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Contro il Porcellum, contro i referendum: chi “ha votato di non votare” ci scrive…

– Caro Carmelo,
ho letto con interesse il tuo commento sul fallimento del recente referendum, di cui per altro diversa stampa sembra frettolosamente essersi dimenticata. Con molti amici Liberali ho sostenuto la scelta di “votare di non votare”, e quindi di battere il referendum. Di conseguenza non posso che essere sulla posizione esattamente opposta a quella espressa da Libertiamo. Non ho certamente gioito al fallimentare esito del referendum, nonostante il buon risultato di quella che per noi è stata una campagna significativa, combattuta su argomenti solidi, smontando punto per punto le ragioni del “si” – www.battilo.it. Vorrei qui esprimere alcune considerazioni, soprattutto in riferimento alle ragioni del referendum e alle ragioni del suo fallimento.
Vorrei cominciare dalla “questione del quorum”. In generale, è completamente fuorviante scrivere che “Il quorum rende i referendum una consultazione impari”. Perché i referendum abrogativi non sono come una normale elezione politica o amministrativa. Nei referendum abrogativi non si parte da zero, e cioè dalla proposta dei referendari, si parte dalla legge che è stata approvata in Parlamento. E così la Costituzione, per tutelare la centralità del Parlamento, ha posto il vincolo che per abrogare una legge approvata dalle Camere deve andare alle urne almeno la maggioranza degli elettori. La tesi del voto impari, se fosse presa per buona, indirizzerebbe la Repubblica Italiana sulla prospettiva di essere una democrazia diretta e non più una democrazia parlamentare. Siamo pronti a discutere di questo se si vuole, ma non partiamo da una cosa contraria alla realtà.
Su un punto siamo concordi – e non soli. L’attuale legge elettorale è una porcata. A dividerci è il referendum: per te come per diversi altri, ma non per la maggioranza degli italiani, avrebbe beneficiato il sistema elettorale, migliorando la “porcata”; io non solo non ci credo, ma resto convinto che l’avrebbe peggiorata, trasformandola in una “super porcata”. In particolare, il referendum Guzzetta non  “ha provato a bonificare il Porcellum dagli incentivi normativi più manifestamente anti-bipolari e ad indicare al Parlamento una linea di riforma più compiutamente bipartitica” . Questa era l’accusa, dimostrata punto per punto, avanzata dal Comitato di cui ho fatto parte. Se avesse reso esplicita questa motivazione il referendum avrebbe probabilmente battuto il proprio stesso record negativo assoluto di partecipazione storica al voto. I promotori hanno invece sostenuto con insistenza due tesi indubbiamente false: che il referendum avrebbe abrogato il porcellum e che, se il referendum fosse passato, il Parlamento sarebbe stato costretto (o comunque incentivato) a fare una nuova legge – argomentazione per le quali bastava leggere il testo dei quesiti e della legge per vederla falsa. In realtà, il referendum non abrogava una cattiva legge, la rendeva ancora peggiore. E se il referendum fosse passato, le modifiche sarebbero entrate immediatamente in vigore. Come stabilisce in modo inequivocabile la legge vigente. In ogni caso i dettagli di questi primi due punti si trovano su www.battilo.it
Non ero tanto spaventato dalle questioni tecniche, quanto dall’approccio su cui l’ipotesi dei referendari si poggiava. Il problema sta tutto qui, e per chi si dice Liberale, è inaccettabile. In molti prediligete il sistema così detto “bi-partitico”. Non ho nulla in contrario al bi-polarismo, ma resto scettico verso il bi-partitismo, in quanto lo considero una negazione del pluralismo. Il problema resta su come arrivare al bi-polarismo, che consenta di governare e allo stesso tempo garantisca il pluralismo. L’approccio dei referendari è errato.
Essi pensano di imporre il bi-partitismo dall’alto, forzando le dinamiche del contesto politico. Essi vogliono imporre due soli partiti. Così facendo compiono due errori. Il primo è la negazione del liberalismo: un bi-partitismo imposto con un premio di maggioranza del 55% alla prima lista (attenzione, non coalizione) è la negazione del pluralismo, e quindi del principio fondamentale su cui si fonda una democrazia Liberale o una società semplicemente aperta. E’ il rifiuto palese di qualsiasi opportunità di cambiamento. Negando il pluralismo si nega il cambiamento che da esso deriva. A meno che si voglia confidare in un cambiamento imposto per legge, ma non mi pare fattibile nel contesto politico odierno. Questo secondo errore è prettamente legato alla tradizione politico-culturale del nostro paese, sin da prima della Costituzione. L’obiezione al rischio “casta” per cui in altri paesi il bi-partitismo porta con se il cambiamento, non regge. Le condizioni e le dinamiche dei sistemi elettorali e politico-culturali di questi paesi non si verificano da noi. Potrei fare numerosi esempi, ma mi limito a due.
