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Ad Urumqi l’ennesima crepa del “formidabile” modello cinese

– Due settimane dopo i primi scontri di cui si è avuta notizia nella regione cinese dello Xinjang, gli aggiornamenti sulla situazione sono pressoché scomparsi dai telegiornali.
Gli Uiguri, repentinamente saliti sulla ribalta internazionale a causa dell’esplodere della violenza nella città di Urumqi, altrettanto repentinamente ne sono stati spazzati via, vittime del blackout d’informazione voluto dal regime di Pechino.

Federico Rampini, nel suo reportage pubblicato su La Repubblica del 21 luglio, riferisce dell’occupazione militare della capitale dello Xinjang, della completa impossibilità di comunicare, da lì, col resto del mondo, della tensione sempre crescente tra Han e Uiguri, che il regime, lungi dal voler appianare, fomenta, diffondendo all’infinito dalla televisione immagini ben selezionate degli scontri del 5 luglio, in cui appaiono soltanto cinesi Han feriti e coperti di sangue.

Le fonti convergono sul bilancio ufficiale della rivolta, circa millecinquecento arrestati e centottanta morti. Ma – ci domandiamo – la parola “ufficiale” ha ancora un significato, in un paese in cui, lo abbiamo visto, la censura è una macchina straordinariamente efficace, eccezionalmente spietata, spesso mortale?

Voci che gli stessi leader uiguri in esilio definiscono “non confermate”, ma che a nostro avviso hanno almeno lo stesso diritto di cittadinanza dell’ “ufficialità” alla pechinese, parlano, oltre che di circa quattromila arrestati senza troppi complimenti, di almeno quattrocento vittime; cifre così contrastanti tra loro suscitano dubbi che certo non vengono placati dal leggere, nell’articolo di Rampini, frasi come “da due settimane non arrivano né partono email. E’ impossibile telefonare all’estero, le linee internazionali sono mute, anche i cellulari sono limitati alle chiamate locali. Per sei lunghissimi giorni sono tagliato fuori dal mondo. L’implacabile macchina della censura cinese ha chiuso gli accessi, ha il controllo totale sull’informazione. Non escono notizie dall’interno dello Xinjiang”.

Secondo il governo cinese, la responsabile della rivolta, la pericolosa sovversiva che ha scatenato migliaia di pericolosi terroristi islamici contro civili cinesi innocenti, è Rebiya Kadeer, già citata nel nostro precedente articolo del 7 luglio.
Riportiamo qui una delle sue “terroristiche” dichiarazioni e rivendicazioni:

“Chiediamo al governo cinese di porre fine alla sua brutale repressione degli uighuri in tutto il Turkestan Orientale e di dare conto pienamente e in modo corretto di tutte le vittime e i feriti tra i dimostranti”.
Riportiamo anche (per ora, ci pare, in esclusiva) la traduzione di una dichiarazione d’intenti contenuta in un volantino diffuso dalla Kadeer e da Enver Can, altro leader uiguro in esilio, nel 2007 a Bruxelles, durante il Consiglio Generale del Partito Radicale: “Ci appelliamo alla comunità internazionale perché adotti risoluzioni che invitino le autorità cinesi a:
– estendere un invito aperto a tutti gli inviati speciali del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite perché vengano in missione ufficiale nell’East Turkestan;
– mettere fine alla cosiddetta campagna “Strike Hard”, che bolla come terrorista l’intera popolazione uigura;
– abbandonare la pratica di comminare la pena di morte ai dissidenti politici e religiosi;
– rilasciare i prigionieri incarcerati per ragioni politiche e religiose;
– garantire la salvaguardia dell’identità culturale, religiosa e nazionale degli uiguri;
– assicurare il rispetto dei diritti umani del popolo uiguro;
– cessare di utilizzare a sproposito la guerra globale contro il terrorismo per giustificare la persecuzione della popolazione uigura.”

Parole molto più moderate e pacifiche di quelle di tanti altri (veri o presunti) popoli oppressi, molto meno terroristiche di quelle di tanti leader che però il politicamente corretto imperante nei nostri media osa appena definire “militanti”, eppure ignorate da larga parte della comunità internazionale, oltre che sistematicamente respinte, nell’indifferenza pressoché generale, dal regime cinese.

La causa uigura non va di moda, il cappellino tipico del popolo dell’East Turkestan è evidentemente meno “fashion” della kefiyya, la voce sommessa ma decisa della “guerriera gentile“, che chi scrive ha avuto l’onore di ascoltare dal vivo, non riesce ad imporsi come voce di un popolo che, in grandissima parte, altro non chiede se non libertà e rispetto dei diritti umani.

Nel riportare questi estratti, comunque, al di là delle polemiche, vogliamo soprattutto sottolineare che le rivendicazioni della Kadeer si incastrano alla perfezione con la tesi esposta in questo articolo dell’Economist: le ingiustizie perpetrate in Cina in nome dello sviluppo economico, del progresso, dell’armonia statale non possono più passare in secondo piano. Nuove generazioni di cinesi Han e di minoranze etniche crescono, libere dalla povertà che affliggeva i loro genitori; decine di milioni di cristiani, musulmani, Falun Gong, anche loro meno affamati di un tempo, cominciano ad esigere quella libertà di culto da sempre soppressa in nome di una superiore “armonia” nella comunità; i contadini diventano via via meno accondiscendenti all’idea di cedere le proprie terre alle autorità locali.

Quello che l’articolo definisce “growth-for-freedom trade-off”, il compromesso per cui più la Cina cresce economicamente e meno rispetta le libertà individuali, è ormai un modello politico-economico che mostra crepe evidenti, soprattutto (ma non solo) dalle parti del Tibet e dello Xinjang; non solo il mondo, ma anche parte dell’opinione pubblica interna condanna gli eccessi di repressione e di centralismo del governo di Pechino.

Il regime, certo, potrà continuare pressoché indisturbato la sua opera spietata di repressione e censura; non potrà però ignorare indefinitamente le minacce che arrivano da ogni parte della nazione al perpetuarsi dell’armonia, quell’armonia che da secoli costituisce il cardine della società cinese, che per molto tempo ha consentito una crescita economica da record, che ha portato a milioni di persone un relativo benessere materiale, ma che oggi, a causa degli stessi fattori che l’hanno mantenuta in piedi per tutto questo tempo, sembra più che mai in pericolo.

Fonti: Repubblica.it, LaVoce, World Uyghur Congress, Lettera22, The Economist, Wikipedia .


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

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