Caritas in veritate (e in libertate). Un enciclica dalla parte del mercato

– L’ultima enciclica di Benedetto XVI, documento complesso, non solamente per l’argomento trattato, ma anche per la quantità di problematiche connesse allo «sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera» (n. 1), sembra trovare una chiave di lettura proprio nelle parole con le quali si apre: «La carità nella verità». L’interpretazione del significato metodologico generale del testo pare offerta dalle espressioni seguenti: «La ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla fede […]. A sua volta, la religione ha sempre bisogno di venire purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano» (n. 56). Non solamente «conoscere non è un atto solo materiale, perché il conoscere nasconde sempre qualcosa che va al di là del dato empirico» (n. 77), ma la conoscenza è azione umana, di tutto l’uomo in quanto uomo: «actus personae» (n. 41): «il sapere non è mai solo opera dell’intelligenza» (n. 30), ma della persona tutta intera. In una parola, dobbiamo riscoprire l’uomo tutto intero in ogni sua azione: «”All’inizio c’era l’atto”. Dal nostro punto di vista, il concetto di uomo è soprattutto il concetto di un essere che agisce. La nostra consapevolezza è quella di un ego che è capace di agire e che agisce. L’intenzionalità dietro ai nostri atti li rende azioni. Le nostre idee sugli altri e sulla loro condotta e la nostra condotta nei loro confronti e nei confronti del nostro ambiente in generale presuppongono la categoria dell’azione» (Ludwig von Mises).

Riscoprire l’uomo intero in ogni sua azione significa cogliere la complessità di ogni azione umana, da una parte, con le infinite dimensioni di essa (di fede, etica, conoscitiva, relazionale, economica, imprenditoriale, e via dicendo); e, dall’altra, con le conseguenze sia intenzionali che inintenzionali di un numero ugualmente mai limitato. «In questa linea, il tema dello sviluppo umano integrale assume una portata ancora più complessa: la correlazione tra i molteplici suoi elementi richiede che ci si impegni per far interagire i diversi livelli del sapere umano in vista della promozione di un vero sviluppo dei popoli» (n. 30). Quindi uno «sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini» (n. 8), superando i discorsi astratti del collettivismo metodologico, quali «lo sviluppo dell’umanità» o del «bene comune»; per pervenire alla concretezza dell’individualismo metodologico: sviluppo e bene di tutto l’uomo e di tutti i singoli uomini, che non esistono se non in continua interrelazione tra di loro; e non crescono che con le loro azioni in un mai interrotto interscambio.

Ogni azione umana competente consiste in un processo conoscitivo umano che parte dal vissuto (attese e bisogni); sviluppa, a livello logico, problemi, teorie esplicative e controlli; per giungere ad interventi trasformativi della realtà, in risposta alle attese ed ai bisogni individuati in continua evoluzione. Si tratta di un processo competente limitato, fallibile e sempre perfettibile. Il «momento» dell’intervento sulla realtà è effettiva conoscenza umana, la quale non è limitata unicamente alla mera dimensione astratta. Il passaggio dalla dimensione reale alla dimensione logica della conoscenza, nella scoperta di problemi-teorie-critiche, è creativo; si tratta sempre di una scoperta; analogamente, il passaggio inverso, dalla dimensione logica alla trasformazione della realtà, è imprenditoriale, mai meramente applicativo, perché ogni situazione, nella quale l’uomo interviene, è diversa, complessa, e presenta infinite variabili. L’intervento sulla realtà è, dunque, progettuale e creativo, cioè imprenditoriale, di una imprenditorialità che è prontezza (alertness di Israel Kirzner), cioè la persona umana riesce a perseguire i nuovi obiettivi ed ad investirvi le nuove risorse per primo – o in tempi utili.

