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Dagli States (1) – Indiani, messicani e congolesi, ecco i primi americani

Negli Usa per un seminario di studi del Cato Institute, Piercamillo Falasca invia per Libertiamo una serie di corrispondenze tra il pubblico e il privato, il personale e il politico.  Un diario di viaggio “amerikano” sull’America ideale e quella reale. Prima puntata

Primo giorno e mezzo a San Diego, in attesa che inizi la Cato University, il seminario di una settimana dell’importante think tank libertario. Non essendo questo un giornale di viaggi o turismo, non vi tedierò con descrizioni paesaggistiche, giudizi culinari e quant’altro. Nei prossimi giorni vi parlerò dei temi del seminario  (“Economic crisis, War, and the Rise of the State”), accompagnati da qualche contorno. Per ora, mi piace iniziare così.

L’indiano alla reception
Arrivato a notte fonda al motel dove passerò le prime due notti (poi mi sposterò nel quartiere in cui si tiene il seminario), ero troppo stanco per il viaggio estenuante ed esasperato per il ritardo del volo da Philadelphia a San Diego per prestargli attenzione. Solo domenica mattina, svegliatomi ad ore antelucane causa jet lag, ho curiosato (mi piace, che ci posso fare) nella vita di quel giovane indiano alla reception. Studente di ingegneria informatica, copre una parte delle sue spese facendo il portiere in questo motel a sud della città. Poteva mai mancare l’incontro con il famigerato studente indiano di informatica? Dall’aspetto e dalla parlata s’intuisce che è uno sgobbone pazzesco, tendente al nerd. Ma mi sta simpatico, come tutti i nerd. “Sicché tu sei uno di quelli che fregherebbe il lavoro agli americani?”, gli dico, chiarendo subito che io non credo affatto che lui rubi il lavoro, visto che non c’è un numero fisso di posti nell’economia. “Io la vedo così – mi risponde – per me le aziende possono pure iniziare a cercare tra i miei colleghi americani. Se trovano ciò che cercano, it’s ok. Ma sono sicuro che qualcuno chiamerà anche me”. Lo dice con sorrisino beffardo e sicuro. God bless America.

La frontiera
Dopo appena un giorno a San Diego, non valeva la pena passare il confine con Tijuana. Sebbene a piedi, al ritorno mi sarei dovuto sorbire una lunga attesa e delle stupide domande dei poliziotti americani: il motivo della visita, cosa porti con te e così via. E forse è meglio andare in compagnia di qualcun altro a Tijuana. E così sono arrivato col trenino metropolitano fino a San Ysidro, al confine. Posso dire di aver visto la mia prima “vera” frontiera, avendo attraversato le altre solo virtualmente (in aeroporto o tra paesi Schengen) o in paesi con livelli di controllo molto più blandi. In qualche modo, vedere quelle file chilometriche di automobili, la fiumana di lavoratori che affrontava i controlli a piedi, ascoltare le voci aspre della Inmigraciòn americana (ha più senso, chiamata in spagnolo) e osservare quel muro col ferro spinato che corre per chilometri ti porta alla mente tante suggestioni: tra San Diego e Tijuana ti sembra di essere davvero ad uno dei confini tra Nord e Sud del mondo; la città messicana sembra un insediamento barbaro ai confini del limes romano; non mi stupirò mai di quanto siano fittizi i confini e, allo stesso tempo, di quanta strada abbia percorso l’Europa, abbattendoli.

Germany is not a good place for us
Nel trenino, becco una strana famiglia di colore. Padre e madre parlano tra loro in una lingua africana, i quattro figli (il primo avrà avuto diciotto anni, l’ultima cinque o sei) in tedesco. Tedesco perfetto. La curiosità era troppa, ma la fortuna ha voluto che sia stato il padre a rivolgermi la parola. In breve: erano congolesi, dopo quindici anni a Essen, in Germania, si erano appena trasferiti da poco in California. “Germany is not a good place for us” fa la signora, toccandosi il braccio per indicarmi il colore della pelle. Il figlio maggiore, chiaramente contrariato dalla decisione di lasciare la Germania, mi dice che per lui e i suoi fratelli i problemi ci sono stati, ma che avendo il tedesco come madrelingua le cose andavano molto meglio che per i genitori… e che la situazione stava comunque cambiando. “Qui le cose vanno meglio?”, chiedo alla madre. “Sì, decisamente, qui siamo come i neri americani”. Ci sarebbe da indagare sulla seguente questione onanistica: quanto gli africani (al netto dell’ovvia barriera rappresentata dal costo del viaggio, questa famiglia è evidentemente un’eccezione) sono spinti ad emigrare negli Stati Uniti, con l’idea che la presenza dei neri d’America riduca i loro problemi d’integrazione? Ad ogni modo, il figlio maggiore chiosa così: “Io tornerò presto a Essen, la mia ragazza mi sta cercando un lavoro… per quale squadra di calcio fai il tifo?”


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

One Response to “Dagli States (1) – Indiani, messicani e congolesi, ecco i primi americani”

  1. antonluca ha detto:

    good stuff man!
    ho appena letto – su segnalazione della Dear Vale ( che tra l’altro ti sta piazzando un bel colpo in terra ginosina per presentare il tuo libero .. poi ti dirà :) – questo tuo diario USA :)
    well done…look forward to the second one!

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