– In pasto alla politica e ai media, nucleare e energie rinnovabili assumono i connotati di due squadre di calcio da sostenere l’una contro l’altra. Chi sostiene la necessità del ritorno al nucleare, evidenzia i contenuti costi di produzione, lo scarso impatto sull’atmosfera e, di contro, l’irrisorio contributo in termini di offerta che il fotovoltaico riesce a fornire al sistema, a dispetto degli aiuti stanziati. Dimentica tuttavia gli ingenti costi fissi, l’esosità degli investimenti iniziali e i lunghi tempi di realizzazione di una centrale nucleare, oltre, che, naturalmente, la mai del tutto risolta questione delle scorie. Tutti aspetti su cui pongono l’accento, invece, in modo speculare, gli entusiasti delle rinnovabili, che danno risalto inoltre ai dati sull’incremento relativo dell’apporto dato dalle rinnovabili all’offerta e sottolineano la dipendenza dall’estero sottesa alla scelta nuclearista, sia sotto il profilo del know how che con riferimento all’approvvigionamento delle materie prime.

Un vizio di fondo comune alle due tifoserie è la smania pianificatrice. In genere, infatti, si parte dal presupposto che il decisore politico debba stabilire la composizione dell’offerta energetica, ricorrendo – perché no? – alla modalità del sostegno diretto (mediante partecipazioni pubbliche o forme spinte di incentivazione economica). Coerentemente con questa impostazione, sostanziandosi la politica energetica in politica di aiuti, le risorse pubbliche impiegate per la promozione di una fonte di energia sono tolte all’altro settore.
Prevale, insomma, nel pensiero politico italiano l’idea che le scelte di investimento nel settore energetico debbano essere decisioni prettamente politiche. E’ diffusa l’opinione che sia la classe di governo a dover decidere, sulla base di convinzioni ideologiche, in che modo spendere il danaro sottratto ai contribuenti per poi far ricadere sugli stessi le perdite, nel caso in cui l’investimento si riveli fallimentare o il governo successivo inverta l’orientamento, azzerando le precedenti misure.

Il miglior modo, invece, per imboccare la strada giusta è consentire ai privati di valutare i costi e i benefici derivanti dall’utilizzo di ciascuna fonte di energia e di ciascuna tecnologia. Sarà poi un buon impianto normativo ad includere i costi ambientali e per la sicurezza tra gli oneri connessi all’investimento. In questo modo si fanno salvi gli interessi pubblici prioritari (sicurezza, salute e ambiente) e si lascia al mercato il compito di orientare gli investimenti verso gli impieghi più efficienti ed ecocompatibili.
Quello che più serve oggi, quindi, è una buona regolamentazione del settore. La qualità delle regole è la cifra che consente il pronto adeguamento dell’economia all’evoluzione tecnologica e dell’offerta alle dinamiche della domanda. Una disciplina chiara e semplificata della materia dà poi quella certezza del diritto che si converte in certezza degli investimenti; esattamente quello che è mancato finora in Italia.

Una disciplina ben congegnata garantisce un’equa quantificazione dei costi ambientali e premia pertanto le energie verdi, senza tuttavia precludere le altre modalità di investimento ma anzi incoraggiando, in quei settori, gli investimenti in tecnologie più pulite e nell’utilizzo efficiente delle fonti tradizionali.
In quest’ottica possiamo giudicare in modo positivo una buona parte delle disposizioni contenute nella legge sullo sviluppo, l’internazionalizzazione e l’energia.
Alcune ombre, già evidenziate da Carlo Stagnaro in un precedente articolo, sono ravvisabili, ad esempio, nel grado di autonomia riconosciuta all’autorità per la sicurezza nucleare e probabilmente nella priorità di dispacciamento, che rappresenta una misura di favore non opportuna giacché ci si aspetta che il nucleare si possa affermare perché conviene economicamente. Per ora, tuttavia, è stato scongiurato il pericolo maggiore, ossia l’intervento pubblico a gamba tesa nella produzione di energia nucleare.

