Real nucleare contro Atletico rinnovabile? Serve arbitro neutrale

– In pasto alla politica e ai media, nucleare e energie rinnovabili assumono i connotati di due squadre di calcio da sostenere l’una contro l’altra. Chi sostiene la necessità del ritorno al nucleare, evidenzia i contenuti costi di produzione, lo scarso impatto sull’atmosfera e, di contro, l’irrisorio contributo in termini di offerta che il fotovoltaico riesce a fornire al sistema, a dispetto degli aiuti stanziati. Dimentica tuttavia gli ingenti costi fissi, l’esosità degli investimenti iniziali e i lunghi tempi di realizzazione di una centrale nucleare, oltre, che, naturalmente, la mai del tutto risolta questione delle scorie. Tutti aspetti su cui pongono l’accento, invece, in modo speculare, gli entusiasti delle rinnovabili, che danno risalto inoltre ai dati sull’incremento relativo dell’apporto dato dalle rinnovabili all’offerta e sottolineano la dipendenza dall’estero sottesa alla scelta nuclearista, sia sotto il profilo del know how che con riferimento all’approvvigionamento delle materie prime.

Un vizio di fondo comune alle due tifoserie è la smania pianificatrice. In genere, infatti, si parte dal presupposto che il decisore politico debba stabilire la composizione dell’offerta energetica, ricorrendo – perché no? – alla modalità del sostegno diretto (mediante partecipazioni pubbliche o forme spinte di incentivazione economica). Coerentemente con questa impostazione, sostanziandosi la politica energetica in politica di aiuti, le risorse pubbliche impiegate per la promozione di una fonte di energia sono tolte all’altro settore.
Prevale, insomma, nel pensiero politico italiano l’idea che le scelte di investimento nel settore energetico debbano essere decisioni prettamente politiche. E’ diffusa l’opinione che sia la classe di governo a dover decidere, sulla base di convinzioni ideologiche, in che modo spendere il danaro sottratto ai contribuenti per poi far ricadere sugli stessi le perdite, nel caso in cui l’investimento si riveli fallimentare o il governo successivo inverta l’orientamento, azzerando le precedenti misure.

Il miglior modo, invece, per imboccare la strada giusta è consentire ai privati di valutare i costi e i benefici derivanti dall’utilizzo di ciascuna fonte di energia e di ciascuna tecnologia. Sarà poi un buon impianto normativo ad includere i costi ambientali e per la sicurezza tra gli oneri connessi all’investimento. In questo modo si fanno salvi gli interessi pubblici prioritari (sicurezza, salute e ambiente) e si lascia al mercato il compito di orientare gli investimenti verso gli impieghi più efficienti ed ecocompatibili.
Quello che più serve oggi, quindi, è una buona regolamentazione del settore. La qualità delle regole è la cifra che consente il pronto adeguamento dell’economia all’evoluzione tecnologica e dell’offerta alle dinamiche della domanda. Una disciplina chiara e semplificata della materia dà poi quella certezza del diritto che si converte in certezza degli investimenti; esattamente quello che è mancato finora in Italia.

Una disciplina ben congegnata garantisce un’equa quantificazione dei costi ambientali e premia pertanto le energie verdi, senza tuttavia precludere le altre modalità di investimento ma anzi incoraggiando, in quei settori, gli investimenti in tecnologie più pulite e nell’utilizzo efficiente delle fonti tradizionali.
In quest’ottica possiamo giudicare in modo positivo una buona parte delle disposizioni contenute nella legge sullo sviluppo, l’internazionalizzazione e l’energia.
Alcune ombre, già evidenziate da Carlo Stagnaro in un precedente articolo, sono ravvisabili, ad esempio, nel grado di autonomia riconosciuta all’autorità per la sicurezza nucleare e probabilmente nella priorità di dispacciamento, che rappresenta una misura di favore non opportuna giacché ci si aspetta che il nucleare si possa affermare perché conviene economicamente. Per ora, tuttavia, è stato scongiurato il pericolo maggiore, ossia l’intervento pubblico a gamba tesa nella produzione di energia nucleare.

