– Secondo il governo cinese, sono pericolosi terroristi islamici.
Ma chi sono davvero questi Uiguri, balzati improvvisamente agli onori della cronaca per i tristi fatti di ieri?
Gli Uiguri, una delle 56 etnie (grazie al commentatore che ha fatto notare l’errore “minoranze etniche”, NdA) riconosciute in Cina, sono di religione musulmana e di lingua turca e vivono soprattutto nella regione dello Xinjang, dove, a differenza che nel resto del Paese, rappresentano la maggioranza della popolazione. Fra il 1930 e il 1949, una parte della regione – che era stata annessa all’impero cinese nel 1884 – conobbe l’effettiva indipendenza col nome di Turkestan Orientale (East Turkestan). Successivamente l’intera zona tornò ad essere cinese, ma sia le spinte indipendentiste sia quelle, più moderate, per una maggiore autonomia sono rimaste sempre presenti, intensificandosi dopo la caduta dell’URSS. A partire dagli anni ’90, però, il regime di Pechino ha attuato una politica di sviluppo e “sinizzazione” coatta, facendo sì che, nella stessa area, l’etnia Han, maggioritaria in tutta la Cina, passasse dal 6% al 40% della popolazione.
Ciò ha provocato e continua a provocare tra i due gruppi etnici tensioni e scontri sempre più difficili da tenere a freno, tra rivendicazioni autonomistiche da una parte e volontà di assimilazione dall’altra. Volontà, peraltro, tanto più forte in quanto la regione dello Xinjang è di notevole importanza strategica, poiché si trova al confine con Afghanistan, Kirghizistan, Kazakistan e Tagikistan, ed anche per il fatto che proprio qui, nel bacino del Tarim, è situata la principale riserva di idrocarburi del Paese.

Stando così le cose, non si fa fatica a credere che il governo di Pechino neghi ed ostacoli in tutti i modi una maggiore autonomia del popolo uiguro nel rispetto dei diritti umani, obiettivo perseguito dal movimento dissidente democratico e nonviolento guidato dalla leader spirituale Rebiya Kadeer, e tanto più l’indipendenza, perseguita tra gli altri dal Movimento islamico del Turkestan, classificato dall’ONU come “terroristico” e, secondo il regime cinese, strettamente legato ad Al Qaeda.
Certamente la minaccia del terrorismo islamico è seria, e va tenuta sotto controllo in ogni parte del mondo; tuttavia, le notizie che hanno come fonte l’ “ufficio stampa” di un regime non democratico vanno prese con molta cautela, e in questo particolare caso vale forse la pena di tener conto anche del parere di Nicholas Bequelin, di Human Rights Watch, il quale sostiene che i legami di questa organizzazione con Al Qaeda, se pure esistono, sono molto meno forti di quanto Pechino voglia lasciar credere.

Lo stesso utilizzo da parte del regime cinese di una definizione tutto sommato vaga quale “terrorismo” per indicare qualsiasi manifestazione, anche la più innocua, di dissenso o di protesta non aiuta a fare chiarezza, né sui reali obiettivi della variegata e travagliata dissidenza uigura, né su ciò che realmente è avvenuto ieri notte a Urumqi, capoluogo dello Xinjang.
Gli esuli uiguri in contatto coi loro “fratelli” dissidenti in patria sostengono che la polizia ha aperto il fuoco su una manifestazione “pacifica”, mentre il regime afferma che i giovani manifestanti all’improvviso hanno “attaccato dei passanti” e bruciato delle auto.

Di certo si sa solo che ci sono stati circa 160 morti, più di 800 feriti e (ufficialmente) 700 arresti, ma sulla causa scatenante del bagno di sangue le fonti divergono: la versione forse più verosimile è quella secondo cui diverse centinaia di giovani uiguri stavano manifestando pacificamente la loro protesta per l’assassinio di due operai della stessa etnia in una fabbrica di Canton, quando le forze di sicurezza, poiché la manifestazione non era autorizzata, sono intervenute, innescando una strage che, se questa versione diventasse quella ufficiale, risulterebbe la più grave tra quelle perpetrate nel regime cinese dopo Tienanmen.

Continuare ad etichettare tutte le forme di dissidenza uigura come “terroriste”, anche se è funzionale, nella strategia della guerra continua (Orwell!), all’obiettivo di consolidare il potere del regime di Pechino e ritardare il passaggio verso una forma di governo democratica, porterà ad un’intensificazione di tensioni e scontri. E aggraverà una situazione che, ci auguriamo, non potrà essere guardata con indifferenza né dai grandi della Terra, né da chiunque voglia, prima di accettare una versione dei fatti piuttosto che un’altra, informarsi e documentarsi su chi sono veramente questi “terribili” Uiguri.

Cosa che, speriamo, nel suo piccolo, quest’articolo possa aiutare a fare.

(fonti: Wikipedia, ApCom, Il Velino, Repubblica.it, Corriere.it)