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Il populismo del popolo e quello delle élite: una risposta a Galli della Loggia

– Ernesto Galli della Loggia ha voluto offrirci sul Corriere della Sera una difesa del “populismo” da una prospettiva “democratica”. Egli legge innanzitutto il fenomeno del populismo come una reazione alla crisi dei principi democratici o comunque alla loro mancata attuazione. Qui, come del resto in tutto il suo intervento, il populismo è concepito come un fenomeno proveniente dal basso, un atteggiamento diffuso di reazione e protesta contro una classe dirigente chiusa, poco ricettiva e poco responsabile.
Ma il fenomeno del populismo può essere osservato anche nella sua dinamica “dall’alto”, laddove viene inteso e praticato soprattutto come un appello a sentimenti e atteggiamenti diffusi, contro settori dell’establishment, per legittimare un progetto di conquista o di consolidamento del potere da parte di un leader o di un gruppo politico. Non è solo (o tanto) il popolo ad essere “populista”, quanto pezzi di establishment che, dal potere o contro il potere, legittimano il proprio operato e la propria piattaforma politica su di un malcontento popolare diffuso.
Da questo punto di vista il populismo pone dunque questioni che non possono essere facilmente eluse, poiché una “politica” populista se non necessariamente pone problemi, difficilmente ne risolve. Può anzi accadere che acutizzi i conflitti, nutrendo e cavalcando sentimenti antipolitici, senza delineare alcuna prospettiva di rinnovamento che sia interna all’orizzonte liberal-democratico, come nel caso di molti partiti estremisti europei, di Le Pen in Francia o del partito di Di Pietro (e in parte anche della Lega) in Italia.

Certo, come sembra suggerire Galli Della Loggia, il populismo come fenomeno “dal basso” può essere concepito anche come un elemento ineliminabile delle nostre democrazie, che svolge una funzione di bilanciamento e di “correttivo” rispetto ai comportamenti autoreferenziali delle élite. Ma il punto è quanta e quale “correzione” si ritiene che tale fenomeno possa suggerire. Nell’interpretazione di Galli della Loggia “l’ondata di populismo” che attraversa oggi l’Europa sulla spinta della crisi finanziaria (e che colpirebbe innanzitutto la sinistra, divenuta parte costitutiva dell’establishment politico-economico), sarebbe avversata dalle classi dirigenti e da quelle intellettuali in particolare, perché estranea ad ogni filosofia della storia ed in particolare alle due grandi ideologie “illuministico-marxista e illuministico-liberale”.

E’ di per sé opinabile ritenere che storicamente il liberalismo condivida con il marxismo questa “colpa” (ovvero l’ “essere una filosofia della storia”). Ci pare assai arduo dimostrare che il razionalismo illuminista dei liberali sia stato nutrito dalle ambizioni profetiche e dalle ansie escatologiche del materialismo idealista dei marxisti. Neppure in Italia, dove il liberalismo è stato profondamente segnato dallo storicismo crociano, i liberali hanno presentato la propria “dottrina” come una sorta di religione ideologica capace di comprendere le “leggi” della storia. Il liberalismo può essere più correttamente inteso come un pensiero politico, fondato su di un’analisi empirica della realtà e dei comportamento sociali, che si sviluppa attorno al problema delle limitazione del potere e della costruzione di regole di convivenza civile, che consentano la salvaguardia delle libertà individuali. Ciò detto, se è evidente che il populismo non incorpora alcuna “filosofia della storia”, esso non è nemmeno in grado di produrre un più modesto pensiero politico, e di fatto contiene solo una “pars destruens”, come pare ammettere Galli della Loggia. Se questo è vero, però, sono più che legittime le preoccupazioni delle élite politiche, costrette a misurarsi con la sua potenziale forza distruttrice.

Certo, le reazioni verso questo “segnale di malcontento” rappresentato dal populismo non possono – se vogliono essere efficaci – divenire di mera chiusura. Tuttavia, come si diceva, non devono necessariamente portare ad immaginare un cambiamento radicale del sistema politico-economico esistente come conseguenza di una “narrazione” altrettanto radicale della crisi. Una narrazione che affronta in maniera liquidatoria e irrazionale la crisi delle politiche liberistiche e pro-globalizzazione, dove il cattivo funzionamento di una parte − cioè di specifici meccanismi di controllo e vigilanza del mercato finanziario e del rapporto tra “regolatori” e “regolati” − viene invece letto come una crisi del tutto.
Se si ritiene che sia la socialdemocrazia, sia il liberalismo abbiano segnato il passo, sarebbe bene indicare con chiarezza l’eventuale “terza via”, per non cadere nel “vizio” populista di ritenere che la “pars destruens” e quella “construens” alla fine coincidano e che la politica sia solo un perenne “far piazza pulita dei cattivi”.

Galli della Loggia non indica questa via con chiarezza, né sembra individuarla nella politica populista. Insiste invece sul fatto che alcuni tratti dell’ideologia del “politicamente corretto”, che sarebbe propria delle attuali élite al potere, alimentano ulteriormente i sentimenti populistici. Parla della “ valutazione positiva di ogni internazionalismo con relativa fiducia nella sua efficacia”, dell’accreditamento di “ogni moda all’insegna del modernismo culturale”, del “sostegno ad ogni diritto all’insegna dell’individualismo fruitorio”. Certo tutto è legittimamente criticabile e in certi casi con fondati motivi, ma la nostra impressione è che la risposta che secondo Galli della Loggia le classi dirigenti dovrebbero dare al diffondersi del populismo dal basso stia nella “costruzione” di società un po’ meno liberali, meno attente ai diritti individuali in nome di un “bene comune”, meno aperte e al tempo stesso orientate al recupero di una tradizione più “organica”.

Forse sbagliamo, forse le nostre considerazioni sono viziate dai tanti richiami alla “tradizione”, alla “natura” e dalle tante accuse che oggi nel dibattito pubblico italiano vengono rivolte a chi crede che la libertà dell’individuo non sia un fattore di rischio, ma di solidità e di tenuta della costruzione politica contemporanea. Forse, dunque, ci sbagliamo, ma in questo caso chiediamo che sia spiegato con più chiarezza, cosa, se la socialdemocrazia è morta e il liberalismo non si sente tanto bene, dovrebbe portarci fuori da questo impasse.


Autore: Carmelo Palma e Sofia Ventura

Carmelo Palma, 42 anni, torinese, laureato in filosofia, pubblicista. E' stato dirigente politico radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Tra i fondatori dei Riformatori Liberali. Direttore dell’Associazione Libertiamo e di www.libertiamo.it -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Sofia Ventura, nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

2 Responses to “Il populismo del popolo e quello delle élite: una risposta a Galli della Loggia”

  1. Silvana Bononcini ha detto:

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