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Quella sana e positiva incongruenza di Tremonti

– Sabato scorso abbiamo espresso più di un dubbio relativamente agli interventi in materia di welfare contenuti nella manovra d’estate appena licenziata dal Governo. Welfare a parte, però, il cuore del decreto fiscale è sicuramente rappresentato dal varo della Tremonti-ter, la riedizione della detassazione del 50 per cento degli utili reinvestiti, questa volta indirizzata per il primo semestre del 2010 all’acquisto di macchinari industriali ammortizzabili. La misura va salutata favorevolmente: è un autentico alleggerimento fiscale, si rivolge in modo abbastanza indiscriminato alle imprese e incentiva gli investimenti.E’ il tipo di politica – seppure “emergenziale” – che ci si aspetta da un governo liberale: banalmente, si tratta di un taglio delle tasse. Secondo i calcoli del Ministero dell’Economia, la detassazione porterà ad un riduzione di prelievo fiscale di circa 2,6 miliardi di euro, parzialmente compensata da 0,4 miliardi di maggior gettito dovuto all’aumento degli investimenti e dei ricavi dei produttori nazionali di macchinari. Insomma, nella ormai “consolidata” linea tremontiana, l’esecutivo si guarda bene dall’allargare i cordoni della borsa e dal seguire la via dell’aumento della spesa in voga in altri Paesi, scegliendo invece misure puntuali di stimolo all’attività economica. Insomma, se ancora latitano le riforme profonde e strutturali, quanto meno non si espande la spesa pubblica.
Chi ha seguito il dibattito pubblico degli ultimi mesi, sa che Confindustria aveva fatto della Tremonti-Ter una importante proposta programmatica: sia Emma Marcegaglia che Federica Guidi (presidente dei giovani di viale dell’Astronomia) l’avevano richiesta a gran voce in ogni occasione utile. Eppure Giulio Tremonti aveva più di una volta smorzato gli entusiasmi, rimandando la detassazione degli utili reinvestiti a “quando l’economia ripartirà”. La posizione del ministro avevamo fatto sollevare più di un sopracciglio, inclusi i nostro: aspettando Godot, si sarebbero vanificati gli effetti positivi della detassazione e frustrate le legittime aspirazioni imprenditoriali ad investire nella crisi, anziché attendere una sua fisiologica conclusione. Non sono proprio gli investimenti – chiedevamo al ministro – la più importante leva per la ripresa e l’aumento della produttività, dell’occupazione e dei redditi?
E quindi, tanto avevamo allora criticato Tremonti per l’eccessivo timore, tanto gli riconosciamo oggi il merito di aver rotto gli indugi e varato il provvedimento. Cosa sia cambiato nel frattempo, cosa abbia permesso al ministro di cambiare idea, non lo sapremo mai: ci piace comunque pensare che tra il Tremonti che filosofeggia e disegna scenari e quello molto pragmatico che fa il ministro, vi sia una sana e positiva incongruenza. A tale incongruenza è bene affidare le speranze per gli sviluppi del prossimo futuro del decreto. Stando a quanto riportato dai maggiori quotidiani nei giorni scorsi, in sede di conversione in legge del decreto, dovrebbe essere inserito nel testo in discussione il cosiddetto scudo fiscale, sempre che l’istruttoria in sede europea si concluda in tempo utile. Se così sarà, grazie al rientro dei capitali arriveranno “in dote” alle casse dell’erario altri 3 o 4 miliardi di euro, che sarebbe bene investire in un ampliamento dei beni oggetto di detassazione e in altre misure di riduzione fiscale.
Perché limitarsi ai macchinari e non estendere la Tremonti-ter agli investimenti immateriali? E perché non promuovere l’irrobustimento patrimoniale delle imprese, che oggi pare essere un priorità, attraverso l’estensione della detassazione anche agli utili non reinvestiti ma non distribuiti ma accantonati in uno speciale fondo aziendale di patrimonializzazione?
Nelle intenzioni del Governo, l’iter parlamentare del decreto-legge sarà breve e blindato. L’auspicio è che non sia bendato.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

4 Responses to “Quella sana e positiva incongruenza di Tremonti”

  1. DM ha detto:

    Complimenti Piercamillo per il pezzo. Speranza condivisa per manovre realmente liberali e detassazione in tempi brevi. Questo paese deve ripartire!

  2. alberto scarcella ha detto:

    Chi ha avuto la brillante idea di tassare le “plusvalenze” sull’oro? In un periodo come questo mi pare un attacco al risparmio bello e buono.

  3. Piero ha detto:

    Impianti sottotilizzati e capannoni che nascono sono quantomeno una contraddizione non crede?

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  1. […] Quella sana e positiva incongruenza di Tremonti Sabato scorso abbiamo espresso più di un dubbio relativamente agli interventi in materia di welfare contenuti nella manovra d’estate appena licenziata dal Governo. Welfare a parte, però, il cuore del decreto fiscale è sicuramente rappresentato dal varo della Tremonti-ter, la riedizione della detassazione del 50 per cento degli utili reinvestiti, questa volta indirizzata per il primo semestre del 2010 all’acquisto di macchinari industriali ammortizzabili. La misura va salutata favorevolmente: è un autentico alleggerimento fiscale, si rivolge in modo abbastanza indiscriminato alle imprese e incentiva gli investimenti. E’ il tipo di politica – seppure “emergenziale” – che ci si aspetta da un governo liberale: banalmente, si tratta di un taglio delle tasse. Secondo i calcoli del Ministero dell’Economia, la detassazione porterà ad un riduzione di prelievo fiscale di circa 2,6 miliardi di euro, parzialmente compensata da 0,4 miliardi di maggior gettito dovuto all’aumento degli investimenti e dei ricavi dei produttori nazionali di macchinari. Insomma, nella ormai “consolidata” linea tremontiana, l’esecutivo si guarda bene dall’allargare i cordoni della borsa e dal seguire la via dell’aumento della spesa in voga in altri Paesi, scegliendo invece misure puntuali di stimolo all’attività economica. Insomma, se ancora latitano le riforme profonde e strutturali, quanto meno non si espande la spesa pubblica. continua […]