La legge sul fine vita è un petardo acceso gettato nei giardini del Quirinale

– Il progetto di legge sul testamento biologico è stato “rianimato” l’8 luglio 2009 nella Commissione Affari Sociali e Sanità della Camera ed autorevoli esponenti governativi (in prima fila il ministro Sacconi) assicurano una sua rapida e “conforme” approvazione.
Vorrei appuntare ancora una volta la mia attenzione sull’art. 3, c. 5, della proposta di legge 2350 , in forza del quale l’alimentazione e l’idratazione forzate non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento: sarebbero infatti, secondo quanto il relatore Di Virgilio ha già “precisato”, “trattamenti che non sono terapie” (sic!).

Occorre, innanzi tutto, sgombrare il campo da un argomento privo di alcuna valenza tecnico/giuridica, ma molto insidioso (e, non a caso, molto utilizzato dalle gerarchie ecclesiastiche a sostegno di tale previsione): la somministrazione del composto chimico, attraverso il quale si attua il procedimento di idratazione e nutrizione forzata, nulla ha a che vedere con le normali attività di “mangiare e bere”, delle quali impropriamente si parla in molte delle dichiarazioni provenienti da Oltretevere, apparentemente riecheggiate nelle considerazioni del relatore Di Virgilio, secondo il quale privare di esse “un paziente, che è ancora in grado di farne uso per il suo metabolismo, non significa sospendere una terapia (una azione che, a certe condizioni e in determinate circostanze, può essere lecita o addirittura doverosa), ma non prendersi più cura di un malato (una azione, l’abbandono di una persona non fisiologicamente autosufficiente, che è sempre un male)”.

Al solo fine di rendere organica la trattazione, si riporterà la definizione della Nutrizione Artificiale data dalle Linee Guida sulla Nutrizione Artificiale Domiciliare varate nel 2006 dal Ministero della Salute e già richiamate in un precedente articolo del 28.6.09 : “la NA è un trattamento cronico, che può essere salva vita, capace di assicurare la sopravvivenza del malato, la sua utilizzazione può richiedere la realizzazione di un trattamento di NAD. La NAD rappresenta quindi una terapia extraospedaliera.. La NAD dovrà essere prescritta, attuata e monitorata da Unità Operative dedicate, identificabili preferibilmente con U.O. o Servizi già esistenti sul territorio regionale, purché adibite ad una funzione clinica.”.
Ciò posto, la norma – per come formulata – istituisce un trattamento sanitario obbligatorio, non sospendibile in alcun caso: risulta quindi indispensabile scrutinare i limiti che la Corte Costituzionale ha dettato in materia

Come noto, gli unici trattamenti sanitari obbligatori istituiti in Italia sono – sin qui – le vaccinazioni obbligatorie, gli accertamenti sanitari dell’assenza di sieropositività all’infezione da HIV del personale addetto alla cura dei pazienti, ed il trattamento sanitario obbligatorio disciplinato dagli artt. 33 – 35 L. 833/78. In materia, la giurisprudenza della Corte Costituzionale è inequivoca.
Eccellente compendio dei principi dettati in materia si rinviene nella sentenza del 23.6.1994, n° 258 : in essa si legge come “la norma del citato art. 32 postuli il necessario contemperamento del diritto alla salute del singolo (anche nel suo contenuto negativo di non assoggettabilità a trattamenti sanitari non richiesti od accettati) con il coesistente e reciproco diritto di ciascun individuo (sentenza 1994 n. 218 ) e con la salute della collettività (sentenza 1990 n. 307); nonché, nel caso in particolare di vaccinazioni obbligatorie, “con l’interesse del bambino”, che esige “tutela anche nei confronti dei genitori che non adempiono ai compiti inerenti alla cura del minore” (sentenza 132/1992). Su questa linea si è ulteriormente precisato che la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’art. 32 della Costituzione: a) “se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacché è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale (cfr. sentenza 1990 n. 307); b) se vi sia “la previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze, che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario e, pertanto, tollerabili” (ivi)”.

