- IN ALLEGATO, ILLUSTRAZIONE E ARTICOLATO DEL PROGETTO DI LEGGE – Alcuni ragazzotti, spalleggiati da qualche deputato naive, redigono una proposta di legge sulla liberalizzazione (e sull’ammodernamento) delle professioni, la depositano grazie ai deputati alla Camera dei Deputati e puntano ad aprire un dibattito – anzi, diciamola tutta, uno scontro – interno alla maggioranza di governo, sperando che il maggior partito di opposizione scelga finalmente di fare il suo mestiere. Il tutto mentre al Senato si discute e si approva un testo corporativo e illiberale su una delle più importanti professioni, quella forense.La nostra proposta, che abbiamo chiamato “Per aprire le professioni”, è un testo di bandiera o una mossa tattica per cercare di gonfiare il petto in attesa che la controriforma dell’avvocatura giunga nell’altro ramo del Parlamento? Entrambe le cose, ma con un’aggiunta “filosofica”: l’affermazione di una diversa visione del mondo e della società. Quella del Senato, si perdoni il termine, è una vera porcheria, una controriforma corporativa dell’avvocatura che alza insostenibili barriere all’ingresso per i giovani, reintroduce le antistoriche e anticoncorrenziali tariffe ed elimina ogni scampolo di concorrenza permesso dalla legge Bersani (quel po’ che era rimasto, la gran parte è già stato vanificato dagli Ordini con pasticci interpretativi). D’altronde, come diceva ieri Gaetano Romano dell’Unione Giovani Avvocati Italiani, intervistato da Libertiamo.it, non c’è molto da aspettarsi da un sistema di partiti – tutti, nessuno escluso – che si fa quasi dettare una riforma dal Consiglio Nazionale Forense.
Domani quindi presentiamo una proposta di legge che pare battuta in partenza, sull’avvocatura e sulle altre professioni. Ma non lo facciamo perché siamo ingenui o inguaribili ottimisti: lo facciamo perché vogliamo esprimere, spiegare e comunicare con forza che “un altro mondo è possibile”. E non è il mondo preconizzato dai tanti nostri coetanei no-global e sinistrorsi: qui non si chiedono salari minimi, contratti a tempo indeterminato per tutti, lotte contro le multinazionali. E’ possibile – anche in Italia… cazzo – un mondo fatto di merito, di responsabilità, di opportunità, di competizione. A partire dalle libere professioni, che si chiamerebbero non a caso “libere”.
Provate a dire negli altri paesi ad economia avanzata che per tutelare il decoro di una professione va vietata la pubblicità di un’attività professionale sui quotidiani o su Internet. Spiegate ad un architetto di un grande studio di New York che in Italia le società di professionisti non possono assumere la forma di società di capitali. Raccontate ad un commercialista spagnolo che in Italia la sua attività è incompatibile con quella di giornalista. Vi guarderanno cercando di capire il perché di questi astrusi divieti.
Sentita questa. Ho un amico brasiliano che ha conseguito il suo PhD alla Bocconi di Milano e ora insegna in un’università americana. Qualche anno fa è venuto a trovarmi a Roma in compagnia di una sua amica. Le spiegava che in Italia abbiamo il “problema dei taxi”. Io lo guardavo, stupito e imbarazzato, parlare di un paese in cui non si riesce a liberalizzare quel settore, un paese in cui la politica viene condizionata nelle sue scelte da qualsivoglia corporazione. “I taxi?” chiedeva divertita la ragazza, forse pensando a quanto competitivo sia lo stesso settore nelle metropoli americane, o a Barcellona, a Buenos Aires, a Bangkok, a Londra. Ecco, a me quella conversazione – chissà perché – mi riportò alla mente I viaggi di Gulliver. Nel paese di Blefuscu, impero rivale di Lilliput, era stata emanato dall’imperatore un editto con il quale s’imponeva ai sudditi che volessero bere un uovo fresco, di rompere lo stesso dalla parte della punta stretta, anziché da quella della punta larga, come è normale che sia. Il tutto perché il padre del re, da bambino, si era graffiato un dito seguendo il metodo classico. Il popolo reagì violentemente a questa legge. Ci furono sei rivoluzioni. Nell’Italia di oggi, non ci s’indigna nemmeno. In attesa della rivoluzione, con il nostro disegno di legge, cerchiamo di spiegare almeno da che parte si rompe l’uovo.
