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Evoluzione del sistema politico. Quei grattacapi che vengono dal Pd

– da www.ffwebmagazine.it – Quindici anni fa avevamo molte speranze. Il sistema si era sbloccato, finalmente avevamo una legge elettorale maggioritaria (un po’ pasticciata, è vero, ma ci pareva già tanto). Con la “discesa in campo” di Berlusconi prendeva forma quel bipolarismo che cinquant’anni di centralità democristiana avevano a lungo trasformato in una chimera: l’alleanza del centrodestra a geometria variabile contro la “gioiosa macchina da guerra”. Poi una lunga transizione, che da diversi anni definiamo incompiuta: il bipolarismo accompagnato però da una persistente frammentazione che si è ridotta drasticamente solo alle ultime elezioni, che pure non hanno risolto le tensioni dovute al permanere di differenze e prospettive sia nella maggioranza, sia nell’opposizione. E nessun intervento sulla forma di governo.

Lungo questo difficile percorso sono emersi recentemente diversi segnali preoccupanti. Innanzitutto, la legge elettorale approvata nel 2005, un proporzionale “aggiustato” dal premio di maggioranza, ma che lascia potenzialmente spazio alla proliferazione dei partiti, consentendo l’esercizio del potere di veto dei più piccoli e, sia a destra sia a sinistra, il gioco al rialzo dei partiti più “estremi” (oggi la Lega e l’Italia dei valori). Quindi, la sconfitta del referendum con il quale si cercava di porre rimedio ai tratti più “centrifughi” di quella legge. Poi l’agitarsi dei “centristi”, il tentativo di un partito (l’Udc) e del suo leader (Pierferdinardo Casini) di ancorarsi al centro e costituire un punto di attrazione nella prospettiva di una crisi delle formazioni maggiori. Infine, l’incerto procedere dei due maggiori partiti.

A destra la nascita del Popolo della Libertà dà una spinta importante verso il consolidamento del bipolarismo e apre la strada verso un’evoluzione bipartitica. Ma il Pdl non è ancora un partito strutturato e in molti si interrogano sul suo futuro: se rimarrà un partito carismatico, se continuerà a dipendere in tutto e per tutto dal suo leader fondatore, che accadrà quando questi si sarà ritirato? Perderà pezzi, magari verso quei centristi che – nostalgici del bel tempo che fu – non attendono altro, nella speranza di “rioccupare” il centro con un partito che decida delle sorti di ogni governo?

Ma le maggiori preoccupazioni, per chi osserva l’evoluzione del sistema, non possono non provenire oggi da quanto sta accadendo nel Partito democratico. Incapace di rappresentare una credibile opposizione, oggi il Pd si trova di fronte alla prima reale competizione interna. Né Pierluigi Bersani, né Dario Franceschini, in realtà, appaiono come due leader convincenti, è difficile che sia uno di loro a ridare al Partito democratico quello slancio necessario per divenire una credibile alternativa di governo. Eppure, che vinca l’uno o l’altro non è indifferente. Se limitiamo la nostra riflessione alle conseguenze “di sistema” che potranno scaturire dall’esito della scelta del futuro segretario, vediamo che il Pd, e probabilmente il paese, si trovano di fronte a un bivio. Entrambi i candidati parlano di alleanze e “annacquano” la prospettiva della vocazione maggioritaria che aveva contraddistinto (a parte il colossale errore dell’alleanza con Di Pietro) la leadership veltroniana. Ma mentre nel caso di Franceschini ciò risponde più alla mancanza di coraggio, all’incapacità di rischiare per raggiungere obiettivi “alti” e lo stesso Franceschini ha espressamente ribadito (anche nella mozione congressuale) di «non volere tornare indietro», nel caso di Bersani temiamo si tratti di un preciso disegno, volto a cambiare le regole del gioco competitivo fin qui, a fatica, affermatosi.

