Sciogliamo le catene alle professionalità

– da www.ffwebmagazine.it

Non è un caso che la prima proposta di legge “made in Facebook” riguardi la riforma delle professioni regolamentate. È stato naturale che da una discussione del tutto “disintermediata” e aperta nello spazio virtuale di un gruppo FB (“Io non voglio il posto fisso, voglio guadagnare”) uscisse una proposta radicalmente alternativa a quelle che rubricano alla voce “liberalizzazioni” misure tese a rafforzare l’intermediazione degli Ordini sull’accesso al sistema delle professioni. È stato altrettanto naturale per Libertiamo promuoverne la diffusione e costruirvi intorno un pacchetto di mischia parlamentare. Non è neppure strano che ad adottare la proposta di legge sia stato un gruppo di deputati del Pdl (Della Vedova, Cazzola, Martino, Moles, Golfo e Raisi), sebbene l’orientamento ufficiale della coalizione di centrodestra (come, mutatis mutandis, quello prevalente nel Pd) sembri ormai quello di dichiarare la resa al sistema degli Ordini professionali e di riconoscere a essi la dignità di intangibili Sancta sanctorum. All’interno del Popolo della libertà  rimane viva la sensibilità per una liberalizzazione privata degli elementi più o meno simbolicamente “ritorsivi” di cui era stata caricata nella stagione del centrosinistra (con un certo senso di odio di classe), ma ancorata, nello spirito e nella lettera, all’esigenza di ripristinare logiche di mercato (sull’accesso, sulla selezione, sulle tariffe, sulla pubblicità) in un sistema che oggi si vanta, in nome della natura semi-sacramentale della professione, di rifuggire da logiche “mercantili”.

È comprensibile che un paese che ha storicamente legato e delegato alla disciplina degli Ordini compiti di vigilanza sull’attività, sulla correttezza e sulla reputazione dei professionisti guardi con apprensione a una riforma che, in apparenza, sostituisce la de-regolamentazione all’auto-regolamentazione. Ma non è onesto tacere delle derive corporative di questo “schema” e delle conseguenze che esso ha comportato all’interno e all’esterno del sistema delle professioni. Una cosa è dichiarare una guerra ideologica, inutile e astratta agli ordini professionali: altra cosa è accettarne e ulteriormente promuoverne l’assoluta autoreferenzialità. Il problema della liberalizzazione delle professioni – sarebbe bene ricordarlo – non è solo di equità, ma è anche di efficienza. Il sistema ordinistico, così come si è andato consolidando, istituisce sul lato dell’offerta una robusta barriera all’accesso e comporta, per le sue dinamiche anticoncorrenziali, delle ricadute pesanti sul versante della domanda. I costi della compliance fiscale per un’impresa, o quella sorta di sovrapprezzo che una famiglia sopporta per acquistare un immobile non sono questioni che riguardino solo i commercialisti e i notai. E non vanno trattate, discusse e decise solo con loro, come invece normalmente si fa.

A dare eloquente testimonianza di questo clima è sufficiente il disegno di legge di riforma della professione forense in discussione al Senato, che disciplina l’accesso all’attività e il suo esercizio in modo tale da trasformare il Consiglio nazionale forense in una sorta di “cartello” istituzionale, che anziché finire sotto la scure dell’Autorità per la concorrenza (come succederebbe in un paese normale), avrebbe un legittimo potere di blocco sul mercato della professione. Vediamo più nel dettaglio la proposta di liberalizzazione, che non si prefigge alcun fine eversivo, ma cerca al contrario di “normalizzare” l’esercizio dei servizi professionali in Italia, consentendo ciò che in un paese ad economia avanzata non dovrebbe mai essere messo in discussione: la pubblicità dell’attività professionale sui quotidiani nazionali, sulle emittenti radiotelevisive, su internet (in teoria permessa dalla legge Bersani, ma poi considerata poco “decorosa” e quindi scoraggiata a suon di provvedimenti disciplinari da alcuni Ordini professionali); la costituzione di società professionali di capitali, favorendo l’alleanza tra professionisti e soci di mero investimento; la compatibilità dell’attività di avvocato o commercialista con quella di giornalista e con l’attività commerciale; la possibilità per le società interprofessionali di assistere e rappresentare in giudizio i clienti, attraverso un proprio socio o dipendente abilitato a farlo.

Sull’annosa questione delle tariffe occorre mettere un punto fermo ai tentativi degli Ordini, pasticciati e un po’ bizantini, di vanificare le disposizioni della legge Bersani, che aveva vietato l’obbligatorietà degli schemi tariffari. La proposta di legge ritorna alla versione originaria del cosiddetto decreto Bersani, vietando non già l’obbligatorietà delle tariffe ma la loro stessa fissazione. Durante la conversione del decreto si era già provveduto, prima ancora di fare la legge, a trovare l’inganno e a vietare non già le tariffe, ma la loro obbligatorietà, consentendo ad esempio all’Ordine degli avvocati di continuare a fissarle e a considerare indecorosi e quindi inapplicabili per gli iscritti quegli onorari non in linea con gli schemi tariffari. In più, seguendo un’esplicita indicazione dell’Antitrust, nella proposta di riforma si stabilisce una norma d’interpretazione autentica dell’articolo 2233 del Codice Civile (“la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”), precisando che la disposizione in questione si limita a disciplinare rapporti di tipo privatistico tra le parti di un contratto e non attribuisce alcun potere agli Ordini in termini di verifica della corrispondenza del compenso richiesto al decoro della professione e all’importanza dell’opera.