In un primo tempo era stato approvato un emendamento che prevedeva la partecipazione della Cassa Depositi e Prestiti a consorzi nucleari, che sembravano i destinatari di misure di favore ad hoc; ciò prefigurava una retrocessione allo statalismo rétro, fortunatamente superato negli anni Novanta. L’emendamento portava la firma di alcuni deputati della Lega Nord Padania e la disposizione è stata successivamente corretta al Senato, dopo un’attenta valutazione dei riflessi dell’impegno finanziario sotteso alle preluse partecipazioni pubbliche. Trattandosi comunque di un segnale preoccupante lanciato in seno alla maggioranza, occorrerà vigilare sui possibili nuovi tentativi di espansione dell’intervento pubblico nel settore dell’energia. La seconda camera, se ha avuto il merito di respingere una proposta di carattere statalista, ha peggiorato il testo laddove oggi prevede che le compensazioni ai territori che ospitano le centrali nucleari siano destinate anche agli enti locali, anziché esclusivamente ai privati cittadini, come previsto nel disegno di legge presentato da Governo. La modifica, per volontà unanime di maggioranza e opposizione, delude l’auspicio di veder ridotto ai minimi termini la mediazione politica tra gli operatori e i cittadini su cui ricadono le esternalità negative.

Oltre che porre le prime basi per una regolamentazione, speriamo neutra ed efficiente, per il rilancio del nucleare, l’attuale maggioranza vanta anche il merito di aver compiuto un primo passo nella direzione della razionalizzazione e della semplificazione delle procedure per l’autorizzazione degli impianti ad energia rinnovabile. La stessa legge che contempla il ritorno al nucleare, infatti, prevede che non debbano più essere sottoposti alla Valutazione di Impatto Ambientale i progetti di realizzazione di impianti ad energia rinnovabile di minori dimensioni (ossia con potenza inferiore al MW). La procedura VIA, che solitamente le amministrazioni competenti concludono senza rispettare i già lunghi termini previsti dalle rispettive leggi regionali, ha finora scoraggiato gli investimenti nel settore delle fonti rinnovabili, rappresentando paradossalmente una norma ambientale di ostacolo alle stesse politiche ambientali e agli investimenti nelle energia pulite.
Probabilmente non è stato dato il giusto risalto ad una misura che dovrebbe costituire l’inizio di un percorso che maggioranza e opposizione dovrebbero intraprendere con spirito di collaborazione. Anche dall’opposizione, infatti, sono state avanzate valide proposte a costo zero per promuovere le energie rinnovabili; da ultimo un emendamento, purtroppo non approvato, che avrebbe sottoposto alla semplice denuncia di inizio attività (misura semplificata ora prevista per i soli impianti inferiori a 20KW) la costruzione e l’esercizio di impianti ad energia rinnovabile di potenza pari o inferiore a 1 MW.

Che oggi la priorità  per la promozione delle energie rinnovabili sia il miglioramento della regolamentazione è una convinzione che si sta facendo strada diffusamente. Lo ha compreso bene Pierluigi Bersani, che in occasione del recente convegno “Il motore verde dell’Italia” ha sottolineato come le nuove direttrici per una crescita equilibrata del settore passino per un miglioramento della disciplina autorizzativa, che oggi sconta una scarsa comprensione del fenomeno da parte delle amministrazioni regionali e locali, competenti in materia, prima ancora che per le già significative forme dirette di incentivazione.
Per definire un quadro normativo stabile, certo ed efficiente a disposizione del settore dell’energia, è necessario che le forze politiche collaborino e addivengano ad un accordo di fondo: l’impegno del legislatore e dei governi che si susseguono deve concentrarsi sulla razionalizzazione dei procedimenti autorizzativi mentre è un imperativo astenersi da eccessivi impegni che gravino sulle finanze dello Stato; solo in questo modo si può anche garantire una continuità delle politiche energetiche e una connessa certezza del diritto.