Risulta quindi evidente che la Corte ritiene legittima la compressione del diritto dell’individuo all’autodeterminazione in ordine ai trattamenti sanitari cui assoggettarsi − qualificato dalla stessa Corte come “diritto fondamentale della persona, che impone piena ed esaustiva tutela (sentenze n. 307 e 455 del 1990), tale da operare sia in ambito pubblicistico che nei rapporti di diritto privato (sentenze n. 202 del 1991, n. 559 del 1987 e n. 184 del 1986)” − solo a fronte di rilevanti interessi della collettività a preservare la salute delle altre persone con le quali l’individuo può venire in contatto: non vi è chi non veda come, nel caso oggetto di commento, la salute della collettività non corra rischio alcuno a fronte dell’eventuale mancata somministrazione (o sospensione) dei trattamenti sanitari relativi ad alimentazione ed idratazione forzata, e quindi come l’imposizione di tali trattamenti violi apertamente i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Per la sua icasticità, si riporta un passo della sentenza 23.5.1994, n° 218 (estensore il Giudice Mirabelli, notoriamente molto vicino alle gerarchie ecclesiastiche, e quindi non sospettabile di tentazioni laicistiche), che esemplifica perfettamente quanto sopra espresso: “La tutela della salute non si esaurisce tuttavia in queste situazioni attive di pretesa. Essa implica e comprende il dovere dell’individuo di non ledere né porre a rischio con il proprio comportamento la salute altrui, in osservanza del principio generale che vede il diritto di ciascuno trovare un limite nel reciproco riconoscimento e nell’eguale protezione del coesistente diritto degli altri. Le simmetriche posizioni dei singoli si contemperano ulteriormente con gli interessi essenziali della comunità, che possono richiedere la sottoposizione della persona a trattamenti sanitari obbligatori, posti in essere anche nell’interesse della persona stessa, o prevedere la soggezione di essa ad oneri particolari.”(v. anche la sentenza n° 423/00).

Quanto sopra pare talmente inequivoco che chi scrive ritiene di non dovere tediare oltre il lettore, il quale certamente si è fatta un’idea precisa delle posizioni espresse e della fondatezza delle tesi esposte.
Voglio però dire con chiarezza una cosa: l’impressione che ho ricavato dalla fermezza manifestata al Senato dai parlamentari che hanno approvato – con il consenso del Governo – il disegno di legge, che dovrebbe (il condizionale più che un obbligo, nel caso di specie è una speranza) essere approvato in conformità dalla Camera (e sul punto non depone bene che Monsignor Fisichella si sbilanci sino a dire che “non sarebbe coerente con quanto votato al Senato se il ddl fosse snaturato alla Camera”), è che tale “blindatura” risponda ad un disegno politicamente astuto, ma istituzionalmente spericolato.

Mandare al Presidente della Repubblica una norma manifestamente incostituzionale significa gettare un petardo accesso nei giardini del Quirinale. E sarebbe anche peggio se questa manovra servisse a precostituire un alibi e a consentire alla maggioranza di dire alle gerarchie ecclesiastiche – ove, come plausibile, il Presidente rinviasse la legge alle Camere – “avete visto, noi abbiamo fatto tutto il possibile, ma il Presidente…”.
Già sul decreto legge a proposito del caso Englaro la maggioranza ha costretto il Presidente al muro contro muro ed ha spregiudicatamente scaricato sul Quirinale un’impropria responsabilità politica. Sarebbe bene che la cosa non si ripetesse.
I rapporti tra Camere e Capo dello Stato devono essere disciplinati da forme di reciproca autonomia, ma anche di reciproco rispetto, che sono compromesse dalla scelte spregiudicate e manifestamente incostituzionali del legislatore.
Ecco qual è, rispetto alla materia del fine vita, l’unica “cura” che non andrebbe sospesa e l’unico “obbligo” cui il Parlamento non dovrebbe sottrarsi.


Autore: Giuseppe Naimo

Nato a Locri nel 1965, Avvocato cassazionista dal 2003, è in servizio dal 2001 presso l’Avvocatura della Regione Calabria. Ha collaborato alla redazione del “Manuale di Diritto Amministrativo”, di R.GAROFOLI – G.FERRARI, edito da Neldiritto editore, 2008. Pubblica articoli su alcune delle più importanti riviste giuridiche on line italiane (Lexitalia; Federalismi; Nel Diritto.it; Diritto dei Servizi Pubblici).

2 Responses to “La legge sul fine vita è un petardo acceso gettato nei giardini del Quirinale”

  1. Giorgio Parisi ha detto:

    Sì, è davvero probabile che la vicenda finisca come sul decreto legge sul caso Englaro, con qualcuno che urlerà contro le “firme non messe”, qualcuno che dirà che in questo modo i malati non moriranno ma “saranno uccisi”….e che la colpa di tutto è di Napolitano.

  2. Alessio liberale ha detto:

    … e qualche altro dirà, come hanno già detto, che Fini farebbe bene a cambiare partito… mentre sono proprio loro (Quagliariello, Roccella, Sacconi, Gasparri, Giovanardi) a non capire che non non esiste paese in Europa che si sogna nemmeno lontanamente di avere una legge come quella a cui stanno lavorando.
    Forza Fini e forza Della Vedova!

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