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Riformare l’Università: l’altra faccia del merito

– Ci risiamo, si ritorna a parlare di Università, di riforme e di rivoluzioni. Le stagioni cambiano, il tempo passa, i governi si rinnovano, ma le parole d’ordine (molte parole, ma pochi fatti) sono sempre quelle: più meritocrazia e più fondi. Bene, benissimo, parole ed obiettivi fondamentali dai quali nessuna riforma dell’Università può prescindere. Tuttavia, maggiore rilevanza al merito e maggiori finanziamenti non hanno alcun senso se non si include nell’equazione anche l’altra faccia della medaglia, ovvero il demerito, la responsabilità e le punizioni. Nessuna università di buon livello si basa sulla sostanziale irresponsabilità dei propri membri. Tutti, dai professori al personale amministrativo, devono essere sottoposti ad una semplice regola: chi sbaglia paga. Nei grandi centri di ricerca, ad esempio Harvard oppure Oxford, quando un ricercatore non fa ricerca, oppure un professore associato non pubblica neppure una riga durante i primi 5 anni di contratto, vengono lasciati a casa senza remore. Crudeltà? Individualismo sfrenato? Nulla di tutto ciò. La regola del “chi sbaglia paga” è semplice ed è a tutela di due categorie di persone. La prima sono gli studenti i quali hanno il diritto ad essere formati da professori competenti, mentre la seconda sono i professori in cerca di occupazione, quelli che spesso in Italia si devono “mettere in fila” ed aspettare il proprio turno. Qualcuno sicuramente arriccerà il naso pensando che i professori bravi non siano necessariamente bravi a fare ricerca. Dubitando fortemente che questa affermazione sia vera, nelle Università serie anche questo viene preso in considerazione con un’altra semplice regola: se un docente non pubblica, deve insegnare di più. Molto di più.

Ma passiamo ad un’altra categoria che nelle grandi università internazionali deve sottostare alla dura legge della giungla: i manager. Nel mondo accademico spesso accade che docenti prediligano l’attività amministrativa alla ricerca e si dedichino a dirigere dipartimenti, facoltà, oppure intere Università. Questo succede sia in Italia che all’estero. La differenza, vedi sopra, risiede sempre nelle responsabilità che pari grado nostrani e stranieri hanno nello svolgere le loro mansioni: all’estero si perde lo stipendio oppure il lavoro, mentre in Italia… non succede assolutamente nulla. Senza ricordare le situazioni paradossali di rettori che trascinano sul lastrico intere Università oppure di docenti condannati per aver truccato i concorsi e che vengono puntualmente rinominati commissari in altri concorsi, anche la normalità non è realtà nel Belpaese. Per sottolineare questo concetto è sufficiente ricordare che se il Dean (Direttore) del collegio di Arts and Sciences di Harvard assume persone incompetenti, spende più di quello che può spendere, e soprattutto spende male, il collegio di Arts and Sciences non avrà altra alternativa alla chiusura. Al contrario, nel nostro paese dove le responsabilità sono state collettivizzate (mentre i benefici quelli rimangono sempre ben saldi nelle mani di pochi), i dipartimenti non possono chiudere, i direttori non possono essere licenziati, e nel caso in cui la voce spese superi quella delle entrate ci pensa il Ministero a coprire la differenza.

Questa stortura del mercato ha creato un sistema universitario dove non ha più senso parlare di meritocrazia o di aumento dei fondi. C’è bisogno di dare uno scossone al sistema cercando sì di premiare i meritevoli, ma al tempo stesso è ora di individuare le responsabilità di una situazione che si trascina da troppo tempo e che è troppo importante per essere lasciata ai giochetti del teatrino politico e para-politico. L’Università italiana ha il grande compito di creare le prossime classi dirigenti, di innovare e di contribuire allo sviluppo del capitale umano di cui questo paese ha grande bisogno, senza dimenticare le sinergie fra università ed imprese che contribuiscono alla crescita economica. Punire fannulloni ed incompetenti libererebbe forze giovani e capaci represse da un sistema gerarchico ed obsoleto, renderebbe sensato e imprescindibile dedicare maggiori fondi alla ricerca, e porrebbe l’assunzione di giovani e validi ricercatori al centro degli interessi dei dipartimenti, così da migliorare anche il servizio offerto agli studenti.
Tante sono le piccole modifiche al sistema universitario in vigore che potrebbero contribuire al suo miglioramento, ma tutto deve basarsi sul ritorno alla responsabilizzazione delle figure chiave del mondo accademico: se non creiamo una sana competizione interna al sistema che premi (davvero) i meritevoli e punisca (davvero) i poco meritevoli, ogni sforzo di riforma sarà sprecato.


Autore: Francesco Giumelli

32 anni, insegna Relazioni Internazionali e Studi Europei alla Metropolitan University Prague. Studia e si occupa di conflitti, politica estera e sanzioni internazionali. Autore di "Coercing, Constraining and Signalling. Explaining UN and EU Sanctions after the Cold War" con ECPR Press e curatore del blog Tucidide (tucidide.giumelli.org).

3 Responses to “Riformare l’Università: l’altra faccia del merito”

  1. DM ha detto:

    Condivisione su tutti i punti. Benvenuto su libertiamo.

  2. Le affermazioni sono assolutamente condivisibili. Lo sviluppo non appare del tutto completo poiché manca almeno di due punti qualificanti ed irrinunciabili. Il primo – einaudianamente – è la abolizione del valore legale del titolo di studio, che tutto appiattisce e dietro al quale si nasconde una della cause di maggiore inefficenza sia del sistema universitario che, in generale, della macchina pubblica e del degrado dei valori intrinseci delle professioni. Il secondo è il sistema di valutazione della docenza affidato alla discenza secondo modalità affinate, il quale solo garantisce una completa valutazione, nel merito, della efficacia e della portata della azione del docente. Molto, inoltre, sarebbe possibile dettagliare sulla cogenza ed irrinuciabilità della integrazione funzionale fra università e mondo della impresa.

  3. DM ha detto:

    L’abolizione del valore legale del titolo di studio sollevato da pier carlo de cesaris è un tema già visto sulle pagine di libertiamo. E’ stato in molteplici occasioni presentato come strumento per migliorare l’efficienza delle università, e in quanto tale merita maggiore attenzione e approfondimenti. Per quel che mi riguarda mi sono sempre mostrato scettico nei confronti di questa scelta, ma ammetto di avere un quadro della situazione poco dettagliato che merita di essere colmato. Contributi e maggiori informazioni a riguardo sono ben gradite.

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