“I love Radio Rock” di Richard Curtis: una fragile libertà

– Non sono tanto numerosi i film che raccontano il mondo della radio.
Se ne può citare almeno uno, abbastanza noto, di Oliver Stone, intitolato “Talk radio”, incentrato sui dialoghi sferzanti e a volte anche insultanti, tra il conduttore e gli ascoltatori in una rubrica radiofonica americana. Più recentemente, due film italiani hanno descritto le radio libere degli anni Settanta: “Lavorare con lentezza” di Guido Chiesa, su Radio Alice e sul movimento di contestazione studentesco che si riconosceva in quella emittente; e “Radiofreccia” di Luciano Ligabue.
Ma le ragioni del relativo disinteresse del cinema per questo tema sono evidenti: in una radio, contano soltanto la musica o le parole. Mentre al cinema, di solito, contano di più le immagini. Insomma, da un punto di vista visivo, una trasmissione radiofonica può essere alquanto monotona. Ma ci sono delle eccezioni. Per esempio l’ultimo film di Robert Altman, molto bello, intitolato “Radio America”, raccontava di una trasmissione di varietà radiofonico, che era però registrata su un palcoscenico, ed era quindi a tutti gli effetti uno spettacolo teatrale, divertente e anche sfolgorante.
Tra il film di Altman e quello di cui vado ad occuparmi – “I love Radio Rock” – un film inglese uscito da poco sugli schermi italiani – c’è un elemento in comune.
La rubrica radiofonica di Altman, che esprimeva l’humour e il folklore di una vecchia America country, stava per essere cancellata dai palinsesti. E, dunque, a contrasto con l’allegria del varietà, si respirava nel film un senso di fine, di morte.
“I love Radio Rock” racconta di una radio libera inglese degli anni Sessanta, realmente esistita, ed enormemente popolare in Inghilterra, che il governo vuole mettere fuori legge, ed è quindi sull’orlo della catastrofe.
Il film conta su alcuni spunti visivi e narrativi che scongiurano la possibile monotonia a cui accennavo.
Anzitutto, c’è un elemento scenografico originale: Radio Rock trasmette da una nave – viene detta una “nave pirata” – che vaga nel Mare del Nord.
Trasmette un notiziario, ma soprattutto musica rock, all’epoca bandita, o molto marginale, sulla radio nazionale, la BBC. I conduttori, i dj, e il proprietario della radio – uniti dal culto della nuova musica – ne fanno propri anche i valori culturali, ritenuti trasgressivi dall’establishment dell’epoca. E danno vita, all’interno della nave, a una specie di comunità alternativa, dove è ammesso l’uso della droga, è bandita qualsiasi forma di razzismo, e si pratica il libero amore (sia pure con moderazione, a ben vedere). (E questo è un elemento narrativo che ci fa uscire dagli studi radiofonici, dove d’altra parte si dà conto della vita a bordo).
Ma l’azione si sposta poi anche a Londra dove alcuni deputati, spaventati dal successo della radio e dalla cultura libertaria che attraverso i suoi microfoni potrebbe diffondersi nel paese, varano una legge ad hoc, che attraverso un pretesto, è mirata proprio a chiuderla.
Non rivelerò come le cose vanno a finire. Dirò soltanto che Radio Rock è allo stesso tempo vinta e vincitrice. E che ci sarà una spettacolare mobilitazione dei suoi ascoltatori per salvarla.
Il film, diretto da Richard Curtis, non va sempre per il sottile.
L’ambiente gelido e velenoso dei deputati conservatori è nettamente contrapposto all’ambiente caldo e solidale all’interno della nave.
Qui, in particolare, l’uso del grottesco è a volte incontrollato, come quello di situazioni spinte intenzionalmente al paradosso. Insomma il film cade, o, a seconda dei gusti, si spinge, in quel genere di comicità cosiddetta “demenziale” (definizione che non comporta di per sé un giudizio di valore).
Tuttavia, a momenti, nei rapporti fra gli animatori della radio – e in particolare fra loro e un ragazzo che per qualche tempo si trasferisce sulla nave – il film presenta alcune note più fini, psicologicamente più vere.
Questi “libertari” non hanno l’aria di essere tali in assoluto e come per natura. (Sarebbe questa una caratterizzazione convenzionale, un clichè). Si sente invece che appartengono a un’epoca e a una nazione, ancora conservatrici e repressive; che la ricerca di una maggiore libertà – anche se conclamata in forme spettacolari – è invece, interiormente, timida e incerta; che l’utilità di formare una comunità è anche quella di incoraggiarsi e di imitarsi a vicenda.
Insomma, il film suggerisce molto bene che il mondo di Radio Rock ha in sé qualcosa di fragile; come sono forse fragili tutti i movimenti di innovazione e di ribellione al momento del loro germoglio.

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Fonte Radioradicale.it Licenza 2.5 Ita


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

One Response to ““I love Radio Rock” di Richard Curtis: una fragile libertà”

  1. Ghino di Tacco ha detto:

    Complimenti per la recensione. Questo “I love radio Rock” è ancora nei cinema?

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