Andrò al Gay Pride. In nome dei valori del PPE

– Quando, all’indomani del voto europeo, Carlo Giovanardi affermò che il successo delle forze del popolarismo continentale aveva sancito la sconfitta della “lobby-gay”, dissi che avrei partecipato al Gay Pride  proprio in nome dei valori professati e delle politiche praticate, nella gran parte del continente, dai partiti e dai leader del PPE. Dunque domani sarò al GenovaPride2009.
L’idea che il PPE sia “contro la lobby-gay” è, nella migliore delle ipotesi, un wishful thinking. In realtà, su tutti i punti più delicati e, per alcuni, scabrosi dell’agenda etico-politica il centro-destra europeo ha posizioni di apertura, misura e responsabilità che, nel centro-destra italiano, sarebbero per lo più identificate con il “relativismo di sinistra”. Mi spiace ripeterlo come un mantra e non voglio essere provocatorio: ma se, per l’ennesimo anno, sarò il solo o uno dei pochissimi parlamentari del centro-destra presenti al Gay-Pride, ciò non mi iscrive affatto tra le “minoranze etiche” del PPE. Con tutto il rispetto, la mia posizione sul “dossier omosessualità” è assai più simile (per non dire coincidente) con quella della Merkel, di Rayoj e di Sarkozy (per non parlare di Cameron) di quella dei sottosegretari Giovanardi e Roccella.
Solo se si ritiene che l’omosessualità sia, di per sé, una condotta connotata da elementi “obiettivi” di disvalore sociale, si può concludere che la difesa della famiglia e del modello sociale ed educativo che si impernia su di essa impedisca il riconoscimento e la tutela giuridica delle unioni gay. All’interno del PPE un atteggiamento così (possiamo dirlo?) culturalmente retrivo e politicamente cieco è stato ampiamente superato ed è ormai monopolio esclusivo delle destre europee anti-liberali e reazionarie, con cui il PPE non ha nulla a che fare. Le generose politiche pro-family che in Francia, Germania, Spagna e Inghilterra connotano positivamente  – a differenza che in Italia – le esperienze di welfare familiare non escludono affatto la regolamentazione giuridica delle unioni gay.  Né i popolari continentali, né i conservatori inglesi intendono smantellare i capisaldi di questa costruzione giuridica e sociale che gode ovunque di un ampio consenso nella società.
Il fatto che le unioni gay non siano identificabili con la famiglia non significa che non siano “niente”, che non abbiano una realtà e una diffusione che le iscrive, a piena titolo, tra le forme costitutive dell’organizzazione sociale contemporanea. La libertà civile e sessuale ha portato con sé questo elemento di spontanea “normalizzazione” delle relazioni omosessuali.  Perché dovremmo liquidare questo fenomeno come un segno di degrado quando è, da ogni punto di vista, un fattore di positiva integrazione? Perché una forza politica liberale e anche conservatrice dovrebbe disincentivare e contrastare (fino a rendere giuridicamente impossibili) forme di convivenza ispirate a principi di mutua solidarietà e responsabilità, di reciproco sostegno, di impegno condiviso?
Con questo spirito andrò al Gay Pride. Lo farò anche per dare voce a quei milioni di omosessuali che votano centrodestra e aspirano alla piena cittadinanza politica nello schieramento governativo. E lo farò con le parole con cui il repubblicano ed ex Vice Presidente degli USA Dick Cheney  ha detto di non avere nulla in contrario al fatto che la legislazione dei singoli stati riconosca le unioni gay: “I think freeedom means freedom for everyone”, penso che libertà significhi libertà per tutti.
La proposta di legge sui Didore, ispirata dai Ministri Brunetta e Rotondi e sottoscritta da 80 parlamentari del Pdl, si muove (ancorché con troppa timidezza) nella direzione giusta e costituisce una obiettiva novità, di cui spero l’intera comunità omosessuale voglia prendere sinceramente atto. Nel contempo, in giorni in cui denunciamo un facile, strumentale e ipocrita moralismo nei confronti del premier, mi piacerebbe che da parte degli esponenti del centro-destra non si liquidassero e “sfigurassero” su questa stessa base le proposte che il Gay Pride presenterà, per l’ennesima volta, alla politica italiana e che, vale la pena ripeterlo, tra le forze del PPE non susciterebbero alcuno scandalo.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

4 Responses to “Andrò al Gay Pride. In nome dei valori del PPE”

  1. Silvana Bononcini ha detto:

    Bene!

  2. Alberto Scarcella ha detto:

    È inutile far presente ai vostri leader che i leader di destra in altri paesi accettano l’omosessualità. Non siamo in Italia, nel giardino di Città del Vaticano, e il Papa ci insegna che chi pensa diversamente da lui ha smarrito il sentiero di Dio. :D

  3. Eugenio ha detto:

    Sono assolutamente d’accordo. La non discriminazione degli omosessuali è un fatto di civiltà, una battaglia che non può essere trascurata da un grande partito moderato di massa.

  4. Giacomo ha detto:

    E’ sempre bello sentire una voce di civiltà da un partito che troppo spesso si arrocca su posizioni omofobe per compiacere la Chiesa.
    Tuttavia, il facile e ipocrita moralismo lo fa proprio Berlusconi, nel momento in cui partecipa al family day. Mi aspetto da persone così accanite nel difendere i valori cattolici una morale sessuale morigerata; il priapismo del premier si concilia poco con questa. Tuttavia, proprio per questo rapporto di interesse così stretto tra i due poteri forti, non si è sentita dalla chiesa, che era stata rapidissima a crocifiggere Beppino Englaro, quasi nessuna critica. Ma la destra non nasce laica?

    Detto questo, mi meraviglio che una persona con idee aperte come te possa stare nello stesso partito della Carfagna, quel burattino siliconato che toglie fondi alle ricerche sull’omofobia e patrocini al pride; partito alleato con la lega, molti esponenti della quale probabilmente per difficoltà linguistiche non conoscono la parola gay e ripiegano sul più facile culattone. Misteri della politica.

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