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Una soft law sul fine vita

– di Benedetto Della Vedova, da Ffwebmagazine.it

Se l’estate porterà consiglio, a settembre la discussione della legge sul fine vita potrà ripartire su basi nuove, dialoganti e ragionevoli. E parlo di una discussione vera, non elusiva, non curiale e non digressiva, non ideologica e non “mono-logica”. Una discussione che parta dal riconoscimento dell’esistenza di una pluralità di ispirazioni etiche e valoriali in relazione al fine vita e che proprio per questo chieda prudenza al legislatore.Ascoltando le ragioni che confortano una linea normativa massimalista e intransigente come quella che emerge dal ddl Calabrò, sembrerebbe che la legge sul fine vita debba dettare una disciplina che rappresenti, in nuce, il compendio della moralità civile che è richiesta all’uomo contemporaneo di fronte alle lusinghe del “secolo”, alle promesse della scienza e alla tentazione della felicità profana. Ma un legislatore non dovrebbe avere di queste ambizioni “demoniache”. Tanto più quando si trova a disciplinare, dal punto di vista normativo, esperienze la cui natura radicalmente individuale sfugge a una regolamentazione astratta e generale, come quella di una legge.

Il fatto che sul fine vita alla politica sia chiesto di ristabilire il “vero” senso della vita – come patrimonio condiviso di un popolo o di una comunità – ha qualcosa di intrinsecamente, anche se inconsapevolmente, totalitario. Non può sfuggire che, secondo il senso comune ispirato alla libertà della persona, imporre l’alimentazione naso-gastrica a Eluana (o la respirazione forzata a Welby) è moralmente uguale a negarla a quanti invece potrebbero esserne, altrettanto autoritativamente, privati contro la propria volontà.

Dunque, se il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, afferma che la «qualità della vita non è uno standard oggettivo», non possiamo che dichiararci concordi. Ma proprio per questo, non possiamo condividere l’idea che il primato della persona e un concetto irriducibilmente soggettivo della qualità e della dignità della vita umana possano portare a una legge che, in modo astrattamente generalizzato, nega ai pazienti che versano in stato di incapacità l’adempimento delle volontà dettate in vista di un evento destinato a coronare e concludere una vicenda umana individuale e irriducibilmente soggettiva.

Se mi è più o meno chiaro da dove il ddl Calabrò è partito, non mi è molto chiaro dove voglia arrivare. A occhio e croce, forse suo malgrado, è destinato a portare a una situazione di commissariamento “poliziesco” delle Eluane di domani (cioè delle persone che versano in stato di incoscienza e sono “fatte vivere” da trattamenti di idratazione e alimentazione forzata) e di totale incertezza del diritto per quanti, pur versando in uguale stato di incapacità, ma necessitando di trattamenti diversi dall’alimentazione e dall’idratazione forzata, vedono – per il sì o per il no – le proprie volontà affidate al buon cuore o alla rigidità, alla disponibilità o all’intransigenza del medico nelle cui mani sono capitati. Con l’inevitabile corollario di un contenzioso permanente, anche di natura giudiziaria, tra i familiari (o il fiduciario) del malcapitato e la struttura sanitaria che ne contende il corpo senza adempierne fino in fondo le volontà. Insomma, l’approdo sta lì, scritto nelle cose e nei commi vergati nel “nome di Eluana”: a mezza strada tra Orwell e Kafka.

Forse un altro approdo è possibile. Avanzo nuovamente una proposta di superamento del clima di scontro che si sta inevitabilmente dlineando, tra e dentro i partiti quanto nella società e che ho già presentato, in altra sede, come una sorta di “disarmo bilaterale”.  Una legge prescrittiva, sia nel senso dell’autodeterminazione che nel senso dell’etero-determinazione dei pazienti, non potrebbe fondarsi nel nostro paese su di una ampia condivisione parlamentare. Sarebbe perciò preferibile una soft law che si limitasse a stabilire (anzi, per meglio dire, a ribadire) il no all’eutanasia attiva e all’accanimento terapeutico, e che per il resto istituisse una sorta di “riserva deontologica” sulla materia del fine vita, demandando al rapporto tra i pazienti, i loro fiduciari e i medici – nel rispetto dei principi del codice di deontologia e del dettato costituzionale – la decisione in ordine a ogni scelta di cura. Su questa piattaforma è possibile, avendo tutti rinunciato a qualcosa, coagulare una maggioranza ampia e trasversale: si potrebbe fare una legge di un solo articolo, che non coltivasse l’ambizione di tagliare, come una spada, il bene dal male, ma si limitasse a rendere praticabili rapporti terapeutici (e quindi anche morali) che oggi rischiano di essere intralciati dalla occhiuta, rigida e in fondo cieca vigilanza del legislatore.


2 Responses to “Una soft law sul fine vita”

  1. Silvana Bononcini ha detto:

    perchè no all’eutanasia attiva?

  2. ss ha detto:

    Epicuro diceva di non temere la morte, perché quando c’è lei non ci siamo noi. E quando c’è il coma noi ci saimo, ma non lo sentiamo. Lo schifo per la vita vegetativa è irrazionale, perché significa semplicemente le pure funzioni fisiologiche vitali: per Aristotele le piante hanno solo l’anima vegetativa, gli animali quella vegetativa e quella sensitiva, gli uomini quella vegetativa, quella sensitiva e quella razionale. Perciò la vita vegetativa è solo defectus boni. A questo punto, il testamento biologico mi pare un’autodeterminazione fine a se stessa, come vantarsi di essere single PER SCELTA anziché spiegare perché essere single sia bello.

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