Quindi è impegno – compreso il significato etico e di fede di esso – di ogni uomo di sviluppare integralmente la propria persona e di essere imprenditore innanzitutto della proprie competenze, oltre che dei beni. Il più grande capitale è l’uomo stesso, che ha l’obbligo di sviluppare lifelong le sue competenze e di investirle con prontezza.
Si può ritenere questo  il significato di quanto specifica s. Luca, per il quale il padrone «disse poi ai presenti: Toglietegli la mina e datela a colui che ne ha dieci. Gli risposero: Signore, ha già dieci mine! Vi dico: A chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha».
Infatti i talenti, sia in capitale in denaro che, soprattutto, in capitale umano, ci sono dati perché li investiamo: dobbiamo rendere di più di quanto abbiamo ricevuto! Questa è la forma di solidarietà che è richiesta a tutti. Chi non investe e non produce non deve neppure possedere e va condannato.
In questo contesto si comprendono bene le affermazioni in difesa del valore trascendente della vita. In ultima analisi, chi è contro la vita, non è solamente contro l’uomo stesso, ma contro tutte le dimensioni dell’azione umana: è contro lo sviluppo della conoscenza, dell’economia, di ogni forma di sviluppo; è la grettezza complessa di ogni forma di egoismo.

I valori
Senza valori non è possibile la vita umana: non vi è sviluppo, conoscenza, economia, mercato e così via. L’habitat del mercato sono i valori umani (Friedrich A. von Hayek). «Ogni lesione della solidarietà e dell’amicizia civica provoca danni ambientali, così come il degrado ambientale, a sua volta, provoca insoddisfazione nelle relazioni sociali» (n. 51). Porta danni a tutti i livelli! Al tempo di s. Bernardino da Siena nelle città doveva essere elevata l’amicizia civica ed i commercianti dovevano essere persone oneste e pubblicamente riconosciute come tali. Lo scambio ha bisogno di valori effettivamente vissuti: senza valori esistono unicamente il furto e la rapina, non il mercato. Ce l’avevano, allora, con gli Ebrei non perché erano ebrei, ma perché prendevano il danaro e lo investivano fuori, lontano, non sviluppando la ricchezza della città, ma impoverendola. «Paolo VI invitava a valutare seriamente il danno che il trasferimento all’estero di capitali a esclusivo vantaggio personale può produrre alla propria Nazione» (n. 40).

Il profitto
Sembra superata la demonizzazione del profitto: «Il profitto è utile se, in quanto mezzo, è orientato ad un fine che gli fornisca un senso tanto sul come produrlo quanto sul come utilizzarlo. L’esclusivo obiettivo del profitto, se mal prodotto e senza il bene comune come fine ultimo, rischia di distruggere ricchezza e creare povertà» (n. 21). Economicamente parlando, il profitto è segno che l’investimento è riuscito. La ricerca del profitto è un bene per quanto significa e per gli ulteriori investimenti che permette. In coloro che sono attaccati alle ricchezze, vi sono almeno due aspetti contrari al Vangelo. Innanzitutto la vita di un uomo non dipende dai suoi beni (Lc 12, 15-21) poiché «questa notte stessa ti sarà chiesta la tua vita». In secondo luogo, oltre a quanto consumi per vivere, i beni devono essere investiti e, se vuoi aumentarli, devi investire. Ma investimento significa scambio e lavoro e ricchezza anche per gli altri. L’attaccamento alle ricchezze, l’avarizia rappresentano, prima di tutto, stupidità.

Il mercato
Il concetto di produzione nascerà nell’Occidente cristiano, come conseguenza di quanto Gesù Cristo ha insegnato; è una novità cristiana, emersa soprattutto con il movimento francescano. Mai nella storia della Chiesa i religiosi, nelle varie forme di vita (monastica, cenobitica) e nelle varie realizzazioni storiche (benedettini, cistercensi, certosini …), hanno smesso di vivere secondo quanto faceva e diceva S. Paolo: «abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi. […] E […] vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi» (2 Th 3, 8-10).
Ma a chi intendeva avere di più di quanto gli era necessario Francesco asseriva che, secondo il Vangelo, aveva l’obbligo di investire per produrre, mettendo altri nella situazione sia di poter lavorare che di riuscire a mantenersi con le proprie forze.
Il francescano Pietro di Giovanni Olivi (1248-1298) dà questa definizione di capitale: «Ciò, che con ferma decisione del proprietario è destinato a qualche probabile lucro, non solo ha il significato di semplice denaro o di qualsiasi merce, ma possiede anche in sé un qualche seme di lucro, che comunemente chiamiamo capitale; perciò esso non solo deve rendere il suo stesso valore, ma anche un valore aggiunto».

