– Premessa: sono meridionale, per cui i pensieri e i commenti contenuti in questo articolo non potranno essere tacciati di razzismo, snobismo o, peggio, di “leghismo”. Invoco, dunque, un “salvacondotto terrone” a garanzia della natura non pregiudizialmente nordista, né volgarmente etnicista delle mie opinioni.

Il pungolo politico che nell’ultimo mese ha infastidito la requie pre – estiva del premier e del centro destra si chiama Partito del Sud. Risveglio delle coscienze? Scatto d’orgoglio della politica? No. Niente di tutto questo. Ci ha preso Berlusconi, quando ha parlato di manovre personalistiche, di qualche politico in cerca d’autore, di personaggi che, non riuscendo ad aprirsi varchi nei propri partiti di origine, tentano di indurre e cavalcare una sorta di revanscismo straccione del Meridione per contrattare con le forze politiche nazionali. Contrattare cosa? Quattrini, ovviamente. Come se fosse quello il problema del Sud. Al Sud i soldi non mancano e non sono mancati. Centocinquant’anni di interventi speciali, Casse speciali, perequazione e fondi comunitari hanno inondato il Mezzogiorno del Paese di risorse finanziarie. Con risultati pessimi, nulli, controproducenti.

Il Partito del Sud, dunque, nascerebbe su una premessa sostanziale sbagliata (cioè la rivendicazione di denari), e ne deriverebbero conseguenze altrettanto sbagliate e ovvie, quali lo spreco di soldi pubblici, l’autoalimentazione dell’inefficienza, la corruzione. Se questo è, nulla di nuovo sotto il sole. Il partito del Sud c’è già, è vivo e vegeta nei corpi e nelle menti della nutritissima schiera di amministratori e politici incapaci e intellettualmente disonesti, che infesta le lande da cui provengo.

Il gruppo di “frondisti” capeggiati da Miccichè e Lombardo rivendica uno spazio ulteriore di intermediazione per la politica meridionale rispetto al complesso della vita sociale ed economica del Sud. Ma il problema del Sud è che la politica intermedia già, troppo e male, sovrapponendosi a soffocando la società e gli individui. Dirò delle banalità. Ciononostante le dirò, perché non bisogna rassegnarsi a ritenere scontate e quindi inutili a dirsi le verità che questa boutade di mezza estate dissimula sotto il fuoco dell’indignazione “meridionalistica”. Al di sotto di Roma (forse Roma compresa) non si muove foglia che la politica non voglia. Hai bisogno di un lavoro? Da chi vai? Dal signorotto locale (che può essere anche di livello nazionale, e gli esempi si sprecano). Ti serve, che ne so, un certificato dal Comune? Il funzionario comunale (piazzato lì dalla politica e avvezzo ad usare strategicamente la sua posizione di dipendente pubblico privilegiato) ti fa una “cortesia” a rilasciartelo prima che trascorrano le settimane imposte invece al cittadino qualunque. Idem dicasi per la sanità, per cui se hai bisogno di ricoverarti o di prenotare una visita medica presso il servizio pubblico, prima che il tuo dolore all’addome si trasformi in un’ulcera perforante che ti manda al Creatore, ti conviene cercare un’entratura all’Asl, che sia l’infermiere, il primario o l’assessore regionale alla Sanità. Il Meridione d’Italia è politicamente questo. Un mix di straccioneria e munificenza, una società feudale costruita culturalmente sul vassallaggio e su corvees oggi adattate al rito democratico del voto di scambio. E lo è in modo trasversale e assolutamente a-ideologico. Questo Sud può essere “di destra” o “di sinistra” in modo assultamente fungibile.

L’utilizzo disinvolto e centralistico dei fondi Fas da parte del Governo non è, di per sé, esente da critiche. Ma per quanto sia stato discutibile e sbagliato, non rende più giusta questa rivolta del Sud e non ne muta il segno “borbonico”. Al sud non servono più soldi, non serve più politica. Ne servono meno. Molti meno. E quella parte residuale di politica necessaria dovrebbe essere inchiodata ad un solo principio: la responsabilità. In una parola, al Sud serve un federalismo vero, forte, spinto. Che non è quello licenziato recentemente dal Parlamento, bensì uno capace di ripulire la dinamica politica dal morbo della perequazione e dell’assistenzialismo, di aprire alla competizione fiscale e ad una vera autonomia di entrata e di spesa. Tutti i dirigenti politici con un minimo di sale in zucca lo sanno. Ma nessuno osa rischiare lo sfavore elettorale che nell’immediato gli deriverebbe dall’aver sottratto al Mezzogiorno la droga dei sussidi. E dispiace che uno dei primi provvedimenti del Governo Berlusconi quater sia stato l’abolizione dell’ICI, l’unica tassa federale in dotazione ai Comuni.

Racconterò un altro banale episodio di irresponsabilità politica cui ho avuto modo di assistere nella mia ancora giovane vita. Userò questo episodio e non altri soltanto perché si tratta di una vicenda cui ho assistito molto da vicino essendosi verificata nel mio Comune. Con l’abolizione dell’ICI dello scorso anno, il Governo impedì ai Comuni, contestualmente, di tappare il buco attraverso l’inasprimento aliunde della leva tributaria. Cioè non potevi compensare il minor gettito Ici aumentando la Tarsu o l’addizionale Irpef. A questa regola sfuggivano quei Comuni che avessero approvato il bilancio di previsione (anche aumentando le tasse) entro la fine di maggio. Ma il mio Comune non era tra questi, e la giunta, in ritardo sui termini previsti per usufruire della deroga, aveva presentato al Consiglio comunale uno schema di bilancio pareggiato soltanto attraverso l’aumento di oltre il 90% della Tarsu. Quel bilancio era, dunque, illegittimo perché contrastava con una norma contenuta nel decreto legge che aveva abolito l’ICI, e avrebbe condotto allo scioglimento del consiglio comunale con l’avvio di una procedura di dissesto finanziario. A salvare la situazione, in extremis, giunse un emendamento approvato al Senato in sede di conversione del decreto legge, che consentì, al mio e ad altri comuni in analoga situazione di ambascia contabile, di approvare il bilancio oltre i termini previsti. Il dettaglio non proprio irrilevante di tutta la faccenda è che ciò fu sì possibile, ma ha lasciato a me e a miei concittadini un’eredità fiscale che è pari al raddoppio della Tarsu. Volete sapere cosa ne è stato di quel sindaco e di quell’amministrazione che in cinque anni hanno speso tutto lo spendibile e tassato tutto il tassabile? Riconfermati con oltre il 70% dei voti alle ultime amministrative. E se vi chiedete come sia potuto accadere non state a pensarci troppo. Tutto ciò è possibile a causa dell’irresponsabilità e di un sistema che non consente di imputare agli amministratori locali gli errori politici che commettono. Rispetto ai quali sono sicuro che, per lo meno in cuor loro, aderirebbero ben volentieri, e in massa, al Partito del Sud.