola parentesi per contestualizzare. I produttori di biocarburanti europei godono di una posizione competitiva forte nei mercati dei rispettivi paesi. Secondo l’European Biodisel Bord ad esempio, la produzione di biocarburante in Europa comprende il 78 % dei biocarburanti consumati nell’Unione. L’Europa è anche il maggior attore sul mercato globale del diesel, responsabile del 65% della produzione mondiale di biocarburanti. Questo è tutto giusto e corretto e me ne rallegrerei – se questa situazione si basasse su una competizione sana e non sul protezionismo. Le regole del commercio globale si sono sviluppate in gran parte per proteggere i consumatori dalla distruzione reciproca garantita dai tentativi dei legislatori di proteggere i produttori locali con i quali hanno legami politici.  Sospendere le importazioni nell’ambito della direttiva dell’energia rinnovabile viola chiaramente  le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, regole che richiedono che importazioni e prodotti nazionali abbiano lo stesso trattamento. Molti commentatori hanno sostenuto che l’attuale crisi economica globale è simile alla Grande depressione degli anni ’30. Spero che si sbaglino. Ma ci sono molte nuvole di tempesta all’orizzonte del commercio globale e noi dobbiamo ricordare alcune lezioni importanti di quel periodo. Gli Stati Uniti, che sono stati per molto tempo i leader nel promuovere un commercio più libero, hanno avuto una deriva protezionista con l’amministrazione Obama e il Congresso democratico. In un momento in cui i produttori europei sono sotto pressione a causa della grave flessione economica,  è chiaro che essi guardano a Bruxelles in cerca di aiuto. Visti da lontano i legislatori europei resistono alle sirene del protezionismo e difendono il libero commercio dei biocarburanti e di altre fonti di energia pulita e verde. Tenendo fuori fonti energetiche straniere verdi e dai prezzi competitivi, i legislatori minacciano però di danneggiare sia i consumatori che gli interessi dell’ambiente e questa è l’opposto di una politica sensata. Ciò è preoccupante, le misure rischiano di provocare una serie di rappresaglie che mettono a rischio l’afflusso di beni dall’Europa orientale e occidentale. Il protezionismo degli anni ’30 fece degenerare una situazione critica in un disastro. Non ripetiamo quel errore. Non è troppo tardi per allontanarci da quel burrone.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

2 Responses to “Bio-Fueling a Trade War”

  1. Update – Per gli amici di Facebook il mio articolo di oggi sul Wall Street Journal

  2. DM ha detto:

    Congratulazioni!

Trackbacks/Pingbacks