Decreto fiscale: sul welfare qualche luce, molte ombre

– L’articolo 1 del decreto-legge fiscale, appena licenziato dal Consiglio dei Ministri, si propone di potenziare il welfare. In realtà, a ben guardare, esso finisce per potenziare la condizione di privilegio di qualcuno che – per sua fortuna – qualche garanzia già l’aveva, lasciando irrisolto il problema principale del welfare italiano:  l’ampia fetta di lavoratori che restano esclusi da ogni forma di tutela.
C’è incertezza sull’ampiezza di questa classe di paria, Draghi ha parlato di 1,6 milioni di persone, per Berlusconi è quasi nulla. L’esperienza quotidiana e questa stima de lavoce.info ci suggeriscono un minore ottimismo di quello mostrato dal Presidente del Consiglio.
La misura principale dell’articolo in questione è coerente con la linea che il ministro Maurizio Sacconi va promuovendo da tempo (la salvaguardia statica dei posti di lavoro, ribadita anche dal Libro Bianco sul Welfare) ed è una goffa rivisitazione del modello di welfare-to-work: “Al fine di incentivare la conservazione e la valorizzazione del capitale umano nelle imprese nell’eccezionale periodo di crisi, in via sperimentale per gli anni 2009-2010, i lavoratori già destinatari di trattamenti di sostegno al reddito di rapporto di lavoro, possono essere utilizzati dall’impresa di appartenenza in progetti di formazione o riqualificazione che possono includere attività produttiva connessa all’apprendimento”.
Hold on, direbbero gli americani. Cerchiamo di capire: tu sei in cassa integrazione, l’azienda ti fa svolgere un progetto di formazione che include l’attività lavorativa (cioè lavori normalmente) e lo Stato ti paga la differenza tra reddito da cassa integrazione e retribuzione ordinaria? Non è il massimo.
Tra maggiorazione dei trattamenti economici per i contratti di solidarietà e rifinanziamento di quella contraddizione in termini che è la cassa integrazione guadagni straordinaria per cessazione di attività, si arriva all’altra misura prevista dal decreto, in via sperimentale per il 2009 e 2010: l’incentivo ai lavoratori in cassa integrazione guadagni straordinaria (cigs) ad intraprendere un’attività autonoma. A questi lavoratori, infatti, verrà “liquidato il trattamento di integrazione salariale straordinaria per un numero di mensilità pari a quelle non ancora percepite”. Esempio: sei un metalmeccanico in cigs, decidi di aprire un’officina meccanica, lo Stato ti riconosce tutte le mensilità che ti spettano in un’unica soluzione.
Da un lato, tendiamo a guardare con occhio di favore ad una misura che premia l’imprenditorialità e lancia un messaggio positivo: passare dalla condizione di congelamento a quella di piccolo imprenditore di te stesso. In qualche modo, poi, si disincentiva il sommerso: piuttosto che svolgere una certa attività in nero, per non perdere la cassa integrazione, lo Stato ti incentiva a farlo alla luce del sole.
Dall’altro lato, però, non si può nascondere la natura discriminatoria della misura: a differenza di chi sceglie il lavoro autonomo, quel lavoratore che dalla cigs passa ad un altro impiego dipendente perde il diritto all’integrazione salariale (e non è detto che riuscire a trovarsi un’altra occupazione sia attività che richieda minore intraprendenza). Inoltre, non si possono escludere eventuali abusi nell’utilizzo di questa norma di favore per il lavoro autonomo.
Insomma: qualche luce, molte ombre.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

3 Responses to “Decreto fiscale: sul welfare qualche luce, molte ombre”

  1. filipporiccio ha detto:

    Purtroppo il “welfare”, almeno come inteso da noi, è quasi per definizione una forma di privilegio di qualcuno a spese di altri.

    Perché lo stato dovrebbe pagare la “formazione con attività produttiva”, ovvero l’attività lavorativa, a un’azienda che non se la può permettere? Se l’azienda è in difficoltà, non sarebbe opportuno lasciar ricollocare i suoi dipendenti da altre parti, a fare qualcosa di utile sul mercato?

    Quello che vediamo purtroppo è il risultato dell’ideologia socialista al governo, unita a quella che sembra essere una grande incompetenza.

    Ho infatti l’impressione che il modo di affrontare la crisi sia semplicemente di aspettare (fiduciosi! niente disfattisti! la vittoria finale è certa!) che tutto torni come prima, e anzi bloccare ogni tentativo (del nemico?) di ristrutturazione dell’economia dovuto alle forze del libero mercato.

    Molto “interessante” anche l’articolo 14, che introduce una tassa sulle plusvalenze sull’oro, anche se purtroppo non capisco se, e in che misura, possa toccare gli investimenti in oro (come bene rifugio) dei privati.

  2. alberto scarcella ha detto:

    Vi do tempo fino alla fine di questa legislatura. Dopodichè mi aspetto che scappiate dal partito a gambe levate, stanchi, inascoltati e incazzati, come successe ai radicali 10 anni fa.

    Secondo me ci sono troppe teste di cazzo nel Pdl perchè le proposte intelligenti non vengano rovinate e distorte dall’iter parlamentare fino a diventare praticamente inutili.

    Spero di sbagliarmi..

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  1. […] che si può facilmente notare è che pur con gli apprezzamenti del caso, sono molti (qui Decreto fiscale: sul welfare qualche luce, molte ombre) a continuare a chiedere al governo (qui si parla di decretino, aggiungendo che dopo la manovra […]