In concreto ciò si traduce in un’incentivazione accorta e finanziariamente sostenibile delle fonti rinnovabili e in una neutrale accettazione dell’opzione nucleare, da regolare, quindi, senza l’intervento diretto ed economico dei poteri pubblici e senza strappi con le scelte di fondo finora abbracciate. Quello che il settore e la domanda richiedono, insomma, è un arbitro coerente e regole trasparenti. Che la partita, in fine, sia giocata da chi vuole investire le proprie risorse nei progetti in cui crede.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

9 Responses to “Real nucleare contro Atletico rinnovabile? Serve arbitro neutrale”

  1. Giovanni Basini ha detto:

    La posizione espressa nell’articolo stupisce. L’impianto della premessa è liberale e pur contenente alcuni errori (il riferimento è alla dipendenza dall’estero che produrrebbe il nucleare, assolutamente non efficace perchè comunque i volumi di rifornimento delle centrali sono piccolissimi e dunque è possibile stoccare in anticipo combustibile anche per anni, superando qualsiasi crisi e di fatto annullando i “rischi” della dipendenza) tuttavia l’autore prosegue rovinosamente per giungere ad affermare una posizione tutt’altro che liberale o neutrale e fondata anzi su una bella e buona discriminazione qualitativa.

    L’autore afferma: “In concreto ciò si traduce in un’incentivazione accorta e finanziariamente sostenibile delle fonti rinnovabili e in una neutrale accettazione dell’opzione nucleare, da regolare, quindi, senza l’intervento diretto ed economico dei poteri pubblici e senza strappi con le scelte di fondo finora abbracciate.”

    Questa non è una posizione liberale. Ci vedo del malcelato antinuclearismo ma più ancora una scoperta incoerenza. Non si può sostenere che una fonte andrebbe incentivata e l’altra invece lasciata a se stessa. Non si può sostentere che le attuali politiche non andrebbero abbandonate. O tutti liberi o tutti appoggiati, qualsiasi via di mezzo è non neutrale rispetto al mercato. Oltretutto tale posizione è assolutamente insostenibile per alcune questioni “tecniche” relative all’effettiva utilità di una qualsiasi forma di incentivo alle rinnovabili. Infatti, corretto per l’inflazione, il totale dell’incentivazione pubblica* alle fonti rinnovabili dal 1985 ai primi anni duemila in Italia ammonta a oltre 50 MLD €, e pur tuttavia dal 1985 ad oggi la produzione da fonti rinnovabili è cresciuta pochissimo rispetto al costo per kWh in termini di incentivi sostenuto dallo Stato. Per dimostrare questo si fa presente che tale cifra equivarrebbe oggi al costo di investimento necessario per (stima conservativa, con un rialzo sui costi di preventivo del 40%) costruire almeno una decina di reattori nucleari EPR o una ventina di reattori AP1000, sufficienti a produrre una quantità di energia varie volte superiore a quella prodotta due anni fa dalle fonti così incentivate per trent’anni. Precisamente nel 2007 eolico, geotermico, fotovoltaico, biomasse e rifiuti hanno prodotto ** 16.596 GWh, laddove 10 EPR o 18 AP1000 produrrebbero in un anno rispettivamente 126.244 GWh o 157.680 GWh. Il raffronto è impietoso. Oltre a questo, il nucleare, a differenza delle rinnovabili, è stato vietato ai privati in Italia fino a quest’anno da due anni dopo l’inizio della costruzione della prima centrale italiana, laddove le rinnovabili erano e rimangono permesse da sempre.

    Sostenere che il nucleare non andrebbe incentivato (pure dopo un disincentivo totale dovuto al divieto e protrattosi per decenni) nonostante il mercato italiano presenti incentivi alle fonti rinnovabili è precisamente il tipo di ragionamento che potrebbe fare Bersani, stupisce dunque che lo faccia l’autore dell’articolo che dovrebbe avere posizioni liberali. L’unica soluzione è mettere “tutti sullo stesso piano”, cominciando dunque a far pagare l’inquinamento atmosferico a chi lo emette secondo uno schema di Coase ed eliminando gli incentivi alle rinnovabili. Il nucleare, beninteso pagandosi lo smaltimento delle scorie in via privata, si prenderebbe comunque da solo uno share altissimo nel mercato dell’energia da solo, senza bisogno di anacronistici incentivi come la priorità di dispacciamento, agli attuali costi.

