– Ci sono pochi temi come le politiche sull’immigrazione che sembrano in grado di descrivere un’alternativa radicale, ideale e reale,  tra centro-destra e centro-sinistra. Nei giorni che hanno seguito l’approvazione della legge sulla sicurezza e del robusto pacchetto anti-immigrazione, la retorica securitaria della maggioranza e quella umanitaria dell’opposizione sembravano divise da un oceano di differenze e di diffidenze: insomma, di radicale alterità politica.
Il paradosso è che in realtà vi sono pochi temi come l’immigrazione che da oltre un decennio si sviluppano su di un piano di sostanziale continuità normativa, pure nell’alternanza dei governi di centro-destra e centro-sinistra. Le “rivoluzioni” legislative che di volta in volta la destra ha minacciato contro il “buonismo” della sinistra e la sinistra ha promesso contro il “razzismo” della destra non hanno fatto altro, nella sostanza, che dissimulare l’incapacità di entrambi gli schieramenti di uscire da uno schema consolidato, insieme ingiusto e inefficiente: troppo rigido e “avaro” per adattarsi alla realtà demografica e occupazionale dell’Italia e alle esigenze del suo sistema produttivo; ma perfino troppo “molle” e prodigo di opportunità per gli stranieri agli occhi di un elettorato che identifica, in modo pregiudiziale, negli stranieri un rischio per la sicurezza e la coesione sociale del paese.
Il viaggio in queste somiglianze travestite da differenze, in questa guerra di civiltà che maschera l’inerzia politica, non è esaltante, ma è quanto mai istruttivo. Anche se è un po’ lungo, vale forse la pena di farlo.

La legge sulla sicurezza è stata paragonata da sinistra alle leggi razziali. Ma in concreto, quali modifiche apporta alla normativa esistente? Sulla scorta dell’esempio, non necessariamente commendevole, di altri paesi europei e con conseguenze non precisamente congruenti sul piano costituzionale, istituisce un reato di “clandestinità” la cui sanzione (di fatto: l’espulsione) è identica a quella fino ad oggi prevista per una condotta disciplinata nei termini dell’illecito amministrativo. Che l’espulsione sia la pena irrevocabile del clandestino, in quanto tale condannato senza possibilità di revoca all’irregolarità e non “regolarizzabile” (salvo eccezionale “sanatoria”) secondo le norme ordinarie, non lo ha deciso oggi la Lega, ma oltre 10 anni fa una legge –  come usa dire –  “avanzata” della sinistra (la legge 6 marzo 1998, n. 40, cosiddetta Turco- Napolitano), che, nell’illusione di mettere ordine in una materia confusa, aveva istituito i tre capisaldi attorno a cui si sarebbe consolidata, per oltre un decennio, la legislazione sul tema.

In primo luogo, il – chiamiamolo così – legame organico tra diritto di soggiorno e contratto di lavoro, che fonda l’intera politica dei flussi, basata su quote nazionali, sulla finzione giuridica di stranieri assunti, formalmente, all’estero da datori di lavoro che in teoria neppure li conoscono; in secondo luogo, l’esclusione di ogni possibilità di regolarizzazione in itinere di clandestini o overstayers (per intendersi: il caso della moldava che entra con un visto turistico o di studio, non “rientra” nel proprio paese alla scadenza del permesso, trova lavoro come badante, ma non può essere regolarmente assunta, perché dovrebbe essere prima regolarmente espulsa); in terzo luogo, l’inasprimento repressivo nei confronti degli irregolari che, per evitare di essere espulsi, non denunciano le proprie generalità, o ne denunciano di false, e dunque possono essere reclusi, con provvedimento amministrativo, nei centri di permanenza temporanea, fino alla loro identificazione e espulsione.

Sul diritto di asilo, la sinistra ha allora taciuto, evitando di dare al paese quella legge organica che da decenni esso aspetta (o che, per meglio dire, aspettano i potenziali “asilanti”). E ha continuato a tacere, quando è tornata, brevemente, al governo.
Il centro-destra, nella XIV legislatura (con la legge 30 luglio 2002, n. 189, cosiddetta Bossi-Fini) e poi nell’attuale, si è obiettivamente limitato a aggravare quantitativamente, ma non qualitativamente, un impianto normativo in parte logicamente repressivo e in parte inutilmente vessatorio. Ha “simbolicamente” reso reato il vecchio illecito amministrativo della clandestinità; ha rafforzato ostruzionisticamente il legame tra diritto di soggiorno e contratto di lavoro operando nell’idraulica dei flussi per restringere l’accesso degli stranieri regolari (e rafforzando, in misura corrispondente, la pressione sul canale clandestino); ha esteso il periodo di detenzione nei Centri di Permanenza Temporanea (CPT), ridenominati Centri di Identificazione e Espulsione (CIE), fino a 180 giorni. Tempo invero abnorme, ma non dettato da una delibera del Terzo Reich, bensì da una Direttiva Europea (art. 15, paragrafo 5, della Direttiva 2008/115/CE).
Molto altro la legge sulla sicurezza sul tema dell’immigrazione non fa né dice: le parti peggiori, più indifendibili e insolenti anche moralmente  (le cosiddette norme sui “presidi e medici spia”), sono state neutralizzate, dopo che su di esse si è aperto, soprattutto per merito del Presidente della Camera, uno dei pochi dibattiti veri all’interno della maggioranza di questo inizio di legislatura. Rimane davvero poco altro. Ne abbiamo già parlato, e ci ritorneremo sopra.