Infine, con un esplicito riferimento ai giovani, sono previste due misure: con la prima si elimina il regime dei minimi contributivi previdenziali per i professionisti, problema assai sentito dai più giovani che – appena entrati nel mercato del lavoro professionale – sono spesso costretti a pagare cifre considerevoli alle Casse, magari senza avere ancora guadagnato alcunché; con la seconda si dà facoltà agli studenti universitari di svolgere già durante il corso di studi il periodo di praticantato obbligatorio, propedeutico all’abilitazione professionale. Questa, in pillole, la proposta. Come quasi tutte le riforme “strutturali” – capaci cioè di incidere nel lungo periodo sui tassi di crescita e sulla competitività del paese – anche quella delle professioni coinvolge interessi consolidati e politicamente influenti e obbliga a una intelligente prudenza. Che però non significa star fermi, ma capire quando è il momento di muoversi.


Autore: Carmelo Palma e Piercamillo Falasca

Carmelo Palma - 42 anni, torinese, pubblicista. E' stato dirigente politico radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Tra i fondatori dei Riformatori Liberali. Direttore dell’Associazione Libertiamo. ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Piercamillo Falasca - Nato a Sarno nel 1980, laureato in Economia alla Bocconi, è fellow dell’Istituto Bruno Leoni, per il quale si occupa di fisco, politiche di apertura del mercato e di Mezzogiorno. È stato tra gli ideatori di Epistemes.org. E’ vicepresidente dell’associazione Libertiamo.

2 Responses to “Sciogliamo le catene alle professionalità”

  1. Leggo sempre con interesse tutto ciò che mi è dato leggere sull’argomento “liberalizzazioni” e massime delle professioni. Il cuore vero del problema è il valore legale del titolo di studio. La lezione di Luigi Einaudi dovrebbe essere il pilastro forte di ogni azione di liberalizzazione. L’abolizione di questo residuo di medioevo corporativo sarebbe un toccasana per l’innalzamento dei valori e delle responsabilità individuali e di gruppo, sia nelle fasi di formazione che in quelle di operatività, e perciò stesso per l’economia tout court. Non sento muover però fronda in tal senso. Ci vuole decisione e coraggio. Le altre iniziative, pur lodevolissime, servono solo ad impantanarsi in polemiche da cui si esce per forza di cose perdenti. Se volessi sfidare un Totti od un Ibrahimovic non lo farei di certo su di un campo di calcio. Tenterei di farlo magari davanti ad una scacchiera. Abbiate il coraggio e la determinazione di attaccare direttamente il cuore del problema.

  2. Angela Roveda ha detto:

    Ricevo dalla newsletter dell’ordine degli avvocati a cui sono iscritta (Milano) e inoltro alla comunità di Libertiamo:

    “INTERVENTO DELL’ORDINE DI MILANO NEL PROCEDIMENTO
    DELL’ANTITRUST NEI CONFRONTI
    DELL’ORDINE DEGLI AVVOCATI DI BRESCIA

    Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano, nella seduta del 29 luglio scorso, ha deliberato di intervenire nel procedimento aperto dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nei confronti dell’Ordine degli Avvocati di Brescia, in conseguenza della sottoposizione a procedimento disciplinare e della condanna alla sanzione della censura di un Consigliere dell’Ordine di Milano e di un altro avvocato milanese, quali promotori di A.L.T. Assistenza Legale per Tutti.

    In particolare, l’Autorità Garante ha ritenuto di poter avviare l’istruttoria affermando che “il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Brescia, in quanto ente territoriale rappresentativo di imprese che offrono sul mercato in modo indipendente e stabile i propri servizi professionali, è un’associazione di imprese ai sensi dell’art. 2, comma 1, della legge n. 287/90″.
    Rilevato il contrasto di tali affermazioni con la natura di enti pubblici non economici dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati, come più volte riconosciuto dalla costante giurisprudenza delle Sezioni Unite della Cassazione Civile, il Consiglio dell’Ordine ha autorizzato il proprio Presidente a presentare istanza di partecipazione al suddetto procedimento al fine di sostenere la non assoggettabilità degli Ordini alle competenze dell’Antitrust e per rivendicare le prerogative in materia disciplinare stabilite dalla legge.

    Il Consiglio dell’Ordine, inoltre, ha trasmesso la delibera assunta e il fac-simile dell’istanza a tutti gli Ordini d’Italia, invitandoli a intervenire nel procedimento”.

    al di là della questione in sè della “sussistenza della giurisdizione Antitrust sugli Ordini”
    (tema importantissimo comunque connesso a tutte le tematiche fondamentali che fondano la necessità di riforma delle professioni liberali)
    ho deciso di postare questa comunicazione perchè è sintomatica delle forti preoccupazioni che angustiano i direttivi degli Ordini.
    La tempestività della reazione (il 29 luglio!) e la mobilitazione che si vorrebbe provocare ci dice una cosa bella: non si credono più eterni immutevoli e inamovibili.
    Credo e spero che abbiano di che preoccuparsi

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