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La manovra anticrisi: il brutto, il buono e il cattivo

– La manovra estiva anticrisi va nella direzione giusta, ma nel modo e, forse, per i motivi sbagliati. La sensazione è che la volontà di piacere a tutti, ma proprio a tutti, l’abbia resa incoerente: si parla, giustamente, di ridurre il peso dello Stato, eppure  alcuni interventi lo aumentano e rischiano di minare il successo del provvedimento.
Lo scopo dell’esercizio di analisi che ci prefiggiamo non è quello di decidere se la manovra salverà le sorti dell’italica economia, ma quello, più modesto,  di comprendere se la manovra sia coerente con gli obbiettivi che questo governo si è posto e che sono stati ribaditi nella conferenza stampa del fine settimana: la riduzione del peso dello Stato nell’economia e la fornitura di maggiori risorse alle aziende ed agli individui. Il risultato è misto: abbondano i buoni propositi di seguire la via liberale, che  purtroppo non si traducono in pratica, soprattutto per i desiderio di segnare il punto, di mettersi al centro degli eventi.

Il Buono – Indiscutibilmente positive sono le norme riguardanti il pagamento degli arretrati statali e la detassazione degli utili reinvestiti. L’Italia è la nazione europea con il maggiore ritardo nei pagamenti verso i fornitori della pubblica amministrazione (ed un pessimo record in generale. Il provvedimento fornisce ossigeno al settore privato senza distorcere il funzionamento del mercato  e costituisce il minimo indispensabile per non passare da ipocriti nella continua polemica contro il sistema bancario e per cercare di migliorare uno dei grandi difetti della struttura finanziaria della filiera produttiva italiana: l’incertezza dei pagamenti, che porta ad un aumento dei costi del credito.
Andrebbe detassato anche l’investimento in capitale umano: meno tasse sul lavoro, che gravano tutte, prima o poi, sui dipendenti,  ed un ulteriore sostegno ai corsi di formazione e riqualificazione. In questa direzione vanno, finalmente, gli incentivi alle aziende sulla riqualificazione dei  dipendenti e soprattutto gli incentivi ai cassintegrati perché passino in proprio: un sostegno all’imprenditorialità  diffusa, all’innovazione ed alla realizzazione tramite il lavoro. Non stupisce che la CGIL non apprezzi in maniera particolare, mentre UIL e CISL hanno sicuramente un atteggiamento più costruttivo: le due sigle sindacali “minori” sono meno ancorate al vecchio sistema di produzione di massa, laddove la CGIL è forte fra i pensionati ed i nostalgici di un sistema produttivo basato sulla contrapposizione, spesso artificiosa, fra un “proletariato” industriale ed il resto della società .

Il Brutto (ma utile) – Alcuni provvedimenti hanno componenti positive, soprattutto nell’intento e nella finalità, ma si affidano a modalità di attuazione che sono in contraddizione con lo stesso scopo del provvedimento o con la filosofia generale del governo; gli effetti immediati possono essere quindi positivi, ma si rischia un danno di lungo periodo per la miopia, la fretta di ottenere un risultato o il maggior prestigio che si ottiene quando il politico può vantarsi di aver risolto un’emergenza e non, semplicemente,  gestito le normali procedure in modo tale da risolvere un problema. Prendiamo l’estensione del tetto al massimo scoperto anche ad ogni altra commissione volta a sostituirlo:  come già scritto altrove, si tratta di un provvedimento dalle ottime intenzioni, che rischia di produrre pessimi risultati inattesi; è un errore sia sul piano dei principi che delle conseguenze pratiche:  non ridurrà se non in maniera temporanea i costi  per le aziende ed è un errore realizzarlo per via legislativa, anche se si tratta di un cortocircuito per accelerare un cambiamento che stava già avvenendo. La principale attrattiva è politica: permette di calmare la sete di vendetta del settore industriale nei confronti del sistema bancario con un provvedimento “esemplare” e di ampia visibilità.  Poco importa che lo stesso effetto si sarebbe potuto ottenere per vie meno dispotiche, assecondando la diffusione di pratiche più moderne ed efficienti che vengono invece penalizzate, insieme alla “vecchia” commissione di massimo scoperto.