L’affermazione dell’Enciclica: «La Chiesa non ha soluzioni tecniche da offrire» (n. 9) è di fondamentale importanza e vale non solamente per le scienze sperimentali, ma anche per le scienze sociali teoriche, compresa la distinzione tra economia e sociologia. Il compito delle scienze sociali teoriche, per Friedrich A. von Hayek, è l’analisi della conseguenze inintenzionali delle azioni umane intenzionali: «Se i fenomeni sociali non manifestassero altro ordine all’infuori di quello conferito loro da un’intenzionalità cosciente, non ci sarebbe posto per alcuna ricerca teorica della società e tutto si ridurrebbe esclusivamente, come spesso si sente dire, a problemi di psicologia. E’ solo nella misura in cui un certo tipo di ordine emerge come risultato dell’azione dei singoli, ma senza essere stato dal alcuno di essi coscientemente perseguito, che si pone il problema di una loro spiegazione teorica».
«Ben al di là degli stessi problemi economici, la teoria soggettiva del valore attesta in effetti la necessità di elaborare “una teoria generale dell’azione umana”. E’ il tema […] della prasseologia quale riflessione sull’azione razionale e sul modo in cui essa interagisce con le azioni altrui. La scienza economica in senso proprio (detta pure catallattica) è quindi da collocarsi in un ambito ben più vasto alla cui chiarificazione dovranno contribuire, ovviamente, anche i giuristi, gli scienziati della politica, gli antropologi e così via […].
Se tale scienza dell’azione umana resta profondamente debitrice nei riguardi dell’economia, è anche perché quest’ultima ha mostrato la possibilità di studiare razionalmente l’uomo e la società. Solo grazie al lavoro degli economisti in effetti, “l’azione umana e la cooperazione sociale apparvero allora come oggetto di una scienza di relazioni date”» (Lorenzo Infantino).

Il mercato è scambio: «Lo scambio è la manifestazione della nostra reciproca dipendenza. Nessuno di noi è autosufficiente. Ciascuno è perciò condannato a scambiare con l’Altro; lo scambio è l’atto elementare di quella articolata istituzione a cui diamo il nome di mercato. Ossia: senza scambio, non c’è cooperazione sociale, di cui il mercato è il principale strumento. E lo scambio volontario è, come dicono gli economisti, un “gioco a somma positiva”, migliora cioè le posizioni di tutti i contraenti, la parte e la controparte. Nessuno infatti porrebbe volontariamente in essere delle transazioni da cui non potesse trarre vantaggio. […] Chi paragona il mercato alla “giungla”, cade in un grandissimo equivoco: perché funzione delle istituzioni commerciali è esattamente quella di impedire forme di appropriazione basate sull’inganno e sulla violenza» (Lorenzo Infantino).
Compito dello Stato è difendere i valori che rendono possibile il mercato, non intervenire economicamente, perché lo stato non è uno scienziato economico, come non è educatore, ingegnere, medico, panettiere, e così via. E i valori vengono difesi dettando e facendo osservare leggi negative di mera condotta, che indicano ciò che si deve evitare, non ciò che si deve fare, affinché le persone possano svilupparsi secondo il principio di sussidiarietà.
E ancora Lorenzo Infantino, riassumendo il pensiero di Ludwig von Mises in I fallimenti dello Stato interventista, così si esprime: «L’intervento economico dello Stato distrugge le risorse collettive; impedisce la crescita della conoscenza e blocca l’innovazione; è un’inesauribile fonte di corruzione; ed è una permanente e sistematica minaccia per la libertà». E prosegue con riferimento alla crisi in atto: «sono state le pubbliche autorità a fornire alle istituzioni finanziarie i mezzi per realizzare il loro avventurismo. Ci sono poi responsabilità di vigilanza successiva, ma la causa originaria risiede nei macroscopici errori di politica economica. Il che è quanto inascoltati conoscitori delle teorie economiche avevano posto in luce molto prima dei recenti e plateali dissesti finanziari. A molti commentatori digiuni di economia e di storia economica non farebbe male la lettura di una classica opera: La Grande Depressione di Murray Rothbard (Rubbettino, 2006).
Unicamente un cervello onnipotente potrebbe stabilire preventivamente quale ordine concretamente si realizzerà. A noi non è possibile una pianificazione (Friedrich A. von Hayek).