    Saluti

    Fonti (web):
    * Petrolio, Nucleare e Fonti Rinnovabili – Ugo Spezia 2001
    ** Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas

  2. Diego Menegon ha detto:

    Grazie Giovanni per l’intervento. Dal commento emerge una certa dimestichezza con gli argomenti, ma si scorge anche l’occhio un po’ da tifoso che purtroppo spesso impedisce una visione laica e liberale della questione energetica.
    Giungi addirittura a incrimanare e dichiarare ampiamente illiberale e antinuclearista il paragrafo in cui auspico che i prossimi governi siano accorti nel promuovere le energie rinnovabili e non ripristino quella limitazione alla libertà d’iniziativa economica che ha impedito negli ultimi decenni la produzione di energia da fonte nucleare.
    I dati che snoccioli successivamente parrebbero suggerire una tua maggior propensione all’intervento diretto dello stato per la costruzione di centrali, in pieno spirito sovietico. Eppure convieni con me che il nucleare non deve aver bisogno di incentivazioni quali la priorità di dispacciamento. Il nucleare (è anche il mio auspicio) può essere e deve potersi dimostrare una risorsa preziosa per la diversificazione del mix energetico, quindi per la sicurezza energetica e soprattutto per l’abbassamento del prezzo dell’energia.
    Quanto alle forme di incentivazione delle fonti rinnovabili, credo sia chiara la mia posizione, che si fonda sui seguenti principi:
    – in una situazione idilliacamente libertaria ispirata alla sola libera contrattazione privata, le esternalità negative sull’ambiente vengono contabilizzate e tradotte in oneri a carico di chi li produce a favore dei soggetti privati che li subiscono; ne consegue che questi oneri non graverebbero su chi non produce queste esternalità, come gli impianti a fonti rinnovabili (possiamo magari ammettere qualche secondaria frizione per l’impatto paesaggistico che alcuni riscontrano nell’eolico);
    – se intendiamo, più o meno nostro malgrado, accettare la sovranità dello stato, il suo compito di contemperare gli interessi pubblici e il fisco (mi perdonino gli amici anarcocapitalisti!) ritengo che la leva fiscale potrebbe essere uno strumento adatto a contabilizzare le esternalità negative e tener conto, con una bassa fiscalità, delle produzioni (ad esmepio di energia da fonti rinnovabili) che non hanno riflessi negativi su interessi pubblici quali la salute, l’ambiente e la sicurezza (se non, forse e in limitate fortuite circostanze, quella dei volatili, nel caso delle pale eoliche!);
    – chiarita la mia preferenza per una pressione fiscale bassa e ancora più bassa per le produzioni “environment-friendly”, se poi vogliamo essere concreti, guardare al nostro sistema paese, nessun politico e nessuna proposta può esprimersi se non si comincia una buona volta a rispettare il principio di certezza del diritto. Gli investimenti (specie quelli esteri) languono perché si teme sempre che: 1) l’amministrazione rallenti a dismisura ogni brillante progetto di investimento congegnato o addirittura che tra mille amministrazioni consultare l’opposizione di una di queste blocchi del tutto l’iter autorizzativo; 2) una volta avviata l’attività, il legislatore prima o poi intervenga a vanificare e rovinare il tuo bel piano di investimento vietandola o modificando significativamente le variabili su cui avevi basato i calcoli di rientro (es. una forma di incentivazione dapprima garantita). Nel caso delle forme di incentivazione delle energie rinnovabili, i desiderata espressi sono i seguenti:
    1) no a incentivi a pioggia a carico degli utenti finali;
    2) continuità e gradualità nella razionalizzazione degli incentivi.
    I dati che snoccioli con sapienza e che intasano i cassetti del mio ufficio non dovrebbero aver troppa rilevanza per un umile legislatore, che credo debba limitarsi a consentire ai privati di elaborarli e servirsene agevolmente per investire nel nucleare o nelle tipologie di impianto che crede convenga, in un quadro normativo stabile e coerente.
    Se prima non era chiaro, spero questa risposta contribuisca a delineare meglio la mia posizione, che non è affatto antinuclearista, né ferventemente e aprioristicamente nuclearista, ma semplicemente liberale.
    Credo che la legge che da oggi chiameremo legge 23 luglio 2009, n. 99 (sarà pubblicata nella gazzetta ufficiale di oggi) sia condivisibile sotto numerosi punti di vista, e in particolare laddove compie un primo passo verso la liberalizzazione/regolamentazione della produzione di energia da fonte nucleare e semplifica alcuni iter autorizzativi, tra cui quelli relativi alla costruzione di impianti da fonti rinnovabili. Credo che consentendo la realizzazione di impianti nucleari e con un’opera di semplificazione burocratica centri le giuste direttrici da seguire per una equa diversificazione del mix energetico e per una crescita sostenibile del settore che si rifletterebbe anche in un minor costo dell’energia a vantaggio di cittadini e imprese.
    Spero che nel prosieguo e nel corso delle prossime legislature si possa condividere un percorso ispirato al non intervento diretto dello stato (intendo con ciò nuovi impegni per la finanza pubblica) e che si razionalizzino gli incentivi per le fonti rinnovabili, puntando più sulla semplificazione delle procedure che a forme di sostegno economico. Sono auspici poco liberali?