I promotori del referendum hanno ripetuto ed esaltato il modello inglese. Sappiamo benissimo che la Regina inglese o chi per essa, è sufficiente vedere le ultime consultazioni europee, non ha imposto un sistema bi-partitico. Non esiste una democrazia bipartitica, è un invenzione italiana, un paese in cui ci si ostina a leggere come bipartitiche democrazie che non lo sono. Palesemente non lo è l’Inghilterra;  non lo sono neppure, seppure per ragioni diverse, gli USA. In Inghilterra ci sono svariati partiti, tre di lunghe tradizioni storiche, e molti altri in risposta alla pluralità delle necessità e delle idee. Se a governare sono sempre gli stessi due che si avvicendano a distanza di decenni, è grazie alle centinaia di collegi sparsi in tutto il Regno dove i sudditi britannici possono scegliere tra diversi partiti; il sistema elettorale è infatti, un maggioritario di collegio. Tale sistema non impone il bi-partitismo, semmai conduce ad una composizione della camera bassa che porta a Governi stabili. Non è bi-partitismo. Nei governi locali ci sono altre forze diverse da quelle di governo nazionale. Negli USA i partiti non sono assolutamente comparabili a quelli europei; l’assetto istituzionale governativo è altrettanto diverso da quello del vecchio continente. Le primarie durano molto a lungo e incarnano una logica di molteplici partiti che sono in lotta come in un torneo di tennis o nei mondiali di calcio.
Ritorniamo per un attimo alla questione del cambiamento che noi tutti auspichiamo. A cosa servono i sistemi elettorali? Certamente a consentire governabilità stabile. Non è sufficiente come risposta. Il sistema elettorale deve essere in grado, come suo obiettivo, di garantire il pluralismo e quindi la rappresentanza del maggior numero possibile di idee e interpretazioni e risposte ai problemi della realtà socio-politica. Per i Liberali è il pluralismo della diversità. La sfida è tutta qui. A volte è frustrante; inseguire il pluralismo significa rischiare di incorrere in governi instabili; non trovare mai il sistema perfetto, che da Liberali sappiamo non esistere. E’ tutta qui la sfida. In America e in Inghilterra ci sono andati vicino – certamente più di noi – individuando due sistemi efficaci, tra loro profondamente diversi e forse non facilmente adottabili in Italia. Il maggioritario di collegio sarebbe una possibilità a cui i Liberali hanno sempre ambito. Ad esso si può aggiungere un doppio turno con sbarramento, proprio a voler essere più plurali e propensi alla formazione di un governo stabile. Resta da risolvere – e non  è una questione da meno per noi Liberali – il problema di chi e come si accede al “conflitto” (elogio a Darhendorf) elettorale. Mi riferisco alla questione delle firme, che il referendum e i suoi promotori non hanno mai preso in considerazione. Un numero eccessivo di firme per la presentazione delle liste è fisiologicamente contrario al cambiamento. Ugualmente l’istituto delle primarie è un’opportunità che andrebbe considerata. Resta la questione delle preferenze. Resto aperto su questo fronte ad entrambe le ipotesi. Anche se al momento prediligo le preferenze, almeno fino a quando non ci sarà un sistema interno ai partiti in grado di garantire il cambiamento. La vittoria dei Liberali in Germania dovrebbe servire da modello, ma siamo ancora molto lontani. I referendari non hanno considerato nulla di tutto questo.
Infine, per meglio comprendere il “voto non voto” referendario, credo sia opportuno dare una lettura attenta alle ultime elezioni europee. I due partiti principali – ed entrambi vincitori, a quanto pare – arrivano al 62% scarso. Il restante 38% degli italiani vuole qualcos’altro. La casta, ha ragione Ostellino, non può ignorare la società civile che non vota o vota altro. La legge elettorale per le Europee è stata cambiata in meno di mezza giornata. I partiti a sostegno del referendum lo sanno bene.

