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La candidatura di Marino è “sbagliata”, ma molto utile

– A rigore, la candidatura di Ignazio Marino non dovrebbe entusiasmare chi, al di là delle preferenze di voto, ritiene essenziale per il bene della politica italiana che il PD e la sua dialettica politica interna rimangano ancorati ad uno schema maggioritario. Uno schema che esige, in termini di principio, candidati che “corrano per vincere” e non per “sparigliare” e che presentino una piattaforma politica in grado di prefigurare, se non di descrivere nel dettaglio, un progetto complessivo di governo del paese.
Quella di Marino non è, né appare destinata a diventare, una candidatura di questo tipo.
Forte di un prestigio in larga misura extrapolitico e di un messaggio non volgarmente anti-politico, il “personaggio Marino” è di sicuro ingombrante. Non è liquidabile come un candidato di disturbo, né è privo dell’immagine, della caratura morale e della sensibilità politica necessaria per aggregare un robusto consenso interno. Gli esiti della campagna di tesseramento che Marino ha lanciato per supportare la propria candidatura alle primarie sembrano infatti confermare che il popolo del PD “sente” il suo messaggio e che la classe dirigente del PD raccolta attorno a Franceschini e Bersani finirà inevitabilmente per subirlo.
Nondimeno, il “candidato Marino” può al più sperare di aggregare una significativa componente “nuovista”, che, proprio in quanto minoritaria, si può permettere, sul piano politico e ideale, scorribande che non sarebbero consentite ad un candidato “maggioritario”. Marino infatti colpisce duro su di una serie di temi – da quelli bio-politici a quelli del rinnovamento della classe dirigente – su cui il PD, per puntellare equilibri interni quanto mai instabili, si è mostrato in questi mesi più imbarazzato e indeciso.
La candidatura di Marino però, pur se così “sbagliata” secondo lo schema maggioritario, non è per nulla disprezzabile, neppure in una logica sistemica. Anzi è molto utile. Non è una cura per i problemi del partito, ma è un sintomo importante, che può aiutare a capire la natura di questi problemi (o almeno di alcuni dei più significativi).
L’idea che le primarie 2009 del PD siano l’ennesima tappa di uno scontro culturale, personale, e politico iniziato nella FGCI degli anni ‘70 è un dato che a molti appare talmente scontato da divenire, per così dire, “non giudicabile”. Che ci siano nell’apparato di vertice del PD pochissimi dirigenti che non siano stati, ormai un ventennio fa, quadri o dirigenti junior e senior della DC o del PCI sembra un dato così banale da apparire invisibile. Eppure si tratta, in termini storico-politici, di un’anomalia impressionante. Che i tempi, i modi, i contenuti e le scelte di un partito “nuovo” vengano dettati da una classe dirigente che porta, come titolo d’onore, essenzialmente le medaglie delle battaglie perse non è, per dirla dalemianamente, una cosa da “paese normale”.
La candidatura di Marino da questo punto di vista suona la sveglia. Quanto forte la suonerà, ancora non sappiamo. Ma in un modo o nell’altro la suonerà.
Inoltre, i temi che maggiormente qualificano il curriculum e la proposta di Marino (a cavallo tra bio-politica e sanità), rendono la sua candidatura eccessivamente tematica, se non mono-tematica, e quindi offrono un’idea non di specializzazione, ma di parzialità e  di debolezza, che male si attaglia ad un politico che intenda conquistare e governare il maggiore partito dell’opposizione. Nel contempo la reazione che questo connotato sta suscitando è molto significativa. Che Fassino definisca “laicista” la candidatura di Marino è un segno, certo ridicolo, ma non meno eloquente, di paura. Marino (che, se vogliamo metterla in questi termini, è assai meno “laicista” di molti supporter di Bersani e di Franceschini) è semplicemente uno che pensa che sui temi bio-politici il PD debba uscire da una situazione di obiettiva e obbligata paralisi. Di più: è uno che ritiene che quello bio-politico sia uno dei campi in cui alla cultura politica del Paese (e non solo del PD) è richiesta la maggiore capacità di innovazione e mediazione. Una capacità che comporta scelte prudenti e drammatiche, ma esige comunque delle decisioni. Che necessita di una moderazione pratica, ma non di una perenne disputa teorica. Marino non promette fughe in avanti, ma si impegna ad un comportamento coerente con l’obiettivo di assicurare una disciplina normativa (sul fine vita, ma non solo) che non discrimini, né in positivo né in negativo, i cittadini e che riconosca loro un comprensibile “primato morale” rispetto ogni decisione che riguardi le loro scelte di cura. Il PD – dalla legge 40 a quella sul fine vita –  si è mosso finora nella logica opposta: quella che coniuga il massimo del pluralismo ideologico nella vita politica interna con il massimo dell’immobilismo normativo nell’attività legislativa e di governo. La posizione del PD non ha “contenuto” ma si situa in un punto di equilibrio mediano tra le diverse posizioni, che non coincide di fatto con la posizione (né con l’interesse) di nessuno. Il PD, su questi temi, sta in piedi se sta fermo. Se prova a “muoversi”, cade. Questa condizione lo pone in grande difficoltà sia all’interno, sia, soprattutto all’esterno, nel confronto con un partito come il PDL, che su questi temi (purtroppo) non mostra alcun timore né alcuna remora, e dà spregiudicatamente corso sul piano legislativo ad un robusto “massimalismo bio-politico”.
Per queste e altre ragioni, possiamo sperare nel fatto che alla fine Marino non si limiterà a fare il “guastafeste”, ma darà un contributo assai più sostanzioso e utile alla dialettica interna del PD, che peraltro dalle parti del PDL si farebbe bene a continuare a seguire con rispetto e attenzione, senza sensi di superiorità o di disprezzo di cui ci si potrebbe presto pentire.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

2 Responses to “La candidatura di Marino è “sbagliata”, ma molto utile”

  1. niccolò ha detto:

    Probabilmente è ancora troppo presto per parlare del
    dopo-congresso, ma lancio una piccola provocazione.

    Potrebbe la candidatura di Marino rappresentare la giusta rivoluzione verso una socialdemocrazia, o, più realisticamente, dar voce a chi la auspica? E rappresentare quindi per la sinistra ciò che in Italia per la destra non è ancora avvenuto?

    La famosa rivoluzione liberale…

  2. Giovanni Buschera ha detto:

    Marino conta pochissimo tra gli iscritti, conterà molto di più tra gli elettori delle primarie, ma le possibilità che le vinca sono molto basse. Anche lui poi per riuscire a candidarsi si è dovuto appoggiare a alcuni “grandi vecchi” (Bettini, Chiamparino).
    Socialdemocrazia? Non penso proprio. E spero che il PD vada avanti verso una visione democratica americana e non socialdemocratica europea

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