Thornton spiega e smonta l’economia della proibizione

– Esaminare gli effetti della legislazione proibizionista sulla società e sull’economia, calcolare concretamente l’ammontare dei costi individuali e collettivi conseguenti alla politica dei divieti di consumo di sostanze alcoliche e stupefacenti negli USA è il compito che Mark Thornton si è assunto scrivendo L’economia della proibizione.
Ed effettivamente Thornton, docente di economia alla Auburn University e militante del partito libertario americano, con questo libro pubblicato in prima edizione nel 1991 e ora tradotto in italiano dalla Liberilibri (l’Autore scrive che vederlo “tradotto in italiano è il miglior riconoscimento che un autore possa avere”!), fornisce l’analisi forse più penetrante mai condotta sinora sull’argomento.Egli documenta come tutte le politiche proibizioniste abbiano fallito e siano anzi controproducenti, arrivando a rovesciare i motivi fondanti della proibizione contro la proibizione stessa. Tali politiche hanno provocato tanti danni almeno quanti ne hanno provocati l’uso e l’abuso di droghe e alcol, rendendo le sostanze stupefacenti (e tanto più i mercati proibiti) più potenti e pericolose: i risultati – negativi – stanno sotto gli occhi di tutti: aumento dei crimini, prigioni e tribunali sovraffollati e inefficaci, distruzione di molte aree urbane a causa degli scontri tra polizia e trafficanti, corruzione di molti governi in tutto il mondo. Thornton sviluppa un intero capitolo sull’economia della corruzione e indica, fra i paesi interessati da questo fenomeno, dal Venezuela alla Colombia, dal Brasile alla Bolivia, dal Marocco alla Turchia, dall’Iran all’Afghanistan al Sudest asiatico, ma anche Italia, Francia, Spagna e Stati Uniti.
Questo libro, che Thornton definisce “un’avventura molto rischiosa” per le conclusioni radicali cui arriva, ovvero il libero mercato come unica soluzione possibile, rappresenta dunque un’occasione seria di riflessione sul tema-tabù della liberalizzazione delle droghe, anche in Italia.
Rispetto a quando fu scritto molte cose sono cambiate, lo conferma lo stesso Autore nell’introduzione all’edizione italiana: mentre allora la maggior parte degli esperti in materia era proibizionista, ora è il contrario e dal punto di vista ideologico molti progressi sono stati fatti, ma dal punto di vista politico sono ancora troppo pochi e poco rilevanti.
Thornton ricorda che la proibizione ha origine “dall’ignoranza e da una cattiva ideologia”, sostenuta poi da gruppi di interesse, e che il governo nazionale USA ha tentato di affossare persino la legalizzazione della marijuana in molti Stati per scopi medici. Occorre sì sostenere la politica di legalizzazione, ma la sola legalizzazione non è sufficiente: insieme va abolita la rete governativa dell’assistenza sociale (che resterebbe solo come solidarietà privata), vanno introdotti i sussidi governativi per la salute (trattamento della dipendenza visto come problema medico e non criminale) e per la disoccupazione. La giustizia dovrebbe occuparsi del problema solo quando i fruitori di droghe arrechino danni agli altri. Così la libertà si accompagna a una maggiore responsabilità individuale.
Thornton osserva il funzionamento dei mercati illegali di droga e alcol ed esprime una sua teoria di tipo economico della proibizione: “un atto governativo tendente a bloccare lo scambio di un bene o di un servizio”, ricordando anche come gli economisti negli ultimi anni si siano schierati in favore della “rilegalizzazione”, a partire da Milton Friedman. Il fine ultimo della proibizione è azzerare l’offerta del prodotto. E tutto ciò che viene speso per farla rispettare viene sottratto ad altre politiche pubbliche, ecco perché la proibizione ha avuto ed ha un forte impatto sulla storia americana e una grande rilevanza nei problemi della società.
Thornton analizza le fasi delle origini della proibizione nazionale in America, sia dell’alcol che delle droghe (l’Harrison Narcotics Act è del 1914) e dimostra come decisivi nell’introduzione delle proibizioni siano stati gli interessi legati al rent-seeking, ovvero la ricerca dei profitti derivanti dall’accaparramento dei monopoli.
La guerra alla droga è una costante tra le battaglie condotte dalla politica interna americana: sforzi enormi, dal punto di vista finanziario e dal punto di vista dello spiegamento di forze, che hanno prodotto però, indubitabilmente, pochissimi benefici.
I dati forniti dal National Institute on Drug Abuse dicono che 74,4 milioni di persone sopra i 12 anni hanno assunto droga almeno una volta nella vita (nonostante la proibizione) e quasi 27 milioni utilizzano sostanze illegali almeno una volta l’anno.
Il 30 giugno scorso è stata presentata al Parlamento la Relazione annuale sulle tossicodipendenze in Italia: 385.000 persone tra i 15 e i 64 anni fanno uso costante di droghe (e solo il 45 per cento di queste è in cura al Sert). Rispetto alle medie europee, è particolarmente alto il numero di giovani che tra i 15 e i 19 anni hanno fumato spinelli, e l’Italia è ai primi posti in Europa anche per consumo di cannabis, sostanza che il 32% della popolazione ha provato almeno una volta nella vita. In forte crescita anche il cosiddetto “policonsumo”, ovvero l’utilizzo contemporaneo di droghe diverse associato all’alcol. Se anche nel 2008 si è registrato un 14,7 percento in meno di morti per overdose rispetto al 2007 (502 contro 589), per quanto riguarda lo spaccio di sostanze stupefacenti c’è purtroppo un incremento dei minori in carcere per questo reato, addirittura del 38 per cento (e uno su due è straniero). Da non sottovalutare infine l’aumento della vendita di sostanze stupefacenti via internet.
È tempo dunque di ripensare a fondo la politica sulla droga (americana e di altri paesi, non ultimo l’Italia), e l’auspicio è che questo libro possa costituire lo spunto per l’avvio di una discussione seria e propositiva. Il Governo italiano si sta impegnando in uno sforzo sia educativo che di informazione, ha affermato nei giorni scorsi il senatore Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle politiche antidroga, il quale propone di destinare per legge almeno l’1 per cento della spesa sanitaria regionale alla lotta contro le tossicodipendenze, pur nella consapevolezza che “una norma nazionale del genere sarebbe una forzatura rispetto all’autonomia garantita dalla Costituzione delle Regioni in questo settore”. Un fondo nazionale che “costringerebbe” ad investire quelle Regioni che non lo fanno e servirebbe a rafforzare i servizi già esistenti (in particolar modo a permettere alle comunità terapeutiche fortemente indebitate di non chiudere), e ogni Regione potrà decidere le proprie modalità di intervento. È evidente che la libertà di cui parla Thornton è ancora molto lontana.