  3. Giovanni Basini ha detto:

    Caro Diego, grazie per la tua risposta. Ammetto con piacere che con i chiarimenti del tuo commento la tua precedente posizione appare molto più ragionevole, e ti rende finalmente giustizia come liberale (non a caso avevo scritto “stupisce”, nell’incipit). Dall’articolo non emergeva il tuo distinguo fra “incentivazione tramite semplificazione normativa” (i.e. riduzione di un costo non derivante dal mercato ma pagato dal privato) ed “incentivazione fiscale” (i.e. aumento del guadagno di un privato derivante dal mercato, reputato insufficiente, tramite una quota di spesa dello stato). Tengo a precisare che sul tema del nucleare sul sito del movimento libertario (gli amici anarcocapitalisti) postai una mia lunga analisi, fin troppo tecnica, delle forme di disincentivazione attualmente vigenti in mezzo mondo a carico del nucleare. Una delle forme di disincentivazione è quella che però tu non sembri contestare: detassare le rinnovabili perchè non emettono in atmosfera e NON detassare il nucleare nonostante non emetta parimenti in atmosfera.

    Non ho mai detto che lo Stato debba costruire e gestire reattori, nè che debba metterci soldi propri. Io ritengo che lo Stato debba applicare la medesima fiscalità di vantaggio delle rinnovabili al nucleare, e stabilire per legge che la stessa fiscalità di vantaggio diventi ordinaria fiscalità per qualsiasi produttore termoelettrico che con ingegno riesca a ridurre a zero le emissioni in atmosfera delle centrali che gestisce (es. c.d. carbon sequestration), fermo il fatto che ognuno si paghi le sue scorie a terra. Il nucleare deve pagare le sue scorie sempre, e ognuno dovrebbe pagare le proprie esternalità, in linea di massima, tuttavia è inammissibile che il nucleare paghi lo smaltimento delle proprie scorie fintanto che non lo pagano le fonti fossili per le scorie in aria delle quali invece del principio “concentrare confinare contenere” vale l’opposto “dividere diluire disperdere”, negli attuali ordinamenti.

    La mia posizione è contro la discriminazione qualitativa fra rinnovabili e nucleare. Non un incentivo, non uno, alle rinnovabili finchè non c’è lo stesso per il nucleare, stante che questa situazione di perdurante disincentivo dovuta alla maladefinizione dei diritti di proprietà, che tutt’oggi permette l’inquinamento libero a chi produce in modo tradizionale, deve essere al più presto eliminata.