Dossier proposta di legge su liberalizzazioni: Download
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La riforma delle professioni è un’occasione importante per rifondere qualità e dignità al sistema forense. Per il bene di questa professione e per garantire i diritti dei consumatori sarebbe necessario riformare profondamente il percorso formativo più che inasprire le regole per l’accesso in se, tale percorso dovrebbe garantire ai giovani professionisti una effettiva formazione professionale e manageriale che consenta questi di offrire un servizio di qualità in regime di concorrenza.
Tutto ciò e’ mal veduto da coloro i quali ancora oggi temono le scomode regole della concorrenza, essi infatti tutelerebbero la dignita’ ed il decoro della professione occupandosi di inasprire le regole per l’accesso delle “nuove leve” anziché impegnarsi a predisporre un percorso di profondo rinnovamento, che interessi il nucleo del sistema.
E’ sufficiente esaminare la recente proposta di Legge del CNF per cogliere in essa inaccettabili rigurgiti corporativi con cui gli “anziani” riversano sui “giovani” la colpa della dequalificazione professionale, così giustificando la proposta di inasprimento delle regole di accesso alla professione e di gestione dell’affare della formazione obbligatoria. Il tutto si traduce in un espediente per cui rafforzare ancora il sistema corporativo in danno ai giovani professionisti ed in spregio alla politica di liberalizzazione dei servizi legali della UE.
Cio’ dimostra quanto lo sforzo riformatore dell’aristocrazia forense sia inadeguato ed estraneo al moderno contesto del mercato e distante dalle esigenze dei consumatori e della “base” dell’avvocatura. Soltanto l’apertura ad un sistema concorrenziale può incentivare i professionisti alla formazione ed alla specializzazione per poter competere nel mercato dei servizi professionali.
Un sistema concorrenziale non consente che il potere decisionale nel procedimento disciplinare, nell’accesso e nell’affare della formazione obbligatoria sia esercitato da Consigli o Commissioni composti in maggioranza da appartenenti alle categorie rappresentate. Un sistema concorrenziale non consente ad un unico Ordine professionale di gestire in regime di monopolio una professione.
Garantendo una formazione selettiva unitamente alla libera iniziativa e alla libera concorrenza nella professione, attuando una vera liberalizzazione di tutto il settore sara’ possibile la sopravvivenza nel mercato soltanto dei professionisti capaci e dei servizi migliori. Il sistema verrebbe conseguentemente “svecchiato” producendo ovvie ripercussioni positive sull´economia nazionale. La logica fino ad ora perseguita ha prodotto molti professionisti incompetenti protetti dalle garanzie corporative, che galleggiano nel mercato senza avvertire la necessità di migliorarsi e promuoversi, che offrono ai consumatori un servizio pomposo, molto spesso scarso e costoso.
Oggi, paradossalmente, come il gatto che si morde la coda, essi “necessitano” della cosiddetta formazione coattiva imposta dall´Ordine professionale. Tale logica meriterebbe di soccombere dinanzi ai diritti fondamentali dei consumatori e dei medesimi professionisti. L’esame di stato non può essere considerato un concorso da superare per ottenere un posto di lavoro perchè nelle professioni il lavoro lo crea il professionista, vero e proprio imprenditore, direttamente responsabile nei confronti della Legge e dei consumatori.
Inoltre, esiste una evidente disparità di trattamento in ordine agli esami di stato per l´acceso alle diverse professioni. Si pensi alla professione di medico e di ingegnere, le cui responsabilità da imperizia non sono certamente meno gravi di quelle ascrivibili ad un avvocato, anzi. Nel loro caso, l´esame di Stato viene superato praticamente dal cento per cento dei partecipanti, essendo una prova pro forma.