In un primo tempo era stato approvato un emendamento che prevedeva la partecipazione della Cassa Depositi e Prestiti a consorzi nucleari, che sembravano i destinatari di misure di favore ad hoc; ciò prefigurava una retrocessione allo statalismo rétro, fortunatamente superato negli anni Novanta. L’emendamento portava la firma di alcuni deputati della Lega Nord Padania e la disposizione è stata successivamente corretta al Senato, dopo un’attenta valutazione dei riflessi dell’impegno finanziario sotteso alle preluse partecipazioni pubbliche. Trattandosi comunque di un segnale preoccupante lanciato in seno alla maggioranza, occorrerà vigilare sui possibili nuovi tentativi di espansione dell’intervento pubblico nel settore dell’energia. La seconda camera, se ha avuto il merito di respingere una proposta di carattere statalista, ha peggiorato il testo laddove oggi prevede che le compensazioni ai territori che ospitano le centrali nucleari siano destinate anche agli enti locali, anziché esclusivamente ai privati cittadini, come previsto nel disegno di legge presentato da Governo. La modifica, per volontà unanime di maggioranza e opposizione, delude l’auspicio di veder ridotto ai minimi termini la mediazione politica tra gli operatori e i cittadini su cui ricadono le esternalità negative.

Oltre che porre le prime basi per una regolamentazione, speriamo neutra ed efficiente, per il rilancio del nucleare, l’attuale maggioranza vanta anche il merito di aver compiuto un primo passo nella direzione della razionalizzazione e della semplificazione delle procedure per l’autorizzazione degli impianti ad energia rinnovabile. La stessa legge che contempla il ritorno al nucleare, infatti, prevede che non debbano più essere sottoposti alla Valutazione di Impatto Ambientale i progetti di realizzazione di impianti ad energia rinnovabile di minori dimensioni (ossia con potenza inferiore al MW). La procedura VIA, che solitamente le amministrazioni competenti concludono senza rispettare i già lunghi termini previsti dalle rispettive leggi regionali, ha finora scoraggiato gli investimenti nel settore delle fonti rinnovabili, rappresentando paradossalmente una norma ambientale di ostacolo alle stesse politiche ambientali e agli investimenti nelle energia pulite.
Probabilmente non è stato dato il giusto risalto ad una misura che dovrebbe costituire l’inizio di un percorso che maggioranza e opposizione dovrebbero intraprendere con spirito di collaborazione. Anche dall’opposizione, infatti, sono state avanzate valide proposte a costo zero per promuovere le energie rinnovabili; da ultimo un emendamento, purtroppo non approvato, che avrebbe sottoposto alla semplice denuncia di inizio attività (misura semplificata ora prevista per i soli impianti inferiori a 20KW) la costruzione e l’esercizio di impianti ad energia rinnovabile di potenza pari o inferiore a 1 MW.

Che oggi la priorità  per la promozione delle energie rinnovabili sia il miglioramento della regolamentazione è una convinzione che si sta facendo strada diffusamente. Lo ha compreso bene Pierluigi Bersani, che in occasione del recente convegno “Il motore verde dell’Italia” ha sottolineato come le nuove direttrici per una crescita equilibrata del settore passino per un miglioramento della disciplina autorizzativa, che oggi sconta una scarsa comprensione del fenomeno da parte delle amministrazioni regionali e locali, competenti in materia, prima ancora che per le già significative forme dirette di incentivazione.
Per definire un quadro normativo stabile, certo ed efficiente a disposizione del settore dell’energia, è necessario che le forze politiche collaborino e addivengano ad un accordo di fondo: l’impegno del legislatore e dei governi che si susseguono deve concentrarsi sulla razionalizzazione dei procedimenti autorizzativi mentre è un imperativo astenersi da eccessivi impegni che gravino sulle finanze dello Stato; solo in questo modo si può anche garantire una continuità delle politiche energetiche e una connessa certezza del diritto.

In concreto ciò si traduce in un’incentivazione accorta e finanziariamente sostenibile delle fonti rinnovabili e in una neutrale accettazione dell’opzione nucleare, da regolare, quindi, senza l’intervento diretto ed economico dei poteri pubblici e senza strappi con le scelte di fondo finora abbracciate. Quello che il settore e la domanda richiedono, insomma, è un arbitro coerente e regole trasparenti. Che la partita, in fine, sia giocata da chi vuole investire le proprie risorse nei progetti in cui crede.