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Change Iran, Go Green – La repressione prosegue, la protesta pure e Obama tace

– In Iran la bandiera verde della rivolta sventola ancora. Solitamente si dà per vinta la causa del regime che riesce a mantenere il controllo dell’esercito e delle forze dell’ordine. Non essendosi registrati episodi di ammutinamento nelle forze armate, se ne può dedurre che il regime di Teheran sia destinato, prima o poi, a vincere la prova di forza.
Le chance per una vittoria rivoluzionaria, tuttavia, non sono pari a zero. Prima di tutto perché le proteste continuano, nonostante la repressione sia durissima. Come ai tempi della rivoluzione contro la Shah di Persia, i civili gridano il loro scontento dai tetti delle loro case. Non viene lanciato alcuno slogan offensivo, basta solo un “Allah u Achbar” (Dio è grande) per violare il coprifuoco. E questa espressione religiosa, rimbalzata di tetto in tetto, è già un segnale di sovversione, a cui le milizie islamiche rispondono facendo puro cecchinaggio. La manifestazione indetta martedì scorso ,per ricordare il 10mo anniversario della rivolta studentesca del 1999, è stata la prima in due settimane. Benché meno massiccia delle prime manifestazioni (che annoveravano  centinaia di migliaia di persone nelle strade della capitale) è stata comunque un segnale che qualcosa continua a bruciare sotto le ceneri. “Noi siamo ancora qui” è il messaggio condiviso lanciato, con varie sfumature, dalle persone intervistate dai media internazionali in quei giorni.
Secondo: quella che era nata come una protesta post-elettorale del riformatore (ma pur sempre uomo di regime) Mir Hossein Mousavi, dopo la vittoria sleale (a causa delle frodi elettorali) di Ahmadinejad, sta diventando qualcosa di completamente diverso. Infatti, lo stesso Mousavi, che ormai non ha più nulla da perdere, sta iniziando a coinvolgere forze del tutto esterne al regime, per salvare se stesso e la protesta di piazza. Oggi, infatti, il consulente politico di Mousavi, Alireza Beheshti, dichiara all’agenzia Ilna che: “Mousavi fonderà un fronte politico che dovrebbe coalizzare le diverse forze riformiste, moderate e progressiste del paese”. La nuova grande formazione dovrebbe ispirarsi al passato pre-rivoluzionario dell’Iran, cioè al Fronte Nazionale fondato nel 1949 da Mohammad Mosaddeq. Si tratterebbe ora di unire tutte le forze anti-governative, in un unica organizzazione politica. Sempre secondo l’agenzia Ilna, i partiti riformisti Mosharekat (Condivisione), i Mojahedin della Rivoluzione Islamica insieme e il partito nazional-religioso Nehzat-e Azadi (Il movimento per la libertà) hanno già espresso, attraverso i propri leader, la loro possibile adesione ad un fronte politico comune, guidato da Mousavi.
La terza forza che spinge a una rivoluzione, oltre alla piazza e a un’eventuale nuovo fronte politico, è l’ala dissidente del clero. E stiamo parlando di una forza fondamentale, in un regime teocratico che fonda la sua legittimità sul consenso dei mullah. Lo stesso consulente politico di Moussavi, Alireza Baheshti, è il figlio del noto Ayatollah Mohammad Beheshti, uno dei compagni principali dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini, nonché il fondatore del Partito della Repubblica Islamica in Iran. Il Consiglio degli Esperti è diviso sulla legittimità delle elezioni e per la prima volta ha il coraggio di mettere in discussione il parere della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, contro il suo sostegno incondizionato al presidente Ahmadinejad. L’ayatollah Ali Hossein Montazeri, sabato, ha definito l’attuale classe dirigente come un’accolita di “usurpatori e trasgressori” della legge islamica, per la loro brutale repressione. Si tratta della prima critica esplicita contro la guida suprema da parte di un esponente di rilievo del clero sciita che non potrà non avere conseguenze.
Un nuovo, ulteriore, fronte anti-regime, potrebbe aprirsi in Iraq, dove risiede l’ayatollah Ali Al Sistani, una delle massime autorità dell’Islam sciita. Un gruppo di riformatori si è rivolto a direttamente a lui, per lettera, chiedendogli di pronunciarsi contro la classe dirigente di Teheran. Sistani non ha ancora risposto. Un suo intervento diretto sarebbe uno scisma, o una vera e propria controrivoluzione dopo quella del 1979: un secondo polo sciita a Najaf che si contrappone a quello di Teheran.
Qui però si entra nella parte più dolorosa (per l’Occidente) del discorso. Perché Al Sistani è di nuovo libero di predicare e di rappresentare l’Islam sciita iracheno dopo la cacciata di Saddam Hussein da parte della Coalizione. Avrebbe potuto svolgere un ruolo di guida per gli sciiti anti-Khamenei se fosse stato debitamente “allevato” e incoraggiato dai suoi liberatori, cioè dagli Stati Uniti. Fossero lungimiranti, alla Casa Bianca potrebbero ora dare il via a una vasta operazione di “contagio” democratico e religioso dall’Iraq all’Iran. Oggi ci sarebbe l’opportunità di avviare seriamente quell’effetto domino che era stato previsto dai neoconservatori nel 2003 dopo la liberazione dell’Iraq. Il problema è che, dal 2003 al 2008, la politica americana nei confronti degli sciiti iracheni non è stata del tutto lineare. Dal momento in cui è presidente Barack Obama, la strategia americana è: disimpegnarsi il prima possibile dall’Iraq e legittimare la leadership sciita di Teheran, anche con Ahmadinejad. Purtroppo, nella storia, le opportunità migliori capitano quando al potere ci sono persone non in grado di coglierle.

Dallo scorso 25 giugno Libertiamo “veste di verde”, nello spazio della testata e nei principali elementi grafici del sito, per accompagnare la protesta democratica in Iran.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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