Ciò non ha creato alcun problema per l´esercizio della professione, né ai vecchi né ai giovani professionisti, perché è la selezione naturale dei migliori che fa la differenza. Nessuno va a farsi curare da un medico che non gode di buona fama, né si fa progettare una casa da un ingegnere incapace. Non è certamente il superamento dell´esame di Stato che attribuisce capacità, conoscenza.
L’accesso alla professione non può essere impedito quando il percorso formativo previsto dalla Legge sia stato già compiuto con successo in tutte le sue fasi, il diritto di accedere alla professione deriva dal diritto fondamentale al lavoro. Guai a lasciare senza alcun limite e controllo nelle mani di un Ordine il destino di chi e’ fuori dalla categoria, pena l’impossibilita’ di ogni riqualificazione della professione e di un ricambio generazionale corretto e vitale.
Il sistema adottato fino ad ora garantisce esclusivamente la sopravvivenza di gruppi di potere, impedisce la concorrenza, contrasta con le regole della UE ed offende i diritti e le libertà fondamentali dell´uomo. Non alligna in altro Stato europeo e non è degno di sopravvivere nel nostro Paese.
Ugo G. Cacciatore
Cell. 3471247492
Studio Legale Cacciatore
Roma, Parma
http://www.studiolegalecacciatore.it
bravo, hai davvero ragione!
io sono un giovane studente di giurisprudenza nell’Ateneo di Perugia, e queste riflessioni mi toccano davvero da vicino.
Sono è sarò sempre un Berlusconiano ( convinto)…. ma davvero, spero che questa proposta di legge, non possa avere il consenso di Silvio, cosa che veramente cozzerebbe con il suo spirito liberale … così facendo -invece di tutelare il merito- andremo a favorire i figli (di)… , a discapito di giovani meno privilegiati come il sottoscritto.
Ho letto – grazie a Piercamillo Falasca che me l’ha inviata – la proposta di legge in questione.
Qui mi permetto di evidenziare le uniche perplessità che mi suscita una misura che trovo in largissima parte condivisibile ed opportuna:
- innanzitutto la norma secondo cui le società professionali possono assistere e rappresentare in giudizio i clienti, attraverso un proprio socio o dipendente abilitato a farlo. Domando: chi abilita il soggetto? e come?
- non mi convince poi il divieto di fissazione delle tariffe: capisco perfettamente lo spirito che anima la disposizione ma trovo che vietare ad un ordine di stilare un “listino” sia profondamente illiberale. Convengo sul fatto che il problema ci sia, ma non mi convince la soluzione proposta;
- infine, sul primo comma dell’art. 3: occorrerebbe approfondire l’aspetto relativo ai due anni di pratica, anche in considerazione del fatto che gli si attribuisce funzione abilitante.
Buon lavoro
Alessio
Come scrivevo in commento ad altro articolo, gli ordini professionali sono l’ultima parte della struttura corporativa fascista dello stato ancora in essere. In quella configurazione essi erano strutture riferite al ministero delle corporazioni. Quando questo venne abolito vennero posti sotto la gonna del ministero di grazia e giustizia (allora) e di fatto ne divennero sostanziali collaboratori. La visione di Luigi Einaudi e la sua forte affermazione circa l’abolizione del valore legale del titolo di studio mirava a due obiettivi di libertà e modernità. Il primo è quello di introdurre il principio di libertà di insegnamento e di ricerca nel mondo universitario e le buone prassi che solo da ciò possono discendere. Il secondo, da ciò conseguente, è quello di liberare “l’impresa professione” dalle pastoie dell’ideologia statalista e dirigista e con ciò anche dalle lobbies che governano, spesso proprio attraverso il dominio degli organi di governo degli ordini, questa parte così importante e così cogente dell’economia nazionale. E quando si parla di economia non si intende solo il settore privato. Il funzionigramma pubblico è, infatti, animato in base a statuizioni che impongono titoli formali sui quali è “ope legis” vietato fare comparazioni di valore intrinseco ai fini di progressione di incarichi e retribuzioni. Il medioevo delle gilde e delle corporazioni, terminato da secoli nelle economie evolute prospera, nel Bel Paese. L’unica battaglia vera, al di là dei tentativi settoriali, pur lodevoli e meritevoli di ogni attenzione e sostegno, è quella dell’abolizione del valore legale del titolo di studio. Da questo assurdo medioevismo dipende larghissima parte delle inefficenze del nostro sistema per le quali, direttamente od indirettamente, esso è radice, intelaiatura o scaturiggine.