Nella mozione di Bersani si parla di un «un bipolarismo maturo che renda l’elettore determinante nella scelta degli eletti e del governo», ma questo tardivo riconoscimento appare più che altro un “atto dovuto” a fronte delle tante accuse di volere stravolgere il sistema che sono state rivolte all’ex ministro e al suo grande elettore Massimo D’Alema. In realtà certi richiami in negativo, sempre nel documento congressuale, come quelli «a formule più o meno mascherate di presidenzialismo», a una legge elettorale che potrebbe stravolgere l’architrave costituzionale, al pericolo di “modelli plebiscitari”, insieme a una analisi di ciò che dovrà essere il partito che elude la questione della leadership, riflettono quella prospettiva che Bersani e i suoi sostenitori, a parole e nei fatti, da tempo chiaramente indicano. Ovvero una riorganizzazione del sistema politico che impedisca una evoluzione simile a quella delle grandi democrazie europee, che con un termine ambiguo viene definita “presidenzializzazione”, ma che semplicemente corrisponde alla competizione tra due grandi partiti, guidati da leader forti che si candidano a guidare il paese attraverso la ricerca del consenso degli elettori (sia che questo si esprima attraverso un voto diretto per un presidente, sia attraverso un voto, indiretto nella forma ma diretto nella sostanza, per un partito e, di fatto, il suo leader).

Una simile evoluzione è molto difficile che si realizzi con una legge elettorale proporzionale “alla tedesca” (cioè senza premio di maggioranza) come D’Alema e altri, lo stesso Enrico Letta, anch’egli grande elettore di Bersani, auspicano. E l’impressione è che, nel medio-lungo periodo, questi ultimi mirino proprio a essa. Nel breve, sembrano interessati a sanzionare la centralità nel loro partito degli equilibri tra “oligarchi”, interessati più a gestire, magari con efficienza, l’esistente che a guidare il cambiamento e l’innovazione (del partito e dei programmi). In attesa di tempi “migliori”, magari dell’apertura di una “finestra di opportunità” (e qui una eventuale crisi futura del Pdl giocherebbe un ruolo fondamentale) che consenta di introdurre una legge elettorale proporzionale; una legge che renderebbe possibile un radicale cambiamento del sistema partitico e una rottura del Partito democratico, con lo spostamento verso il centro dei “pezzi” provenienti dalla tradizione democristiana.

È, questo, lo scenario disegnato in maniera molto convincente da Michele Salvati qualche tempo fa sul Corriere della Sera. D’altro canto, come interpretare l’alleanza tra D’Alema-Bersani, da un lato, e Letta e i suoi, dall’altro, se non in questa prospettiva? E non è casuale che Rocco Buttiglione, che non nasconde il suo obiettivo di ricostituire un “centro”, e il leader dell’Udc Casini abbiano espresso interesse per un Pd guidato da Bersani.

Se, dunque, da Franceschini non ci si possono attendere grandi cose (non possiamo dimenticare che ha condiviso la fallimentare leadership di Walter Veltroni), da Bersani ci si può attendere il tentativo di far fare una inversione a U al suo partito e al sistema politico italiano. Direzione: un’ edizione aggiornata della Prima Repubblica, dove la mediazione delle oligarchie dei partiti sarà determinante a scapito del voto popolare. Così finalmente la transizione potrà giungere a compimento, con il suo completo fallimento.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

3 Responses to “Evoluzione del sistema politico. Quei grattacapi che vengono dal Pd”

  1. dave ha detto:

    Mah, veramente piu’ che guardare in casa PD dovreste guardare un po’ meglio nel vostro PDL…

    Pronti, via: la deputata Gabriella Mondello lascia il vostro gruppo e passa all’Udc.
    Consiglio a tutti d’ascoltare la conferenza stampa:

    http://www.radioradicale.it/scheda/284676/il-passaggio-della-deputata-del-pdl-gabriella-mondello-alludc

    Credo sia assolutamente descrittiva di quello che e’ il Popolo delle Liberta’.

  2. Sofia Ventura ha detto:

    Caro Dave, qui non è questione di guardare in casa propria o in casa d’altri. Ciò che accade sia nel Pd, sia nel Pdl (e non si può dire che non ci occupiamo, anche in modo molto critico, di quanto accade nel Pdl)deve interessare tutti quanti hanno a cuore il futuro del nostro paese.

  3. alberto scarcella ha detto:

    Beh ovvio. La Mondello non è mica una miss da calendario. È normale che si senta fuori posto in questo circo schifoso.

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