– Caritas in veritate, l’ultima enciclica di Benedetto XVI, è stata letta da molti da un punto di vista politico: in questo articolo esporrò invece alcune riflessioni su un altro tema, il rapporto tra etica, politica, religione e mercato.
Riassumo brevemente le tesi dell’enciclica più rilevanti a riguardo. La fede (o la “verità”: [§1] “Cristo […] stesso, infatti, è la Verità”) è necessaria alla società perché ne costituisce il fondamento morale: [§5] “Senza verità […] non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere”; il progresso tecnico non basta: [§11] “Senza la prospettiva di una vita eterna, il progresso umano in questo mondo rimane privo di respiro”; come neanche la scienza: [§30] “Il sapere non è mai solo opera dell’intelligenza […] se vuole essere sapienza capace di orientare l’uomo alla luce dei principi primi e dei suoi fini ultimi, deve essere “condito” con il sale della carità”; mentre la metafisica e la teologia possono colmare il vuoto: [§31] “la chiusura delle scienze umane alla metafisica, le difficoltà del dialogo tra le scienze e la teologia sono di danno”.

Ancora, l’uomo senza Fede rischia di sostituirsi a Dio: [§34] “La convinzione di essere autosufficiente e di riuscire a eliminare il male presente nella storia solo con la propria azione ha indotto l’uomo a far coincidere la felicità e la salvezza con forme immanenti di benessere materiale e di azione sociale”, [§74] “la ragione senza la fede è destinata a perdersi nell’illusione della propria onnipotenza”; l’economia non è indipendente dalla morale: [§35] “La convinzione poi della esigenza di autonomia dell’economia, che non deve accettare “influenze” di carattere morale, ha spinto l’uomo ad abusare dello strumento economico in modo persino distruttivo”; l’uomo ha bisogno di una cosmogonia che lo metta al centro dell’Universo: [§48] “Se la natura, e per primo l’essere umano, vengono considerati come frutto del caso o del determinismo evolutivo, la consapevolezza della responsabilità si attenua nelle coscienze”, [§53] “L’uomo è alienato quando è solo o si stacca dalla realtà, quando rinuncia a pensare e a credere in un Fondamento”; la Fede deve informare le politiche: [§56] “La ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla fede, e questo vale anche per la ragione politica”.

L’etica cristiana è necessaria per la crescita economica: [§71] “Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l’appello del bene comune”, [§78] “Al contrario, la chiusura ideologica a Dio e l’ateismo dell’indifferenza, che dimenticano il Creatore e rischiano di dimenticare anche i valori umani, si presentano oggi tra i maggiori ostacoli allo sviluppo”; e, per concludere, la conoscenza umana non è mai pienamente positiva: [§77] “Conoscere non è un atto solo materiale, perché il conosciuto nasconde sempre qualcosa che va al di là del dato empirico”.

Le questioni poste dall’enciclica sono d’importanza fondamentale, e nel leggerla viene naturale chiedersi se è veramente necessario abbracciare il Cristianesimo per conservare gli immensi benefici della vita in società, e che cosa può fare chi, come il sottoscritto e come ormai molti altri, non crede in Dio e quindi si trova al di fuori dell’esperienza religiosa.
Se dovessi scegliere tra questa enciclica e uno scritto di un qualche scientista positivista di quelli cresciuti come la gramigna nel XIX secolo e che ancora oggi stentano ad estinguersi, sceglierei la prima, che mostra una più profonda comprensione dell’antropologia e dell’epistemologia. L’intero ragionamento si basa però su un assioma, e cioè che l’unica fonte di moralità, di significato e di conoscenza sia la Fede religiosa: l’esperienza esistenziale di qualsiasi ateo o agnostico dimostra il contrario, però, e l’umanità dovrebbe imparare a convivere con la coscienza che molte costruzioni umane, quali la scienza, l’etica e la giustizia, non sono che costruzioni imperfette, senza solide fondamenta, temporanee, fallibili ed incomplete. Ho sempre avuto l’impressione, del resto, che la negazione di questa consapevolezza costituisca l’essenza della religiosità.
A differenza della nostra classe dirigente, il Papa è in grado di scrivere un testo che vale la pena leggere. Ciononostante, le sue conclusioni non sono convincenti, almeno per chi non ne è già convinto. Se è vero che l’economia e la politica, in quanto ambiti dell’azione umana, hanno sempre una dimensione morale, questo non significa che sia necessario che ne abbiano una religiosa. È vero che l’umanità contemporanea ha cercato di nascondere sotto il tappeto i problemi dell’etica – che non sono trattabili scientificamente e quindi sono ontologicamente scomodi – e che sono ancora diffuse opinioni indifendibili sull’amoralità della politica e del mercato, ma non c’è bisogno di essere cristiani per evitare queste aporie. Nulla di ciò che è condivisibile nell’enciclica si perde a lasciar fuori l’aspetto religioso.