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Dagli States (2) – Quando essere conservatori è un’altra cosa. E la libertà pure

– Negli Usa per un seminario di studi del Cato Institute, Piercamillo Falasca invia per Libertiamo una serie di corrispondenze tra il pubblico e il privato, il personale e il politico. Un diario di viaggio “amerikano” sull’America ideale e quella reale. Seconda puntata (le altre puntate: 1 )

Quel libricino rosso
Un seminario di libertari americani ti consegna una sensazione di entusiasmo misto a frustrazione. Entri nella sala dove si tengono le relazioni e trovi su un banchetto un libricino rosso porpora, che a guardarlo da lontano ti sembra la Bibbia. Sono la Dichiarazione d’Indipendenza e la Costituzione degli Stati Uniti. A differenza di quanto accade da questo lato dell’Oceano, le idee liberali (in the european sense, mi trovo a dover sempre specificare) trovano il robusto conforto di un documento scritto. Che tu sia un giusnaturalista o meno, avere il conforto della Costituzione – e con essa la storia stessa del paese – per la tua pretesa di libertà è un conforto non da poco. Ti permette di avere il conservatorismo come metodo e non ti costringe ad adottarlo come una dottrina da calare in una realtà sociale ed istituzionale ad essa estranea.

Banalmente, liberty
Cinque relazioni al giorno, alcune più tecniche altre più “filosofiche”. Almeno una di esse, ogni dì, dedicata alla storia istituzionale degli Stati Uniti. Ma non si doveva parlare di crisi economica? Una crisi è una crisi e alla sua lezione, chiamata appunto “Responses for Crises”, Robert McDonald non ha saputo fare di meglio che spiegare come gli Stati Uniti hanno affrontato istituzionalmente le prime crisi della loro storia, la rivoluzione e la guerra di secessione. “Advancing liberty”, dice senza titubare McDonald, professore di storia alla United States Military Academy, lasciando intendere che anche una crisi economica come quella che viviamo va affrontata con lo stesso spirito e la medesima aspirazione con la quale fu scritta la dichiarazione d’indipendenza. Tra le relazioni che si susseguono, sembra di ascoltare un banale ritornello. Marcus Cole, docente di legge presso la Stanford Law School, distingue tra “law of freedom” e “law of power”: con la prima s’intende quella legge il cui scopo è tutelare l’autonomia degli individui e facilitare le relazioni umane (sociali ed economiche); con la seconda, l’aspirazione di chi detiene il potere di raggiungere un determinato obiettivo, discrezionale e giocoforza discriminatorio. Inutile sottolineare che nella seconda categoria rientra la politica monetaria che ha sommerso di liquidità l’economia americana (e, di conseguenza, quella mondiale) negli anni passati e le misure di protezione dei consumatori implementate da molti Stati americani (l’Illinois, in particolare) che hanno finito per distorcere il mercato del credito. Insomma, nulla di nuovo – per noi impenitenti liberisti – per quanto concerne l’analisi della crisi e le auspicabili soluzioni: c’è stato un cattivo intervento pubblico, una pessima regolazione, incentivi sbagliati. Ma ritrovare come sostrato delle nostre convinzioni la storia degli Stati Uniti scalda il cuore, lo ammetto. Nota a margine: tanto riecheggia il termine liberty (McDonald lo preferisce a freedom), che non puoi non pensare ad un partito italiano che la parola “libertà” l’ha inserita nella sua ragione sociale, senza però costruirne il relativo pantheon di eroi e momenti eroici. Ecco, missione per i prossimi mesi: interrogarci su cosa vogliamo che s’intenda, nel Popolo della libertà, con il termine “libertà”.

L’etica della responsabilità
Mentre nel Vecchio Continente c’è chi si riempie la bocca parlando del “ritorno della politica”, della necessità di moderare questo sfrenato sistema finanziario con un massiccio intervento regolatorio, al Cato Institute si riflette di etica della responsabilità. Essendo tema caro a Della Vedova, sarà meglio dedicare un intero articolo alla questione.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

One Response to “Dagli States (2) – Quando essere conservatori è un’altra cosa. E la libertà pure”

  1. DM ha detto:

    Piercamillo, ottimo resoconto. Attenderò pazientemente il pezzo sull’etica della responsabilità, tema hot di questa estate torrida.

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