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La legge sul “fine vita”: cosa dobbiamo aspettarci?

– Per quanto possa sembrare strano all’osservatore, le vicende che stanno ultimamente riguardando il Presidente del Consiglio hanno riportato in auge il dibattito sulla proposta di legge sul “fine vita”, approvata in fretta e furia dal Senato, ma successivamente arenata nel limbo delle Commissioni alla Camera.

Non è certo il caso di fare qui il processo alla intenzioni (non è dimostrato né che le gerarchie ecclesiastiche abbiano accettato, né che sia stato realmente loro offerta da Ministri in carica una accelerazione nell’approvazione di tale legge, in cambio di giudizi più “benevoli” sulle note vicende) ma tale ritorno di attenzione può essere uno spunto per analizzare preventivamente la legge che potremmo trovarci a dover subire.

La norma sulla quale vorrei appuntare l’attenzione è l’art. 3, c. 5, della proposta di legge C 2350: essa recita testualmente che “Anche nel rispetto della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, fatta a New York il 13 dicembre 2006, l’alimentazione e l’idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze fino alla fine della vita. Esse non possono formare oggetto di dichiarazione anticipata di trattamento”.

Il primo problema che la norma sembra eludere è quello della corretta qualificazione di tali attività:  idratazione ed alimentazione forzate sono un trattamento sanitario, alle volte addirittura di tipo chirurgico.

Per citare solo le fonti oggettivamente più autorevoli, sulla natura dell’alimentazione e idratazione attraverso sonda nasogastrica in individui in SVP, basta richiamare le opinioni dell’American Academy of Neurology e della British Medical Association (American Academy of Neurology, Guidelines on the vegetative state: Commentary on the American Academy of Neurology statement and Position of the American Academy of Neurology on certain aspects of the care and management of the persistent vegetative state, in Neurology, 1989, 39: 123-126. British Medical Association, Withholding and Withdrawing Life-prolonging Medical Treatment, BMJ Books, London 1999: il testo è stato elaborato dal Medical Ethics Committee della BMA e riprende, confermandolo, l’orientamento già espresso nel 1992 dallo stesso organismo): entrambe tali autorevoli associazioni giungono alla conclusione che l’idratazione e l’alimentazione forzata in soggetti in SVP (stato vegetativo permanente) sono da considerarsi trattamenti medici, conclusione non contraddetta da alcuno scritto di almeno equivalente dignità scientifica a livello internazionale e valutato come comparabile secondo i c.d. indicatori bibliometrici (ad esempio, il numero medio di citazioni ricevuto dalle pubblicazioni prese in esame), rafforzati dalle nozioni di peer review (il vaglio scientifico dei lavori da parte di colleghi, anonimi ed indipendenti) e di riviste refereed, le quali pubblicano solo lavori raccomandati al direttore per la pubblicazione da almeno due esperti anonimi del settore.

Non a caso, nel 2006 sono state varate dal Ministero della Salute le Linee Guida sulla Nutrizione Artificiale Domiciliare, che riprendono le stesse indicazioni della Nutrizione Artificiale ospedaliera previste in tutte le precedenti Linee Guida nazionali ed internazionali: chiunque voglia leggerle (ed, in particolare, il punto 15.5.0:” Nel caso rappresenti terapia alla fine della vita o nello stato vegetativo permanente la Nutrizione Artificiale dovrà rispondere ai criteri di beneficenza in Medicina o di Medicina Compassionevole, e cioè assicurarla / interromperla rispettando le documentate convinzioni etiche del paziente ma anche del suo ambiente di vita “), troverà numerosi e validi argomenti a sostegno di quanto sopra esposto.

E tutto ciò senza considerare, ad esempio, il caso della somministrazione del composto chimico, attraverso il quale si attua il procedimento di idratazione e nutrizione forzata non per via enterale attraverso sondino nasogastrico, ma per via enterale attraverso gastrostomia, o parenterale (quindi, attraverso la circolazione sanguigna, e per via venosa), la cui natura chirurgica emerge ictu oculi anche agli osservatori più disattenti.

A presunto sostegno della posizione espressa nella norma in esame, la stessa richiama la Convenzione di New York, che già il discusso atto di indirizzo del Ministro Sacconi del 16 dicembre 2008 poneva a sostegno della ritenuta impossibilità di interrompere tali trattamenti: in realtà, la Convenzione conduce a risultati diametralmente opposti da quelli auspicati dai proponenti.

