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Change Iran- Go Green: Anche Rafsanjani, suo malgrado, può servire alla causa della libertà

– Il 14 dicembre del 2001, dopo soli 3 mesi dagli attacchi di Al Qaeda agli Stati Uniti dell’11 settembre, un importante leader islamico disse: “Se un giorno il mondo islamico si doterà anch’esso di armamento quale quello che oggi possiede Israele, allora la strategia degli imperialisti entrerà in stallo, perché l’impiego di anche un solo ordigno nucleare su Israele distruggerà ogni cosa. Sebbene il mondo islamico non abbia alcuna intenzione di nuocere non è irrazionale prendere in considerazione ogni eventualità”. Indovinate chi pronunciò questa frase. Bin Laden? No. Il suo braccio destro Al Zawahiri? Nemmeno. Khaled Meshaal, leader di Hamas? Neppure. Questo argomento da Dottor Stranamore islamico è stato pronunciato in pubblico da Ali Akhbar Hashemi Rafsanjani, in occasione della Giornata di Al Quds (Gerusalemme). Ex presidente iraniano, nel 2005 si è fatto la fama di “pragmatico”, perché corse alle elezioni contro Mahmoud Ahmadinejad, ancora più esplicitamente radicale di lui.

In questa settimane, in particolare a partire da venerdì scorso, Rafsanjani, per i nostri media, è diventato da “pragmatico” a “rivoluzionario”, perché in un sermone tenuto all’università di Teheran ha chiesto la liberazione dei prigionieri politici e ha condannato la repressione di regime.
Come sempre, quando ha a che fare con personaggi del regime iraniano, un qualsiasi osservatore occidentale deve enormemente ridimensionare le proprie aspettative, soprattutto in relazione ai futuri rapporti con Israele. Rafsanjani è uno dei padri della rivoluzione khomeinista. Dal suo punto di vista lo Stato sionista è sempre il “piccolo Satana”. Così come lo è per Mir Hossein Mousavi e persino per la moglie riformista di quest’ultimo, la tanto osannata Zahra Ranavard, per la quale lo Stato ebraico è un “nemico eterno”. Sul fronte interno, Rafsanjani ha dato prova di pragmatismo (quando era presidente, dunque sino al 1997) in campo economico, promuovendo riforme di tipo relativamente liberale. Anche se, non dimentichiamolo, l’Iran rimane uno dei Paesi meno liberi del mondo dal punto di vista economico: secondo l’Index of Economic Freedom, nel 2009 è 168mo su 179; nel 2004, all’apogeo dell’era riformista (quando erano state portate a termine sia le riforme di Rafsanjani, sia quelle del suo successore Khatami), era 148mo su 155 Paesi passati al vaglio. Dal punto di vista delle libertà personali, Rafsanjani, quando non era già più presidente, si era schierato sul fronte opposto al riformista Khatami. Il quale, a sua volta, si è reso responsabile della repressione dei moti studenteschi del 1999. Mousavi, quando Rafsanjani era presidente, era ancora più conservatore, opponendosi anche alle riforme economiche.

Che cambiamenti dobbiamo attenderci da questi uomini? Presumibilmente nessuno. Ma, se abbiamo a cuore la democrazia iraniana, possiamo sempre sperare in qualche effetto non intenzionale degli eventi di questo mese.
Nel suo sermone di venerdì all’università di Teheran, Rafsanjani ha pronunciato delle vere e proprie menzogne, come: “Sappiamo ciò che Khomeini voleva. Non voleva il terrore delle armi, anche nei momenti di lotta”. La prima repressione del 1979, la fatwa a Salman Rushdie e la fucilazione in massa dei dissidenti, evidentemente, non sono “terrore delle armi”. Ha detto inoltre che: “Tutte le istituzioni iraniane godono della legittimità popolare” in un Paese in cui le elezioni sono poco più che simboliche. Ma per qualsiasi regime la verità è funzionale allo scopo da raggiungere. E se Rafsanjani mente in questo modo, è una buona notizia: perché vuol dire che lo scopo da raggiungere è fermare la repressione e avere istituzioni che, in futuro, godano di una maggior legittimità popolare. Molto probabilmente non lo fa perché si è convertito alla causa della democrazia liberale, ma perché deve difendersi da una quasi certa epurazione, nel caso si consolidi il potere dell’ayatollah Ali Khamenei (che lui stesso ha contribuito a far ascendere fino alla carica di Guida Suprema dopo la morte di Khomeini) e del suo presidente di fiducia Mahmoud Ahmadinejad. Rafsanjani mira chiaramente a una redistribuzione del potere. Ha detto infatti che la soluzione della crisi può essere decisa dal Consiglio degli Esperti (da lui egemonizzato), mentre il Consiglio dei Guardiani (egemonizzato da Khamenei) è a suo avviso screditato, perché ha commesso degli “errori”. Fra i due litiganti, a volte, il terzo gode. Da questa lite istituzionale e personale possono nascere alcune opportunità per la democrazia.

L’altro effetto non intenzionale in cui possiamo sperare è che la divisione fra i vertici mini la legittimità del regime nel suo complesso. Nella giornata di venerdì, un grande personaggio del regime (Rafsanjani) ha messo in discussione la Guida Suprema (Khamenei) facendogli capire che il suo potere non è divino, né infallibile, né eterno. Un altro grande personaggio del regime (Mehdi Karroubi) è stato picchiato dai basiji durante il sermone di Rafsanjani. Quest’ultimo è stato, a sua volta, interrotto più volte dagli slogan lanciati dai massimalisti pro-Ahmadinejad. Agli occhi della popolazione, anche quella più sempliciotta, dovrebbe essere ormai chiaro che il “re è nudo” e che è meglio cambiare regime.

Dallo scorso 25 giugno Libertiamo “veste di verde”, nello spazio della testata e nei principali elementi grafici del sito, per accompagnare la protesta democratica in Iran.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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