Ça va sans dire, sull’asilo politico, tema tornato di moda dopo le polemiche sui respingimenti, anche il centro-destra si è ben guardato di definire una disciplina organica. Ma anche qui, nihil sub sole novi.

Allora, ci vuole – è il caso di dirlo – una bella faccia di bronzo, da sinistra, per infiocchettare oggi l’epopea della “badante negletta”, minacciata nei suoi diritti e nel suo lavoro da una legge razzista, e della “famiglia minacciata”, perché privata della preziosa collaboratrice familiare  e addirittura esposta ai rigori della legge per avere scelto di proteggere e di impiegare una dipendente irregolare. Faccia di bronzo – s’intende – non perché non sia effettivamente rischiosa la situazione della famiglia e della sua eventuale collaboratrice, ma perché a queste drammatiche conseguenze non l’espone solo, oggi, la legge “cattiva” del centro-destra, ma l’esponeva anche, un decennio fa, quella “buona” della sinistra (la già citata Turco-Napolitano) che prevedeva non solo la doverosa espulsione della badante irregolare, ma anche un esplicito reato di favoreggiamento e un ancor più chiaro reato di sfruttamento a carico della famiglia, per così dire, connivente (art. 10 comma 5; Fuori dei casi previsti dai commi precedenti, e salvo che il fatto non costituisca più grave reato, chiunque, al fine di trarre un ingiusto profitto dalla condizione di illegalità dello straniero o nell’ambito delle attività punite a norma del presente articolo, favorisce la permanenza di questi nel territorio dello Stato in violazione delle norme della presente legge, e’ punito con la reclusione fino a quattro anni e con la multa fino a lire trenta milioni; art. 20, comma 8: Il datore di lavoro che occupa alle proprie dipendenze lavoratori stranieri privi del permesso di soggiorno previsto dal presente articolo, ovvero il cui permesso sia scaduto, revocato o annullato, e’ punito con l’arresto da tre mesi a un anno o con l’ammenda da lire due milioni a lire sei milioni).

Eppure, in questo teatrino della politica che ricorda la commedia all’italiana, i suoi personaggi, le sue ipocrisie e le sue buone coscienze a buon mercato, spiace ammettere che la palma dell’ “albertosordismo” spetta indiscutibilmente agli esponenti del centro-destra, in primis della Lega, che fanno finta di avere approvato una legge diversa da quella che hanno voluto, di leggere in essa qualcosa di diverso da quello che vi hanno scritto, di intendervi un significato diverso da quello che hanno voluto imporre e rivendere immediatamente ad un elettorato impaziente.

Sentire il Ministro dell’interno sostenere che l’art.1 comma 16 lettera a) della legge sulla sicurezza non ancora promulgata, che modifica il testo unico sull’immigrazione e che istituisce il reato di clandestinità “per lo straniero che fa ingresso ovvero si trattiene nel territorio dello Stato, in violazione delle disposizioni del presente testo unico” non si applicherebbe alle badanti è obiettivamente esilarante. Alle badanti no, ma ai muratori sì e ai nullafacenti di più e ai criminali massimamente? E da dove si deriverebbe questa esimente per le collaboratrici domestiche? E perché le famiglie dovrebbero “stare tranquille”, in assenza di una regolarizzazione che consenta di regolarizzare gli “irregolarizzabili”, solo perché il Ministro dell’interno promette, bontà sua, una applicazione discrezionale e lassista di una normativa stupidamente vessatoria?

Nel dibattito sulla regolarizzazione dei lavoratori stranieri irregolari le reazioni leghiste, anche di parte governativa, hanno raggiunto punte di grottesco.
Il Ministro Calderoli – il principe della severità e dell’intransigenza normativa – ha da par suo sostenuto che le badanti sono in realtà, in larga parte, mignotte assunte con mansioni diverse da quelle che effettivamente svolgono e che comunque, in punto di diritto, la regolarizzazione sarebbe impedita dalla normativa europea. La prima notizia non è suffragata da prove convincenti (il notorio pregiudizio del Ministro è semmai un indizio a discarico delle accusate); la seconda è semplicemente falsa, perché il Patto Europeo sull’immigrazione e l’asilo, stipulato dai Capi di Stato e di Governo dell’U.E  il 16 ottobre 2008 (Patto che costituisce peraltro un documento programmatico dei paesi membri, non una “legge europea”, al pari di una direttiva) non impedisce affatto di regolarizzare, per ragioni economiche, e su base individuale, stranieri senza titolo di soggiorno già stabilmente inseriti nel mercato del lavoro del paese membro, ma impedisce sanatorie generalizzate e indiscriminate di immigrati irregolari.

Intanto tra le 500 e le 600 mila persone (in larga parte già censite dal Ministero dell’Interno) e i loro datori di lavoro (le imprese e le famiglie italiane, mica la mafia) aspettano di capire se e quando, dopo avere fatto la faccia brutta, l’esecutivo si metterà di buzzo buono per risolvere la loro situazione. Nel 2002, la Bossi Fini fu accompagnata dalla più enorme sanatoria della storia italiana. A distanza di 7 anni, la situazione si ripropone esattamente negli stessi termini.
Su questo fronte, comunque, ne vedremo ancora delle belle. Ma –  temo – non ci divertiremo.