– La stagione delle controriforme non accenna a passare. La crisi economica mondiale, o meglio la sua interpretazione statalista e protezionista, “politicamente corretta” ma obiettivamente disonesta, sta assecondando rinvii tattici sui temi caldi del paese (welfare in primis) quando non veri e propri tentativi di restaurazione corporativa, come nel caso del disegno di legge di riforma della professione di avvocato, attualmente in discussione presso la Commissione Giustizia del Senato, meglio noto come ddl Mugnai, dal nome del senatore che l’ha presentato. Il testo, sul quale vi sarebbe l’imprimatur del Consiglio Nazionale Forense, ha l’obiettivo dichiarato di serrare i ranghi dell’ordine, attraverso la previsione di una serie molto incisiva di limiti e requisiti restrittivi per l’accesso e l’esercizio della professione di avvocato, e l’attribuzione al Cnf di ancor più penetranti poteri di vigilanza e direzione su tutti gli iscritti all’ordine. Il tutto in ossequio alla retorica dell’indipendenza, competenza, integrità e responsabilità del ceto forense, e alla garanzia di qualità del servizio. Ma vediamo nell’ordine le principali restrizioni previste dall’iniziativa legislativa in questione.

Accesso all’esercizio della professione
Viene introdotto un test preliminare obbligatorio per l’iscrizione nell’albo dei praticanti, seguito da 24 mesi di tirocinio (come oggi), ma con la previsione che esso debba constare, oltre che della pratica presso uno studio legale, anche della frequenza a corsi di formazione tenuti da associazioni e ordini forensi. E’ inoltre introdotto il limite d’età a 50 anni per l’ammissione all’esame di abilitazione. Niente di trascendentale, si potrebbe pensare. Il punto, però, è che la trafila per l’accesso alla professione sembrava già abbastanza lunga e complicata prima, figurarsi ora. E una domanda sorge spontanea: a cosa serve spendere cinque dei migliori anni della propria vita a studiare legge in università se la prospettiva, una volta usciti, è quella di ripartire da zero con test, tirocini, corsi di formazione ed esame di abilitazione? Non sarebbe più razionale accorciare a monte la filiera e introdurre, a un certo punto della carriera universitaria presso le facoltà di Giurisprudenza, l’obbligo per lo studente di scegliere l’ indirizzo nel quale specializzarsi (avvocatura, notariato, magistratura, funzionariato pubblico, giurista d’impresa ecc.)? Evitando di sottoporre lo spaurito neodottore in giurisprudenza ad altri due anni di anticamera nel mondo della professione, più test preliminare, più corso di formazione, più esame di abilitazione? Non avremmo così dei laureati meglio formati e delle università più funzionali?

Requisiti per la permanenza nell’ordine degli avvocati
Questo gruppo di disposizioni è cruciale nell’impianto complessivo del provvedimento. In primis, è introdotto l’onere di iscrizione all’albo degli avvocati entro cinque anni dal superamento dell’esame di abilitazione. Il che vuol dire che decorso detto termine è necessario sostenere e superare di nuovo l’esame. La permanenza dell’iscrizione all’albo viene subordinata all’esercizio effettivo e continuativo della professione, la cui sussistenza è desumibile presuntivamente anche dalla percezione di un livello minimo di reddito. Sotto la soglia minima di reddito non si è avvocati e l’Ordine disporrà la cancellazione dall’albo. Quindi, se un giovane avvocato, ancora povero in canna (al quale tra l’altro viene impedito di fare concorrenza sul prezzo, stante la reintroduzione delle tariffe minime e del divieto di farsi pubblicità), non avesse abbastanza clienti da garantirsi il reddito minimo richiesto dalla legge, si vedrebbe pure beffato dalla cancellazione dall’albo. Stessa sorte potrebbe toccare, in ipotesi, ad un avvocato donna che, per via di una gravidanza, non riuscisse a conseguire per un paio d’anni la soglia minima di reddito o a coprire i requisiti di continuità richiesti. Per non dire che l’obbligo di iscrizione all’ordine entro cinque anni dal conseguimento dell’abilitazione penalizza tutti quei giuristi che, pur avendo superato l’esame d’abilitazione, per essere titolari di posizioni e incarichi incompatibili con lo status di avvocato ( come l’essere amministratore di una società commerciale o dipendente pubblico) sono di fatto costretti a non formalizzare l’iscrizione all’ordine.

Accesso alle giurisdizioni superiori
Cambia la disciplina anche in questo campo. Da un lato diminuiscono da 12 a 10 gli anni di esercizio della professione richiesti agli avvocati per patrocinare dinanzi alle giurisdizioni superiori, dall’altro gli anni di carriera alle spalle non basteranno più, da soli, a legittimare l’avvocato dinanzi alle corti superiori, ma dovranno essere puntellati dalla frequenza, con profitto, di una Scuola superiore dell’Avvocatura che il CNF è delegato ad istituire e regolamentare.

Infine, due considerazioni di ordine generale sull’impostazione di questa proposta di riforma. La prima, è che essa si pone in continuità con l’indirizzo tradizionale che contempla un forte controllo pubblicistico e restrittivo sia dell’accesso che dell’esercizio della professione. Di più, questa proposta lo potenzia, sulla base dell’assunto classico che ciò è imprescindibile per garantire il decoro del ceto e la qualità del servizio reso dai suoi appartenenti. Il che è esattamente il contrario di ciò che suggerirebbe un approccio liberale che ponesse la concorrenza tra professionisti come migliore garanzia di qualità della prestazione, sull’assunto che un avvocato è spinto a rendere un servizio migliore e a migliorare continuamente la propria formazione dal rischio, naturale, di essere estromesso dal mercato perché tutti gli altri sono più bravi di lui. Ciò che, al contrario di quanto fa la proposta di legge Mugnai, inietterebbe dosi massicce di meritocrazia e flessibilità nell’ingessato mondo delle toghe.
La seconda considerazione, in parte già espressa sopra, è che questa impostazione così vincolistica ed “egocentrica” dell’avvocatura ridimensiona l’autonomia epistemologica ed accademica della scienza del diritto, che non è più sufficiente, da sola, a connotare il profilo professionale del giurista classico, cioè del laureato in legge. In sostanza, pur avendo quest’ultimo titoli e formazioni a sufficienza per aspirare ad uno status scientifico e professionale ben definito fin dalla laurea, sembra essere sottostimato e ridimensionato da requisiti di accesso alle professioni liberali molto rigidi e poco connessi con la carriera accademica maturata. Più onesto sarebbe, se proprio si vuole seguire questa tendenza, abbinare ad essa una seria riforma delle facoltà di giurisprudenza, imprimendovi un indirizzo disciplinare più marcato fin da subito. Come ad esempio con la scelta obbligatoria di percorsi formativi caratterizzanti e riconosciuti in sede di accesso alle professioni.