    Quanto ai numeri, servono solo a dimostrare che “a parità di fallacia della pianificazione rispetto al mercato” una pianificazione a favore del nucleare avrebbe prodotto molto di più di quella esistita a favore delle rinnovabili, fino ad oggi.

    Apprezzo in ultimo il tuo riferimento alla certezza del diritto, in piena linea “Leoniana”.

    Saluti

  4. DM ha detto:

    Faziosamente a favore del fotovoltaico, favorevole alla tesi illustrata nell’articolo di Diego Menegon per una neutralità in materia energetica.

    Non si può negare che la produzione di energia nucleare sia un’opzione da considerare nella definizione di un mix energetico nazionale, ma è altresì vero che questa strada richieda tempi lunghi, investimenti consistenti, requisiti di partenza elevati (uranio sempre più caro sul mercato, impianti di arricchimento, ecc.) e tutta una serie di problemi ex-post.

    Escludendo l’opzione fotovoltaica integrata all’edilizia – che minimizza l’impatto visivo al minimo – un parco fotovoltaico si monta/smonta in una settimana (forse meno), non ha bisogno di acquistare risorse da trasformare per il proprio scopo (il sole ancora è gratuito), non lascia scorie radioattive da smaltire. Aggiungo che la grid-parity è prossima con le tecnologie di seconda generazione, figuriamoci cosa avverrà con la terza generazione di impianti che vedranno costi abbattuti del 30-40% ed efficienza di gran lunga superiore. Chiudo sventolando la bandierina tricolore: la ricerca italiana è all’avanguardia e ciò andrebbe premiato e sostenuto.

    Se ciò non è stato abbastanza convincente, giochiamocela sul fattore NIMBY. Quale impianto energetico nel proprio giardino: fotovoltaico o nucleare?

  5. Giovanni Basini ha detto:

    Magari tutti i sostenitori del FV fossero comunque per una neutralità dello Stato come DM. In riferimento al suo intervento tengo a dire quanto segue: Non necessariamente c’è conflittualità (e dunque alternativa, cioè scelta) tra nucleare e fv. Le due fonti non si contendono lo stesso settore del mercato energetico. In particolare a causa di fattori strutturali (notte, clima, efficienza) è impossibile per il solare (a meno di aggiungere ulteriori passaggi termodinamici con forme di accumulo, assolutamente svantaggiosi) produrre in alcun modo un flusso continuo di energia durante il giorno, laddove per il nucleare ciò è invece la normalità. Il solare è alternativo e in competizione solo rispetto all’impiego di centrali turbogas o all’impiego di idroelettrico da compensazione o ancora all’uso di quote di importazione, non certo rispetto a centrali di base load cioè perennemente attive per soddisfare la parte di fabbisogno che c’è anche quando la domanda è al minimo della giornata. La questione è legata alle differenti percentuali di disponibilità (anche >90% per il nucleare, ridotta a poche decine di punti per il solare) delle centrali rispetto alla rete, cioè al tempo in cui sono in grado di produrre sulle 8760 ore in un anno. Le magnifiche sorti e progressive del FV (che si potrebbero cmq invocare anche per il nucleare stante l’esistenza da tempo di progetti HTR/FBR/ADS a vario grado e successo di sperimentazione che sulla carta potrebbero superare tutti gli attuali limiti della tecnologia, nonchè di innovative tecniche di estrazione dell’uranio) Quanto al fattore NIMBY esso è un problema solo nel caso di ordinamenti fortemente dirigisti con stretti regimi di autorizzazione a produrre. In quel caso il problema sono più gli ordinamenti stessi che il NIMBY. In un mondo “idilliacamente libero” come diceva Menegon io non credo che nessun privato debba avere il diritto di opporsi ad una centrale nucleare sul fondo altrui, a meno che essa lo danneggi in un qualche modo e che un tribunale sentenzi per un risarcimento ed una sua chiusura. L’elevata sicurezza degli impianti attuali rende la possibilità abbastanza remota, dunque annulla il problema. D’altra parte è un problema politico l’instaurazione di una condizione di libertà per gli operatori sul mercato energetico che sia effettiva.