A commento
Due testimonianze.

Wilhelm Röpke: «Uno dei più pericolosi errori del nostro tempo è di credere che la libertà economica e la società che è basata su di essa non siano compatibili con le esigenze di un atteggiamento rigorosamente cristiano. Questa stravagante credenza è la causa di un fatto ben conosciuto, comune al vecchio e nuovo mondo, e cioè che una non trascurabile parte del clero, sia cattolico che protestante, propende verso la sinistra socialista».

In Autobiografia di un liberale Ludwig von Mises presenta, tra l’altro, la sua attività politica negli anni 1918-1934 e il successo nella lotta per il risanamento del bilancio pubblico, pur tardivo, «perché solo lentamente riuscimmo a convincere il partito cristiano-sociale della necessità di abolire le compensazioni che lo Stato pagava per tenere bassi i prezzi al dettaglio dei generi di prima necessità razionati. Tali riduzioni avevano effetti irrilevanti sul bilancio dei consumatori, mentre impedivano di ripristinare l’equilibrio nel bilancio pubblico».
La cronaca: «Grazie all’appoggio di Weiss-Wallenstein, riuscimmo a spingere la grande industria a fare delle concessioni ai sindacati in cambio della sospensione delle sovvenzioni sui generi di prima necessità. Sapere che i sindacati approvavano, alle spalle delle direzione del partito socialdemocratico, il nostro piano fu un grave colpo per i capi del partito. Per intralciare le trattative, Bauer fece allora ricorso a una misura disperata. Il 1 dicembre 1921 gruppi organizzati del partito socialdemocratico, i cosiddetti “Ordner”, invasero il centro della capitale (la I circoscrizione di Vienna) e presero a saccheggiare e a demolire tutti i piccoli negozi. La polizia, decisa a restare “neutrale”, non mosse un dito per fermarli. L’opinione pubblica prese invece, nei giorni successivi, una ferma posizione contro questa tattica. I socialdemocratici furono costretti a ritirarsi, e così le trattative con i sindacati ripresero».
Il professor Seipel: «Non dev’essere sottovalutato il merito acquisito in quell’occasione dal capo del partito cristiano-sociale, il professor Seipel. Pur essendo digiuno di economia come solo un sacerdote può esserlo, egli intuì che l’inflazione era una iattura, ma purtroppo gli mancava qualsiasi esperienza politico-finanziaria per combatterla. Io e Rosenberg sentimmo allora il dovere di fargli capire che la stabilizzazione della valuta dopo un certo periodo avrebbe reso esplicite tutte le conseguenze dell’inflazione sotto forma di una “crisi di stabilizzazione”. Gli spiegammo che l’opinione pubblica avrebbe addossato la responsabilità dell’inflazione non a chi l’aveva causata ma a chi la combatteva, e che all’iperinflazione sarebbe subentrata la depressione. Il partito cristiano-sociale quindi non avrebbe raccolto applausi di ringraziamento ma soltanto ingratitudine.
Seipel apprezzò molto la nostra correttezza. Era convinto della necessità di prendere comunque gli opportuni provvedimenti, anche se avessero potuto nuocere al partito. L’uomo politico – diceva – si distingue dal demagogo perché preferisce ciò che è giusto a ciò che sarebbe applaudito da tutti. Non erano molti in Austria gli uomini politici che la pensavano allo stesso modo. Ebbi la massima stima per il carattere nobile e schietto di questo sacerdote, malgrado la mia estraneità alla sua visione del mondo e della vita. Era davvero una grande personalità».


