– Il titolare dell’Interno, Maroni, ha finalmente ammesso quanto numerosi esponenti dell’esecutivo e della maggioranza si sono impegnati strenuamente a negare, contro ogni evidenza, per quasi una settimana.
Gli stranieri irregolari che lavorano da anni in Italia, qualunque impiego essi abbiano (senza distinzione tra badanti, camerieri ed edili) se verranno “beccati”, verranno espulsi. L’espulsione è, di fatto, la pena che la legge prevede per il reato che compie lo straniero extracomunitario che “si trattiene nel territorio dello Stato, in violazione delle disposizioni del presente testo unico”. In base alla legge appena votata (che non lascia nessun margine di interpretazione), compie un reato anche chi si trattiene irregolarmente in Italia e non solo chi vi entra dopo la promulgazione della legge. Sostenere che la legge non è “retroattiva” è tautologico, ma non istituisce, di per sé, un esimente a beneficio dei clandestini di più lungo corso. Se poi anche si volesse “disapplicare” la norma a loro esclusivo vantaggio (in che modo, di grazia, senza una modifica dell’appena approvato art.10 bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 ), comunque la loro clandestinità continuerebbe a configurare un illecito amministrativo sanzionato, nuovamente, con l’espulsione. E saremmo daccapo. Ma soprattutto, continuerebbe ad essere reato, punito con l’arresto dai tre mesi ad un anno, il comportamento di chi “occupa alle proprie dipendenze lavoratori stranieri privi del permesso di soggiorno previsto dal presente articolo, ovvero il cui permesso sia scaduto e del quale non sia stato chiesto, nei termini di legge, il rinnovo, revocato o annullato” (Art. 22, comma 12, del D. Lgs 286/98).
Se Maroni è finalmente sincero, non sembra mostrarsi altrettanto saggio. La sua resistenza alla regolarizzazione dei lavoratori stranieri irregolari stabilmente inseriti nelle famiglie e nelle imprese italiane ha pesantissimi “effetti collaterali”.
Visto che senza sanare la condizione dello straniero irregolare non è possibile regolarizzare il suo contratto di lavoro, in Italia continuerà a funzionare in alcuni settori (nel lavoro domestico, nell’edilizia, in agricoltura e nella ristorazione…) un mercato del  lavoro “parallelo” e illegale che inquinerà il funzionamento di quello legale: non solo favorendo fenomeni di sfruttamento e azzerando il potere contrattuale dei lavoratori irregolari, ma tenendo artificiosamente bassi, grazie alla concorrenza delle imprese e delle famiglie che impiegano, a costi inferiori, lavoro irregolare, le retribuzioni e le garanzie normative dei lavoratori regolari. La condizione di irregolarità non nuoce dunque solo agli irregolari, ma anche ai regolari. Al lavoro nero, a bassi salari e a basse garanzie (anche in termini di sicurezza), finiscono così condannati non solo gli extracomunitari senza titolo di soggiorno, ma anche gli stranieri e gli italiani che potrebbero essere giuridicamente contrattualizzati.
La “criminalizzazione” della condizione di irregolarità (e poco importa che sia operata per via penale o amministrativa) rischia quindi di avere effetti criminogeni sul mercato del lavoro, di premiare i comportamenti elusivi e sleali e di impedire per le imprese e le famiglie oneste, che pure lo vorrebbero, qualunque rientro nella legalità.
Ovviamente, si può sostenere che tutto questo sarà risolto facendo piazza pulita degli abusi e procedendo all’espulsione del circa mezzo milione di lavoratori clandestini e all’incriminazione di centinaia di migliaia di datori di lavoro. Ma chi lo sostenesse, obiettivamente, non darebbe prova né di senso della realtà, né di senso del ridicolo.