La Rai, la censura e il confine tra il diritto e l’arbitrio

– Quando possiamo correttamente affermare che un film è stato censurato dalla RAI?
Questo problema di proprietà di linguaggio è aleggiato più volte nel corso di un interessante convegno: “Realtà & Finzione: liberi di raccontare?”, tenutosi la settimana scorsa, nell’ambito del Roma Fiction Fest (e più precisamente nella sezione “Factual”, curata da Serafino Murri, moderatore dello stesso convegno).
La discussione si è appuntata, fra gli altri, sui seguenti due casi:

1) Al regista televisivo Alberto d’Onofrio fu commissionata da Rai Due, alla fine degli anni Novanta, una serie di documentari sui locali notturni in alcune delle maggiori città del mondo. Dopo due anni di lavoro, la serie era pronta. Nel frattempo, però, era cambiato il direttore di Rai Due. Il nuovo, Francesco Pinto, vede i documentari; non gli piacciono per varie ragioni (riprova, fra l’altro, certi infermieri di giorno che appaiono travestiti la notte…); e decide di non mandare in onda la serie.

2) Due giovani registi italiani, Luca Ballino e Silvia Luzi, girano in Venezuela un documentario sul presidente Hugo Chavez.  Il film, dopo aver partecipato a vari festival, è acquistato dalla RAI. Già inserito nei palinsesti, all’ultimo momento non viene mandato in onda. Agli autori non viene fornita nessuna spiegazione.

In tutti e due i casi, i registi ritengono di essere stati censurati. Ma nel corso del convegno, è stata loro contrapposta una serie di obiezioni. Un capostruttura Rai, Piero Corsini ha grosso modo detto a D’Onofrio: “Cosa c’entra la censura? Cambiando il direttore di Rai Due è venuto meno il committente del tuo lavoro. Il nuovo direttore aveva tutto il diritto di non apprezzarlo e di non mandarlo in onda”.
Agli altri due registi è stato risposto che il contratto con cui la Rai ha acquistato il loro film non prevedeva l’obbligo della messa in onda. Dunque, con che diritto protestano? Insomma: la RAI con i film che acquista e che produce avrebbe tutto il diritto di fare tutto quello che le pare. Mentre le accuse di censura presuppongono un “diritto a essere mandati in onda”, che in effetti il regista non ha.

Mi viene però da obiettare: ma il direttore di una rete della RAI è forse un principe rinascimentale che finanzia o boccia opere d’arte a proprio indiscutibile arbitrio, anche quando sono state commissionate dal suo predecessore? O non è forse il funzionario di un’azienda pubblica? Acquistare per l’archivio e non per la messa in onda non è uno sperpero di denaro pubblico? La decisione di non mandare in onda un prodotto acquistato non dovrebbe basarsi su ragioni chiare e trasparenti, pubbliche, nel caso della Rai, come dovrebbero essere quelle che hanno portato al suo acquisto? E in particolare, le considerazioni che portano a non mandare in onda un prodotto “sconveniente” non sono ispirate a quella “pruderie” tipica della censura italiana?
Al termine del convegno, sono giunto in cuor mio a questa conclusione provvisoria: si ha censura quando un film, una fiction o un documentario non vengono ritenuti mal fatti, privi qualità professionale; ma non vengono messi in onda perché i loro contenuti sono ritenuti disturbanti o “sbagliati”. E invece di lasciarli alla valutazione del pubblico o di immetterli nel libero dibattito delle idee, si preferisce sopprimerli alla fonte.

Caro Gianfranco,
mi permetto una chiosa. Ovviamente condivido, in termini teorici, la tua distinzione. E credo anch’io che esista una grande differenza tra un editore privato, che usa i suoi soldi, e il funzionario di un editore pubblico, che usa i nostri.
Temo però che il tentativo di dimostrare una censura, laddove non sia disposta con un uso evidente della violenza e di un potere arbitrario, sia quasi sempre impossibile e richieda una “prova diabolica”. Non potrai mai dimostrare che un funzionario Rai ha “archiviato” un documentario perché scandalizzato dai suoi protagonisti trans, piuttosto che amareggiato dal suo scarso valore televisivo. Dovresti prima dimostrare (guardando nella sua capoccia) quali sono i suoi schemi morali o estetici; se anche coerentemente te li confessasse, tu potresti eccepire che si tratta di convinzioni ostentatamente esibite per dissimularne di contrarie, ma allora dovresti forzare lo scrigno interiore dove il presunto censore custodisce la verità…e così all’infinito.

Quindi la mia conclusione, altrettanto provvisoria, ma un po’ più radicale della tua è la seguente: la Rai esercita come editore culturale un indiscutibile monopsonio su di una serie di prodotti. I fornitori fanno la fila dall’acquirente unico e o mangiano la sua minestra o si buttano dalla finestra. E questo meccanismo scatta comunque, con una Rai di destra o di sinistra, codina o anticonformista, democristiana o “pluralista”. Il funzionario Rai si comporta da mecenate rinascimentale perché, in termini di mercato, di fatto lo è. Dunque ben vengano le discussioni sulle censure Rai. Ma il problema non è la censura: è proprio la Rai.

Carmelo Palma


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

2 Responses to “La Rai, la censura e il confine tra il diritto e l’arbitrio”

  1. Alessandro Caforio ha detto:

    Ottimo! Grande Gianfranco.

  2. Alberto Scarcella ha detto:

    A fronte di questo è di tanti altri episodi incitare a non pagare il canone è il minimo.

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