Dal punto di vista pratico, calmierare per legge il prezzo del credito significa che le banche non presteranno quando i costi amministrativi ed i rischi d’insolvenza  siano superiori al  tetto legale. Questo significa che alle aziende meno sane, o meno dotate di appoggi politici all’interno del sistema bancario, il credito verrà semplicemente negato invece di costare più caro. La misura di apertura sul prezzo del gas è indubbiamente una notizia positiva sul fronte della riduzione dei prezzi dell’energia, ma rischia di essere  un’occasione sprecata o, peggio, un boomerang nel lungo periodo. La buona notizia , oltre ai ridotti costi per aziende e privati, è che l’operazione viene effettuata tramite una  salutare riduzione del potere monopolistico di ENI e Stogit, ordinando  un’apertura della rete e l’accesso ai depositi di stoccaggio costruiti ed ottenuti grazie ai privilegi derivanti dall’antico monopolio legale  e mantenuti anche dopo  la “privatizzazione”. Purtroppo, non si è andati ad incidere sulla materia in modo liberale, ossia con norme di carattere generale o riduzioni del peso fiscale, ma con uno strumento ad hoc, limitato nel tempo e soggetto all’arbitrio del potere esecutivo; si è inoltre  danneggiato l’azionista privato, riducendo in futuro l’appeal dell’investimento in aziende statali da privatizzare.
La struttura dell’intervento  non riduce le barriere all’entrata per nuovi imprenditori, ed apre la porta a iniziative per calmierare i prezzi, iniziative  che si sono sempre risolte in un boomerang  entro breve termine. Il problema di lungo periodo è il trattamento riservato ad ENI,  una  vera e propria  stangata ai danni degli azionisti, che ha generato sospetti di un intervento volto forse a scopi affaristico-politici , ma che per paradosso  non ha risolto il problema del monopolio del cane a sei zampe. Il governo è l’azionista di minoranza, non più il suo padrone assoluto. Ha però deciso di modificare unilateralmente  l’ambiente in cui ENI opera, a scapito anche dei due terzi di azionisti che non sono legati alle logiche politiche, ma alla ricerca di un ritorno sui loro risparmi o all’obbligo legale di ottenere il miglior ritorno per i risparmiatori di cui gestiscono i patrimoni .E’ vero che chi si fa socio del governo in un monopolio dovrebbe sapere che si trova alla mercé del sovrano, ma  è d’obbligo chiedersi perché non si è scelta una strada più chiara e più rapida, come  una riduzione generalizzata della esorbitante pressione fiscale sulle fonti energetiche.

Il cattivo – Questo governo, che si vorrebbe liberale, sembra talvolta non essere in grado di accettare la necessità di una distruzione creativa, di non sprecare denaro del contribuente per mantenere in piedi orrendi zombie aziendali o per rimborsare investitori che conoscevano da anni i rischi che correvano.  L’aumento del rimborso ai possessori dei bond Alitalia costerà 330 milioni alle casse dello stato, che dovrà anticipare la somma a fondo perduto. Un caso che poteva essere tranquillamente gestito dalle procedure di legge, vista la tutto sommato marginalità economica delle somme in corso, senza la necessità di regali dal sapore populista.  Il caso del Policlinico Umberto I , dove il Governo ha posticipato d’arbitrio la liquidazione dei creditori è ancora più paradossale:  da un lato si cerca di migliorare i tempi di pagamento della pubblica amministrazione, dall’altro si procrastina per legge la soddisfazione degli interessi dei creditori, senza forse ricordare quanto la certezza del diritto in caso di procedure fallimentari sia essenziale per un mercato del credito efficiente.
La gaffe sull’equiparazione dell’età pensionabile priva il governo di uno strumento formidabile per fornire credibilità di lungo periodo alla promessa di rientrare dalle maggiori spese attuali. Non cominciamo neppure a discutere dell’ennesimo aiuto nascosto ai conti regionali, nascosto dietro deboli rimproveri. Uno degli aspetti fondamentali del federalismo è la possibilità d’imporre disciplina fiscale grazie al contraltare dell’autonomia impositiva: la caduta dell’obbligo di salvare sempre comunque gli enti locali inadempienti.

Liberale o assistenziale? – In sintesi, nonostante gli obiettivi dichiarati dell’esecutivo, molti interventi animati dalle migliori intenzioni  ed alcuni con forti risvolti liberali, rimane il dubbio che in alcuni settori del governo rimanga presente, forse in maniera inconscia, la tradizione dei sovrani assoluti, che dispensavano favori alla “plebe” in maniera arbitraria per rendere più esplicito il proprio potere. Ad esempio, da un lato si dà speranza alle aziende sui tempi di pagamento, dall’altro si toglie certezza tramite un ritardo deciso per decreto-legge su di un caso specifico. Il tutto, senza alcuna regola generale, sempre con interventi ad hoc in base a ubbie del momento, che non aiutano certo i meritevoli sforzi governativi volti a garantire la stabilità necessaria per fare ripartire investimenti ed innovazione.


Autore: John Christian Falkenberg

- John Christian Falkenberg è il tenutario del blog The Mote in God's Eye; collabora con Tocque-ville.it . Il suo alter ego in carne ed ossa è laureato in Economia e fra poco festeggerà dieci anni di sopravvivenza in svariate sale operative, passati a districarsi fra default, titoli tossici e bolle di ogni ordine e grado.

2 Responses to “La manovra anticrisi: il brutto, il buono e il cattivo”

  1. Ghino di Tacco ha detto:

    articolo interessante, complimenti all’autore…

  2. Fabio ha detto:

    Buon post. Contiene degli spunti da approfondire e mette in luce le eterne incongruenze del centrodestra italiano

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