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G8 e realpolitik: perché la repressione degli uiguri fa meno scandalo di quella iraniana?

– Il recente vertice del G8, che si è concluso il 10 luglio scorso all’Aquila, ha avuto un esito importante specialmente per quel che riguarda le prospettive economiche e gli aiuti stanziati nei confronti dei paesi africani. È stato un po’ controverso sotto altri aspetti. Mi riferisco, in particolare, agli accordi presi in materia ambientale, dove sono convinto sia necessario un impegno più forte, da parte dei paesi partecipanti, rispetto ai parametri discussi e concordati durante il vertice internazionale.

Al di là dei risultati, intendo soffermarmi però su di un aspetto che mi ha fatto molto riflettere. Infatti, mentre si sviluppava e si animava la critica della violenta repressione iraniana dopo le proteste per l’esito delle elezioni presidenziali, il leader cinese Hu Jintao lasciava il G8 e rientrava in patria per dirimere le controversie sorte in ordine alla repressione della minoranza musulmana degli uiguri, presente nella provincia dello Xinjiang.
Su questa ultima vicenda il G8 si è contraddistinto per il suo silenzio “assordante”. La mancata presa di una qualsivoglia posizione è stata forse dovuta all’imbarazzo sorto tra i paesi impegnati nel vertice, visto che la questione riguardava proprio uno degli stati partecipanti. In ogni caso, è apparso evidente che, da un lato, c’è stata la decisione del Governo italiano di non invitare al vertice l’Iran, per l’intollerabile repressione della protesta popolare e, dall’altro, si è assistito al più completo silenzio da parte di tutti gli stati partecipanti in merito alla vicenda cinese.

Tali comportamenti non sono nuovi, esempi simili si sono verificati, in passato, nei riguardi della questione cecena, dove, proprio per realpolitik, le prese di posizione si sono spesso limitate a sterili e molto deboli dichiarazioni di condanna. Lo stesso avviene ed è avvenuto in passato nei confronti della Cina: ricordiamo tutti la repressione tibetana, che da sempre appassiona l’opinione pubblica mondiale.
Il vero nodo della questione sono gli interessi che legano la Cina agli altri paesi industrializzati, in particolare agli Stati Uniti. Questi aspetti economici di certo non sono trascurabili da parte del resto del mondo, basti pensare che la Cina detiene una considerevole parte del debito pubblico USA e questo fa sì che nei confronti del governo cinese vengano assunte posizioni meno decise rispetto a quelle adottate nei confronti dell’Iran, anche quando la violazione dei diritti civili e umani è ugualmente indiscutibile.

Gli aspetti economici sono determinanti e costituiscono la base di ogni rapporto tra i paesi del mondo, quindi è fondamentale tenerli in considerazione, ma la domanda che dobbiamo porci è se ci debba essere un limite e quando debba ritenersi superato. Personalmente credo che il limite debba esistere e debba essere uguale per tutti, che venga superato da un piccolo o da un grande paese, senza distinzioni di sorta. E per limite intendo il rispetto delle libertà civili e dei diritti umani, venuto meno sia in Cina sia in Iran: né a giustificare il differente trattamento può essere la diversità della situazione, da una parte legata alle elezioni presidenziali e dall’altra alla rivendicazione di autonomia di una minoranza. L’Europa e l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia insegnano che in passato la comunità internazionale ha preso delle forti posizioni a tutela delle minoranze che chiedevano a gran voce l’emancipazione e il riconoscimento internazionale.

In questo caso, le autorità mondiali non si sono opposte alla repressione di una manifestazione di autonomia, diritto internazionalmente riconosciuto, intervenendo invece per manifestazioni che denunciano brogli tutti da dimostrare.
Quello che auspico è che incontri come il recente vertice del G8 non servano alla comunità internazionale solo per trovare un denominatore comune per le regole in materia economica o ambientale, ma anche per il rispetto dei diritti umani. Quando viene meno il rispetto di queste regole non si deve guardare in faccia nessuno, che l’interlocutore si chiami Russia, Cina oppure Iran, tanto meno in nome della realpolitik, perché al di la di tutto, quello che veramente deve interessare è la persona e il rispetto della sua vita e dei suoi diritti, in qualsiasi situazione.


Autore: Fabio Gava

Nato a Godega di Sant’Urbano (Treviso) il 26/10/1949, laureato in giurisprudenza e avvocato. Dopo un lungo impegno nelle file del Pli, è stato consigliere regionale di FI in Veneto dal 1995 al 2008, ricoprendo le cariche prima di Assessore al Bilancio, poi alla Sanità, ed infine alle Politiche Economiche. Dal 2008 è deputato del Pdl e membro della membro della X Commissione Attività Produttive, Commercio e Turismo della Camera dei Deputati.

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