Tale convenzione (alla cui ratifica il Presidente della Repubblica è stato autorizzato con la Legge 18 del 3.3.09, così come con legge  n° 145 del 28.3.01 è stato autorizzato a ratificare la Convenzione di Oviedo) all’art. 25, par. d), prevede che gli Stati membri dovranno richiedere ai professionisti sanitari di fornire alle persone con disabilità cure della medesima qualità rispetto a quelle fornite ad altri, anche sulla base del consenso libero e informato della persona con disabilità interessata, aumentando, tra l’altro, la conoscenza dei diritti umani, della dignità, dell’autonomia e dei bisogni delle persone con disabilità attraverso la formazione e la promulgazione di standard etici per l’assistenza sanitaria pubblica e privata”, nonché “prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di cure e servizi sanitari o di cibo e fluidi sulla base della disabilità”(par. f).

Ora, non vi è chi non veda come la finalità della Convenzione sia quella di evitare discriminazioni, garantendo il rispetto della volontà del paziente disabile, anche per il tramite del consenso informato: come tale norma conduca al risultato auspicato dai proponenti la disposizione oggetto di commento è, per chi scrive, mistero francamente irrisolvibile.

Pare a questo punto indispensabile citare anche la Convenzione di Oviedo, il cui art. 5 prevede che “Un intervento nel campo della salute non può essere effettuato se non dopo che la persona interessata abbia dato consenso libero e informato. Questa persona riceve innanzitutto una informazione adeguata sullo scopo e sulla natura dell’intervento e sulle sue conseguenze e i suoi rischi. La persona interessata può, in qualsiasi momento, liberamente ritirare il proprio consenso”.

Posto quanto sopra riportato, l’art. 32 della Costituzione vigente (fino a quando, non è dato sapere, viste le pulsioni che percorrono il Paese), nonché gli artt. 2, 3, e 13 della medesima Carta, garantiscono a ciascuno, anche se incapace, la libertà di autodeterminazione terapeutica, e quindi, di esprimere il proprio dissenso dalla prosecuzione di qualunque trattamento sanitario, condizionato – quanto alla somministrazione e/o prosecuzione – al consenso informato dell’interessato.

Si veda, a tal proposito, la sentenza n. 338 del 2003, con la quale la Corte Costituzionale ha affermato che stabilire il confine fra terapie ammesse e terapie non ammesse, sulla base delle acquisizioni scientifiche e sperimentali, è determinazione che investe direttamente e necessariamente i principi fondamentali della materia, “collocandosi all’incrocio fra due diritti fondamentali della persona malata: quello ad essere curato efficacemente, secondo i canoni della scienza e dell’arte medica; e quello ad essere rispettato come persona, e in particolare nella propria integrità fisica e psichica”(v. anche la sentenza n° 438/08, sempre della Corte Costituzionale).

Pare quindi evidente che il Legislatore potrà legittimamente disciplinare le modalità attraverso le quali dovrà essere reso il consenso informato, ma anche che l’eventuale mantenimento dell’assoluta indisponibilità per l’interessato di disciplinare i trattamenti di idratazione e nutrizione forzata condanni la norma in corso di approvazione ad un certa censura di incostituzionalità

In conclusione, una amara considerazione: chi sostiene di difendere il valore della vita umana contro impostazioni “scientiste”, non si avvede che il risultato della propria impostazione conduce al paradosso di una innaturale valorizzazione dei progressi della scienza, che tanto dichiara di avversare.


Autore: Giuseppe Naimo

Nato a Locri nel 1965, Avvocato cassazionista dal 2003, è in servizio dal 2001 presso l’Avvocatura della Regione Calabria. Ha collaborato alla redazione del “Manuale di Diritto Amministrativo”, di R.GAROFOLI – G.FERRARI, edito da Neldiritto editore, 2008. Pubblica articoli su alcune delle più importanti riviste giuridiche on line italiane (Lexitalia; Federalismi; Nel Diritto.it; Diritto dei Servizi Pubblici).