Mark Thornton, L’economia della proibizione, traduzione di Giovanni Giri (collana Oche del Campidoglio, pagg. 262, euro 18,00).


Autore: Maria Stefania Gelsomini

Laureata in Lettere classiche presso l’Università degli Studi di Macerata, con un Master in Archeologia, è giornalista pubblicista e scrive da oltre dieci anni su numerose testate locali e nazionali, occupandosi principalmente di temi culturali. Ha fondato il primo studio giornalistico associato delle Marche, e dopo aver collaborato a diverse pubblicazioni della De Agostini e della Newton Compton, è attualmente responsabile ufficio stampa della casa editrice Liberilibri.

3 Responses to “Thornton spiega e smonta l’economia della proibizione”

  1. Alessio liberale ha detto:

    Una boccata d’aria fresca questo articolo. Ma gli amici di Libertiamo devono sapere che su questo tema non hanno nell’opinione pubblica molto seguito

  2. Carmelo Palma ha detto:

    Ho iniziato la mia modesta militanza politica come anti-proibizionista (per così dire) “di destra”: assai poco “free joint”, ma molto interessato ad una strategia che riducesse l’incentivo criminale all’industria delle droghe proibite e che, in prospettiva, azzerasse la possibilità che mia nonna e le sue coetanee venissero derubate da disperati non molto (soggettivamente) diversi da quelli che bivaccavano nel bar dinanzi a casa, ma (oggettivamente) costretti a pagare la loro “dose” 50 o 100 volte tanto e ad acquistarla in luoghi e forme assai meno confortevoli. Ci sono poche cose su cui, in questo ventennio, non ho cambiato, neppure di una virgola, idea. L’antiproibizionismo radicale è una di queste.

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  1. Sicuri? ha detto:

    […] Se la norma e i provvedimenti vanno giudicati per il loro valore “preventivo” e, quindi, per i risultati che raggiungono allora dobbiamo avere l’onestà di ammettere che l’economia (e  il diritto) della proibizione non hanno mai funzionato (qui). […]