    Un saluto

  6. Alberto Berton ha detto:

    Zero incentivi, sia per il FV che nucleare. Che senso ha usare i soldi di tutti per incentivare qualche sparuto gruppo di persone?

    Mi piace un sacco l’idea di usare il sole, pur con tutte le limitazioni e gli alti costi.
    Allo stesso tempo credo ci sia ancora una diffusa ignoranza e presa di posizione a priori di molta gente, terrorrizzata appena si nomina “nucleare”.

    Viva il libero mercato, stop a incentivi, piena libertà. Quindi prosperità.

  7. DM ha detto:

    “che senso ha usare i soldi di tutti per incentivare qualche sparuto gruppo di persone?”

    Alberto, sono convinto che la risposta alla tua domanda si possa argomentare con molti dettagli e considerazioni di vario genere. Nel tempo a mia disposizione cerco di offrirti qualche semplice e personale considerazione.

    Credo nel FV perché la ritengo una soluzione capace di trasformare ogni singolo individuo in un potenziale operatore nel mercato energetico, un produttore che ha la convenienza ad abbattere il proprio consumo per reintrodurre il surplus nella rete e monetizzare, una rete energetica distribuita nella logica P2P ergo sicura per definizione, una fonte alternativa senza costi ex-ante ed ex-post al processo di trasformazione.

    Fatta questa premessa, posso condividere la tua opinione sugli incentivi allo “sparuto gruppo” (anche se di fatto lo è sempre meno), ma lo faccio rilanciando.

    E’ giusto allargare il proprio orizzonte e prevedere un piano di ampio respiro, definire linee guida (non obblighi) al fine di standardizzare la realizzazione di edifici efficienti, sostenere i costruttori e i potenziali compratori.

    Un percorso ben distante dalle solite visioni olistiche “de sinistra”, piuttosto una rivoluzione a piccoli passi o, come la definirebbe Popper, “a spizzico”. L’esperienza dei Living Labs, sempre più diffusi all’estero, potrebbe giocare un ruolo chiave per il raggiungimento di questi obiettivi.

  8. Alberto Berton ha detto:

    DM,
    grazie per la replica, intelligente e molto cordiale.
    Per sparuto gruppo non intendo solo FV, ma qualsiasi “lobby”, sia in materia energetica che non. Ecco perchè, nel mio credo liberista, non vedo di buon occhio gli incentivi in genere. Andiamo al sodo e tagliamo le tasse piuttosto che giocherellare su contributi vari, facendo così il gioco carota-bastone.
    Daccordo con te, pure a me piace un sacco l’indipendenza e “l’individualismo energetico” ottenibile tramite FV, anche se la strada della ricerca scientifica per una buona resa degli impianti è ancora lunga.
    Concorrenza vera e propria per impianti non domestici e non sarà difficile ottenerla finchè si venderà l’elettricità all’enel ad un prezzo fisso e deciso da quest’ultima. Sarebbe tutto più bello e competitivo se liberalizzassimo l’intero settore ovviamente :) .

  9. DM ha detto:

    Alberto, in merito alla ricerca nel FV ti posso assicurare che ci sono progetti interessanti (penso a quello dell’Università di Ferrara in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Fisica della Materia e il CNR) e applicazioni concrete a livello industriale con prodotti già sul mercato.

    A titolo di esempio, i pannelli FV in tellururo di cadmio sono realizzati da un’azienda del gruppo Marcegaglia.

    Sulla liberalizzazione del settore energetico – che siano fonti sostenibili o meno – concordo. Dopo aver letto l’ultimo intervento dell’On. Della Vedova non vedo l’ora di fare un bel pieno di biodiesel asiatico a basso costo.

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