Autore: Bruno Bordignon

Laureato in teologia presso l'Università Pontificia Salesiana ed in lettere presso l'Università La Sapienza di Roma, è sacerdote salesiano e insegna presso l'Università Pontificia Salesiana. È membro del Comitato Scientifico e Senior Fellow del Centro Tocqueville-Acton. Autore di diversi articoli e saggi in materia di istruzione, formazione e processi educativi, ha di recente pubblicato i saggi "Certificazione delle competenze" (Rubbettino, 2006) e “Scuola in Italia: problemi e prospettive” (Rubbettino, 2008)

4 Responses to “Caritas in veritate (e in libertate). Un enciclica dalla parte del mercato”

  1. Saulo ha detto:

    Secondo voi chi è che difende la dignità gli esseri umani sul pianeta?
    I politici?
    O forse gli industriali?
    Faccia ancora prima, invece che usare i soliti stereotipi…
    Chi ha potere?
    Chi ha i soldi?
    Chi guida il destino del mondo?

    La Chiesa pur nei suoi eccessi, rappresenta le redini di un cavallo impazzito che sono gli esseri umani avidi di soldi e potere (al giorno d’oggi “troppi!” e a tutti i livelli sociali).
    E’ vero che per certi punti è estrema, ma io penso “PER FORTUNA!” altrimenti chissà questa gente cosa combinerebbe!!!
    L’essere umano è capace di cose meravigliose, come di cose tremende!!!

    Ora mi chiedo…
    Chi inserisce i commenti alle notizie l’ha letta l’enciclica?
    Perchè il buon senso dice che prima di criticare qualche cosa (o qualcuno) la devi conoscere…
    Provate a leggerla!
    Sono solo 30 paginette e in un’ora si leggono.
    Vi sfido a trovarci qualcosa di sbagliato…
    Così forse vi rendete conto che il Papa con certi appelli non difende solo di 70% del pianeta che muore di fame, ma anche te, i tuoi amici, la tua famiglia…
    Eccovi il link:
    http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20090629_caritas-in-veritate_it.html

  2. Giorgio Parisi ha detto:

    Trovo interessante che – tra quelle che ho letto – sia stato un prete a dare l’interpretazione più laica dell’enciclica, la più indifferente ai presupposti dottrinari e la più aderente alla dinamica reale del rapporto tra comportamento morale e economico. Non sono sicuro che Ratzinger avesse in testa quello che gli ha fatto dire Bordignon, ma con Bordignon concordo alla grande.

  3. Paolo Fontana ha detto:

    Trovo che questa interpretazione dell’ enciclica ” Caritas in veritate ” sia molto interessante ed aderente alla realtà socio-politica del nostro tempo, pur prescindendo dagli aspetti teologico-dottrinali. E’ inadeguata a mio giudizio la definizione di” enciclica dalla parte del mercato” ; però è indiscutibile che il Santo Padre abbia invitato non a disprezzare i nuovi modelli economici, ma ad affrontarli restando nella dottrina sociale della Chiesa, rimanendo saldamente ancorati ai valori cristiani. Letture di questo tipo possono essere utili per un riavvicinamento agli occhi della gente tra Chiesa e società economica e per riaffermare il valore costantemente attuale della dottrina sociale cattolica; però oltre agli aspetti sociali, economici e politici non va trascurato l’aspetto teologico-dottrinale.

  4. Da laico, ho trovato l’enciclica una cogente esplicazione della regola di Benedetto da Norcia, la regola che ha creato, intelaiato e propulso quella che possiamo considerare la prima esperienza di economia complessa del mondo post classico, il “monastero”. Dalla pratica, dall’etica e dalla logica economica benedettina sorge, poi, e si diffonde in breve ovunque quella che sicuramente è la prima “multinazionale”, la fraternità templare. Non molti hanno investigato il come ed il perché la regola sia anche – laicamente – un perfetto manuale di organizzazione aziendale ed uno dei migliori trattati operativi di governo di uomini in organizzazioni complesse. Chiunque si occupi di problematiche economiche, a prescindere dalla sua visione e dalla sua appartenenza, dovrebbe conoscere e ben meditare la regola e questa nitida, splendente enciclica di alto contenuto ed alto tenore. Non a caso il Pontefice ha scelto di darsi il nome pontificale di Benedetto.

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