6 Responses to “La legge sul “fine vita”: cosa dobbiamo aspettarci?”

  1. Libero Del Tutto ha detto:

    Mi pare un’analisi giuridica impeccabile su cui i deputati dovrebbero riflettere a lungo prima di approvare la legge così come è uscita dal Senato. Sul punto politico, invece, l’autore mi sembra benevolo. Questa legge è proprio una delle cambiali che la Chiesa porta all’incasso!

  2. Giovanni Buschera ha detto:

    Un Pdl che non fosse costretto nell’angolo dalla disavventure del premier avrebbe molte ragioni per ascoltare il monito del Presidente della Camera Fini: una legge etica, fondata su di una finzione giuridica, non serve né al Pdl né al Paese.
    Se il legislatore può decidere che l’alimentazione artificiale realizzata attraverso un intervento chirurgico non è un intervento sanitario, allora si apre la strada alla più assoluta discrezionalità. In ogni campo.

  3. alberto scarcella ha detto:

    A parlare a nome del centro-destra sulla questione eutanasia io ho sempre visto chirichetti idioti tipo quagliariello o rotondi. Nessun liberale coerente.

    Finchè l’interlocutore è un paranoico religioso convinto che legalizzare voglia dire mandare a morire metà della popolazione non c’è speranza di ottenere risultati positivi.

  4. Carmelo Palma ha detto:

    Caro Scarcella, mi piacerebbe darti ragione sul merito, ma ho troppo da eccepire sulla forma: “chirichetti idioti” è un insulto gratuito. E pure sbagliato, perchè nè Quagliariello nè Rotondi sono idioti e soprattutto, per ragioni diverse, non sono esattamente dei chierichetti. Pensieri robusti, non parole “forti”, please.

  5. alberto scarcella ha detto:

    Ho espresso un pensiero molto robusto nella 3 e 4 riga del commento. Se non è abbastanza lo approfondisco.

    Una persona è libera di scegliere quando abbandonare questo mondo, soprattutto se gravemente malata. La paranoia che si debba vietare tutto per principio e concedere le libertà con il contagocce è basata su un lavaggio del cervello tremendo, non incoraggia certo la maturazione dell’individuo ed è un ottima scusa per mettere su carrozzoni e gerarchie di potere, come lo è la chiesa cattolica. Io riconosco gli “andateci piano” del papa su temi come le adozioni gay e l’ingegneria genetica, perchè non sono esclusivo appannaggio dell’individuo, coinvolgono terzi, ma tutto quello che coinvolge me e solo me non c’è nessuna buona ragione per limitarlo. E io ho visto in una puntata di porta a porta Quagliariello che girava intorno all’argomento Fine Vita, uscendosene alla fine con “la libertà non ha bisogno di troppi diritti”. Eccoti il liberale totalitario. Liberale su quello che piace a lui, ma il resto ce lo possiamo scordare. Perchè la vita è un dono indisponibile e se vai in paradiso prima del tempo Dio si offende…lo cogli impreparato. Non c’aveva posto.

    Io capisco che voi siate moderati e dotti, ma tutta questa attenzione alla forma secondo me sta diventando un ossessione. E uno che tergiversa 2 ore su un argomento per uscirsene alla fine col solito proclama paternalista non è una persona intelligente. È un cretino che ha le paranoie. La classica sensazione che tutti almeno una volta abbiamo provato, prima di maturare: il pensiero che il mondo stia andando a rotoli perchè la gente non vive più come piace a te. “Coppie gay, bianchi e neri che si sposano, cani e gatti che vivono insieme, masse isteriche!” Ci sono passato anch’io ma alla fine ho raffreddato gli isterismi e adesso sono più sereno e meno turbato dalle scelte altrui. Aggiungo poi che mettere su casini inenarrabili per un Piergiorgio Welby, che ridotto come un vegetale chiede in piena coscienza e consapevolezza di sè di essere lasciato morire mi sembra fanatico e stupido tanto quanto può esserlo un iraniano che impicca una donna incinta nella piazza centrale, perchè questa ha tradito il marito. O due ragazzi gay perchè si sono dati un bacio.

    Insomma io credo che a trattare con troppo rispetto queste persone si faccia male, perchè si conferma indirettamente la validità delle loro fissazioni, incoraggiandole. E non è totalitarismo, nessuno vuol dirgli cosa pensare e come vivere. Sono loro che non vogliono lasciare in pace il prossimo perchè intimamente imamturi e intolleranti.

    Scusi la franchezza.

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