Ottimo il vostro lavoro. Sul Sole 24 ore ho scritto anche di peggio sulla riforma forense.
Sono con voi, ma non lasciateci soli quando combattiamo la battaglia per le professioni associative. Abbiamo bisogno del vostro aiuto, come quello di tutti i VERI liberali.
Buon lavoro
Giuseppe Lupoi
LA RIVOLUZIONE FORENSE
Da una parte i giovani avvocati ed aspiranti tali, Confindustria,
l’Europa con la
direttiva “servizi” CE e l’Antitrust,
dall’altra tutta l’aristocrazia forense (AIGA inclusa), il Ministro
avvocato Angelino Alfano e quasi
tutti i senatori membri della Commissione Giustizia del Senato.
Le forze sono schierate sui due lati contrapposti del campo, la rivoluzione
è alle porte della riforma dell’ordinamento forense
e si delinea uno scenario fitto di imprevisti per entrambi i contingenti.
A riprova di ciò è sufficiente esaminare la piena
contraddizione che segna il risultato dei lavori ”bipartisan” delineato
dai componenti la Commissione Giustizia del Senato, e quello della
bozza di D.L. di
recepimento della Direttiva “servizi” all’esame del Ministero per le
Politiche Europee.
Da una parte li D.L. di recepimento della Direttiva “servizi”
impartisce precise indicazioni destinate a far accrescere la
competitività tra i prestatori e la concorrenza nei servizi,
richiamando testualmente anche il Decreto “Bersani” sulla
liberalizzazione delle tariffe e della pubblicità, dall’altra, nel
progetto di riforma dell’Ordinamento forense condiviso dal CNF e
discusso in Commissione Giustizia, tutto sembra essere in perfetta
contrapposizione con il contenuto della medesima Direttiva in via di
recepimento.
Nella motivazione che giustifica la riforma dell’Ordinamento forense,
voluta dalla gerarchia ordinistica, sembrerebbe, infatti, che gli
“anziani” riversino sui “giovani” la colpa della dequalificazione
professionale, così giustificando la proposta di inasprimento delle
regole di accesso alla professione e di gestione dell’affare della c.d.
formazione obbligatoria. Per i “giovani” il tutto si tradurrebbe in un
espediente per cui rafforzare ancora il sistema corporativo in loro
danno ed in spregioalla politica di liberalizzazione dei servizi
legali della UE.
Cio’ dimostrerebbe quanto lo sforzo riformatore dell’aristocrazia forense
sia inadeguato ed estraneo al moderno contesto del mercato e distante
dalle esigenze dei consumatori e della “base” dell’avvocatura.
Per la direttiva CE (a costo di disapplicare una legge costituzionale)
soltanto l’apertura ad un sistema concorrenziale potrebbe
garantire un ricambio generazionale corretto e vitale ed
incentivare i professionisti alla formazione-specializzazione
per competere nel mercato dei servizi professionali.
La c.d. formazione obbligatoria azzererebbe la qualità
dei programmi formativi, porrebbe ostacoli alla concorrenza rafforzando
economicamente le posizioni dominanti destinate a gestirne l’affare.
L’accesso alla professione, ancora, non dovrebbe essere impedito a monte,
quando il percorso formativo previsto dalla Legge sia stato già compiuto
con successo intutte le sue fasi.
Nelle gerarchie forensi tutto ciò e’ mal veduto da coloro i quali
temono le scomode regole della concorrenza, essi infatti tutelerebbero la
dignita’ ed il decoro della professione occupandosi di inasprire le
regole per l’accesso delle “nuove leve” anziché impegnarsi a
predisporre un percorso di profondo rinnovamento, che interessi il
nucleo di quel sistema da essi stessi creato.
Cordialmente.
Ugo G. Cacciatore
http://www.studiolegalecacciatore.it