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Il diritto d’asilo non è più un diritto

– In attesa di conoscere gli effetti dei recenti provvedimenti in materia di immigrazione, il tema dell’asilo si pone come paradigma di diritti negati o, nella migliore delle ipotesi, fortemente compressi.
“Diritti”, nel senso pieno del termine, in quanto proiezione di parametri costituzionali (art. 10, comma 3) alla cui precettività non è purtroppo seguita l’emanazione di una legge organica nazionale.

Ci si è affidati così alla stratificazione di fonti eterogenee – senza tra l’altro una distinzione legislativa tra “asilo” e status di “rifugiato” – sino ad arrivare, sotto la spinta del legislatore comunitario, alla recente normativa contenuta nel D. Lgs. 251 del 2007, che ha recepito direttiva 2004/83/CE recante “norme minime sull’attribuzione, a cittadini di Paesi terzi o apolidi, della qualifica del rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta”.

Ma la portata dell’art. 10, comma 3, della Costituzione resta potenzialmente amplissima, ancor di più della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Da essa scaturisce un diritto incondizionato in ordine ai motivi del richiedente asilo, che in linea teorica dovrebbe limitarsi a dimostrare la provenienza da un Paese in cui non gode di libertà democratiche.
Eppure, su questo tema teoricamente delicatissimo, intrecciato ad espressioni come “persecuzione” e “violazione dei diritti umani”, l’Italia mostra, oltre a riprovevoli ritardi legislativi, censurabili lacune amministrative e procedurali.

Negli ultimi anni, abbiamo assistito a migrazioni da Paesi teatri di guerre o sanguinose rivolte (Afghanistan, Iran, Nigeria, Somalia etc), cui è corrisposto un numero di riconoscimenti decisamente modesto (complessivamente appena il 10%).
Ai lunghissimi tempi di convocazione delle audizioni dei richiedenti asilo, nonostante i trenta giorni previsti dalla legge per la convocazione delle Commissioni, corrispondono evidenti carenze di organico e, sovente, un’analisi assai sbrigativa delle ragioni del richiedente asilo.
Chi poi decide di appellare un eventuale diniego di riconoscimento dello status di rifugiato innanzi al Tribunale civile, troverà non poche difficoltà, specie in relazione alla necessità di provare il timore di subire persecuzioni.  Va da sé che chi fugge da un determinato Paese, proprio per le stesse circostanze, spesso drammatiche, che ne hanno causato la fuga, può avere gravi difficoltà a produrre sufficienti elementi a sostegno della sua richiesta.

La Cassazione, però, con un’importante sentenza del novembre del 2008, osserva, tra l’altro, “che l’autorità amministrativa esaminante ed il giudice devono svolgere un ruolo attivo nell’istruzione della domanda,” riconoscendo così un “dovere di cooperazione del giudice”, che sembra cogliere nel segno e mitigare le difficoltà del richiedente (e del suo avvocato).

Spostandoci sul versante politico, è opportuno richiamare il recente “Patto europeo” del 2008 che, al punto 4, si prefigge l’ambizioso scopo di costruire un’ “Europa dell’asilo”, invitando gli Stati membri ad una politica comune. In particolare, avrebbe già dovuto essere istituito un “Ufficio di appoggio europeo”, con l’obiettivo di armonizzare le procedure di asilo e la giurisprudenza, anche alla luce della Direttiva n° 83 del 2004, della cui azione però non sembra esservi traccia. Tutto ciò mentre aumentano le perplessità delle organizzazioni umanitarie verso l’ Agenzia europea di controllo delle Frontiere esterne degli Stati membri (c.d.Frontex), fortemente sostenuta da Francia e Spagna, ma troppo spesso incline a respingere i migranti verso Paesi che non garantiscono sufficienti diritti ai richiedenti asilo.

Come non distinguere dalla condivisibile lotta all’immigrazione clandestina, i diritti fondamentali della persona umana, come la salvaguardia dell’individuo da condizioni di oppressione?
Sul tema, giocoforza, vi saranno ulteriori sviluppi legislativi, soprattutto di iniziativa comunitaria. Difficile però intravedere un concreto e comune interesse politico ad una compiuta tutela dei diritti dei richiedenti asilo; anzi, il rischio è quello di affievolire la portata di principi enucleati oltre mezzo  secolo fa nelle Convenzioni internazionali e nelle Costituzioni dei Paesi occidentali.


Autore: Matteo Megna

Romano, 35 anni, avvocato penalista. Già collaboratore al Parlamento europeo con i Radicali italiani, si occupa di diritto penale e di diritto dell'immigrazione.

One Response to “Il diritto d’asilo non è più un diritto”

  1. Claudio V. ha detto:

    L’articolo 10 della Costituzione è la dimostrazione di quanto questa sia in diversi punti anacronistica, perchè concepita oltre 60 anni fa quando le immigrazioni di massa verso l’Italia erano inesistenti.
    Concedere l’asilo politico a chiunque provenga da paesi in cui non siano garantite le stesse libertà democratiche tutelate dalla nostra Costituzione, come scritto in quell’articolo, sarebbe irresponsabile, perchè significherebbe importare l’intero Terzo Mondo, ma noi non possiamo accettare e sperare poi di integrare tutti i poveracci di questo mondo, neppure se sono richiedenti asilo, è bene rendersene conto.

    P.S. Possibile che nessuno dei tanti giuristi che tirano regolarmente in ballo l’articolo 10 della Costituzione non si renda mai conto di quanto sia irrealizzabile?
    Un po’ di senso critico ci vorrebbe, ma a quanto pare molti hanno scambiato la Costituzione per un testo sacro da venerare, immutabile nel tempo e fonte di ogni verità assoluta.

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