Caro Pietro,
non ci stupisce la militanza anti-referendaria in nome di una ragionevole diffidenza nei confronti del bipartitismo e di una incrollabile fiducia nelle virtù del “pluralismo” della rappresentanza parlamentare. I sistemi elettori non sono “articoli di fede” e si può proficuamente collaborare su molte iniziative liberali anche con chi, sul punto, la pensa in modo molto diverso. Che tu e altri collaboratori di Libertiamo abbiate fatto una scelta astensionista non suscita dunque alcuno scandalo. Rispetto al merito, solo due puntualizzazioni:
a) posto che dal punto di vista storico si può anche “interpretare” il quorum come un dispositivo costituzionale volto a garantire la centralità del Parlamento, dal punto di vista politico penso che nessuno dei costituenti potesse immaginare che il “non voto” sarebbe diventato una sorta di “terzo voto”, con un valore unitario superiore, nonchè uno strumento usato direttamente dai partiti con finalità antireferendarie. Chi sceglie di non votare per votare no, quindi, non rende ossequio alla centralità del Parlamento, ma usa spregiudicatamente (e legittimamente) una possibilità offerta dal nostro ordinamento per finalità e con modi non previsti nè dalla Costituzione nè dai costituenti . Mi permetto però di avanzare il dubbio che se il quorum andasse costituzionalmente inteso come  un presidio della centralità del Parlamento,  vi sarebbe una qualche contraddizione tra i vincoli stretti imposti dall’art. 75 Cost. sui referendum abrogativi di leggi ordinarie e la possibilità (prevista dall’art. 138 Cost.) di abrogare una riforma costituzionale approvata dal Parlamento da parte di una maggioranza di elettori in una consultazione cui partecipi anche una esigua minoranza degli aventi diritto.
b) i sistemi elettorali bipartitici non implicano, necessariamente, una semplificazione forzata del sistema dei partiti, ma una razionalizzazione della dialettica politica e istituzionale. Alle ultime europee, in Gran Bretagna, Laburisti e Conservatori hanno ottenuto molto meno della maggioranza assoluta dei voti. Dal punto di vista puramente “aritmetico” il sistema politico italiano è assai più bipartitico di quello inglese (per Pdl e Pd continuano a votare 6 elettori su 10 e alle Politiche erano 7). Eppure non c’è dubbio che tra un anno, grazie alle “virtù” del sistema elettorale, saranno loro a contendersi il governo del paese e Cameron (che dalle elezioni dovrebbe uscire vincitore) per governare non dovrà inseguire i favori dell’UKIP (United Kingdom Independence Party) come il Pdl è costretto, quotidianamente, a fare con il Carroccio.

Carmelo Palma


Autore: Pietro Paganini

Professore Aggiunto presso la John Cabot University. E’ stato Ricercatore presso la LUMSA di Roma. Ha ricoperto la posizione di Ricercatore e Visiting Lecturer presso la Karlstad University (Svezia). Ha conseguito un Dottorato in Comunicazione e Organizzazioni Complesse. Pietro è board member della European Privacy Association, dell'Istituto Italiano Privacy e di BAIA-Network (Italian chapter). E' co-fondatore e partner di Competere - Geopolitical Management - studio di consulenza con sede a Washington DC. Pietro è stato Vice Presidente dei Giovani Liberale Europei dell'ELDR (LYMEC) dal 2004 al 2008.

2 Responses to “Contro il Porcellum, contro i referendum: chi “ha votato di non votare” ci scrive…”

  1. alberto scarcella ha detto:

    Considerando che la massa capisce molto poco delle differenze tra maggioritario, proporzionale, ecc. e comprende solo le differenze evidenti come preferenza o niente preferenza, come convincere i soliti milioni di ignoranti a sostenere l’uninominale maggioritario, e far si che nello stesso tempo i propagandisti dei vari partiti non mettano i bastoni fra le ruote cercando di convincere la gente del contrario? Consci che un sistema del genere sarebbe un serio schiaffo alla partitocrazia?…

  2. AD ha detto:

    alberto ( in minuscolo per principio perchè non vali la fatica di premere uno shift ) prova a non dare dell’ ignorante alla gente e magari quella ti starà a sentire

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