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Etica pubblica: al centro la persona e al margine la libertà?

– Al convegno dal titolo « La persona prima di tutto », organizzato dalla Fondazione Craxi e dalla Fondazione Nuova Italia, in cui abbiamo visto schierata una parte importante dello stato maggiore del Pdl, i relatori hanno discusso parlando molto di « persona » (ma mai di « individuo ») e tra le altre cose si sono preoccupati di spiegarci come, per costruire il futuro del nostro paese, dobbiamo serenamente rinunciare a parte importante della nostra libertà in nome del diritto naturale, delle leggi di natura, della tradizione.

La modernità dovremmo affrontarla ancorandoci prima di tutto ad una « tradizione » presentata come monolitica, immutabile e autoevidente. E perché mai dovremmo procedere in siffatto modo? Perché per  garantire una società che ponga al centro delle proprie preoccupazioni la persona, dobbiamo rifuggire la presunzione fatale di voler precostituire il futuro, come vorrebbero – ci hanno spiegato – i nuovi adepti dello scientismo e del costruttivismo. Il futuro deve invece essere aperto, schiudersi continuamente all’ « incertezza » e alla « meraviglia ». Si ritiene evidentemente che sostenere la ricerca scientifica e lasciarla libera di procedere, nella speranza che le sue applicazioni, come già è accaduto e accade, ci rendano meno schiavi del caso e quando attaccati dalla malattia o da accidenti della vita ci diano la speranza di passare qualche tempo in più su questa terra o di passarlo nel migliore possibile dei modi, sia una presunzione fatale. Si  ritiene  che altrettanto colpevole sia il desiderio di dare alla luce un figlio sano e di ricorrere a tal fine alla scienza medica, richiamando con la voce alta e il dito puntato i fantasmi della selezione della specie e dell’eugenetica. Si ritiene che ogni uomo non abbia la libertà di decidere, per sé, non per altri, se vuole o meno che la propria vita biologica prosegua indefinitamente anche quando la coscienza lo ha abbandonato per sempre. « L’incertezza » e la « meraviglia » del futuro richiamano una concezione pre-moderna dell’uomo, che non si pone al centro dell’universo e non cerca di trasformare il mondo che lo circonda ma si lascia andare al fato, alla provvidenza ; ma non è così che è emersa la libertà dell’uomo occidentale.

La tradizione, si diceva. Quella che oggi ci viene proposta dai nuovi interpreti della libertà « correttamente intesa » di fatto è coincidente con quella cattolica, anzi, con quella interpretata dalle gerarchie cattoliche. Naturalmente ciò viene negato, con il ricorso all’artificio retorico delle « leggi di natura ». Leggi che esprimerebbero una Verità proposta come autoevidente e alla quale tutti dovrebbero dunque conformarsi.

Tradizione e leggi di natura costituirebbero dunque il serbatoio dal quale dedurre in modo automatico i valori per la nostra società. Ma ben sappiamo che la tradizione è un oggetto multiforme e in divenire e che, proprio per la sua essenza, non può essere congelata una volta per tutte. Sappiamo anche che l’idea di « natura »  è inevitabilmente soggetta a interpretazioni molteplici e attraverso il ricorso ad essa è possibile sia legittimare i diritti e le libertà individuali contro il potere (« gli uomini nascono e dimorano liberi e uguali nei diritti » si legge nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789), sia conculcarli (Filmer, contro il quale polemizzava John Locke, non sosteneva forse il potere « naturale » e paterno dei re e che fosse « contro natura » il governo del popolo ?) .

Ciò che emerge dalle parole e dai comportamenti di parte della classe dirigente del Pdl, è dunque il tentativo di mettere in discussione il pluralismo proprio della tradizione liberale e il libero dispiegarsi della dialettica tra valori che inevitabilmente accompagna le nostre società, relegando tutto ciò alla categoria di « relativismo nichilista » – quando invece costituisce l’alimento indispensabile del nostro vivere civile – e contrapponendogli Verità assolute che in realtà non possono che essere tali solo per alcuni.

A ciò si aggiunge il paradosso che gli « avversari » vengono accusati di volere trasformare in diritto positivo i loro « desideri » e di volere così uno Stato invadente, quando assistiamo invece proprio al tentativo (con la legge 40 andato in porto e in atto con il disegno di legge sul testamento biologico) di utilizzare lo Stato e le sue leggi per imporre a tutti un’etica condivisa da pochi. Si sta perdendo completamento di vista il senso di ciò che è la liberal-democrazia, un regime che poggia su di un minimo comun denominatore di valori condivisi dalla quasi totalità dei suoi membri, ma che affronta le nuove sfide attraverso un confronto continuo, reso possibile dall’espressione della pluralità di posizioni, e non ricorrendo a dogmi prestabiliti.

Riferendosi alla legge sul testamento biologico, Gianfranco Fini aveva fatto riferimento al pericolo di uno Stato etico. Per questo è stato criticato da chi ha osservato che in realtà lo Stato etico è quello Stato che pone se stesso come fonte dell’etica. E’ vero, l’espressione utilizzata da Fini non era corretta. Oggi siamo di fronte al tentativo non di creare uno Stato etico, ma di fare dello Stato lo strumento di un’etica che i pochi vogliono imporre ai molti. Siamo di fronte ad una pericolosa negazione del liberalismo e che tutto ciò possa avvenire per mano di un partito che avrebbe dovuto essere un partito liberale di massa è tragico e paradossale.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

6 Responses to “Etica pubblica: al centro la persona e al margine la libertà?”

  1. Silvana Bononcini ha detto:

    …vero! ” tragico e paradossale! “

  2. Alessio Di Carlo ha detto:

    Complimenti Sofia, l’analisi è lucida e condivisibilissima.
    Anche a me quando sento parlare di “persona” e non di “individuo” viene l’orticaria.
    Per non parlare dell’insopportabile “Economia sociale di mercato”.
    A presto
    Alessio

  3. DM ha detto:

    Parole ricorrenti per la mia personale sfera vitale da cittadino semplice. Ritrovarle qui, in un pezzo ben argomentato ed intelligente – come usualmente la Prof. Ventura scrive (e firma) – mi fa riflettere.

    Giusto sottolineare la distinzione tra le parole “persona” ed “individuo”, confuse sempre più nel tempo che fugge, confuse sempre più per scelta e volontà. Una zona d’ombra dove l’etica è sostenuta come una lanterna che illumina e guida, una direzione dettata da pochi per molti.

    Che cosa c’è di male nell’etica? “Niente, suppongo.”

  4. koteko ha detto:

    Una riflessione eccellente, che condivido.

    Solo una domanda (anche a DM, se la prof. non puo’/vuole rispondere): qual’e’ la differenza tra persona e individuo?

    Perche’ non ho mai letto nulla a riguardo, e non ho quindi potuto cogliere l’allusione all’inizio dell’articolo.

    Saluti.

  5. DM ha detto:

    Individuo significa non divisibile, Questa non divisibilità è relativa al singolo e al rapporto che egli instaura con la totalità degli altri. Intrinseca a questo troviamo anche la peculiarità, l’individuabilità del singolo nell’insieme per specifiche caratteristiche naturali. L’uomo nasce individuo dell’insieme “Umanità”, a sua volta sottoinsieme dell’organismo “pianeta Terra”.

    Persona deriva direttamente dal lat. “personam”, maschera teatrale. Contrariamente al termine precedente, questa parola non esprime uno stato di natura, ma un artefatto, un costruito sulla base di scelte comportamentali e di pensiero.

    Il resto puoi trovarlo qui.

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