Convention e primarie: quando gli elettori sono i partiti. Una lezione per l’Italia

– L’attuale presidente degli Stati Uniti è Barack Obama, un quarantottenne di colore nato ad Honolulu. Prima di diventare presidente, Obama fu senatore al Congresso per tre anni, e senatore dell’Illinois per sette anni. In quale altro paese al mondo avrebbe potuto diventare presidente? Certamente non in Italia, ma nemmeno in Francia, in Germania, in Inghilterra. Solo la democrazia americana può dare luogo a un evento storico come l’elezione di Obama, perché nella democrazia americana il potere appartiene veramente al popolo.
Per diventare presidente, Obama, come qualunque altro candidato, si sottopose al vaglio degli elettori per quasi due anni. Annunciò la sua candidatura il 10 febbraio 2007, undici mesi prima dell’inizio delle primarie, un anno e nove mesi prima delle elezioni presidenziali. Presentare la candidatura in anticipo permette di cominciare subito la raccolta di fondi. Negli Stati Uniti i candidati rinunciano quasi sempre agli scarsi fondi pubblici (che comporterebbero penalizzanti vincoli di spesa). Preferiscono percorrere il territorio a destra e a manca per raccogliere le donazioni spontanee dei cittadini, nessuno dei quali può dare più di 2300 dollari.
A leggere i giornali, i candidati favoriti del partito democratico e del partito repubblicano erano, rispettivamente, Hillary Clinton e Rudolph Giuliani. Tuttavia, in un sistema in cui il potere appartiene veramente al popolo, questo tipo di previsioni lasciano il tempo che trovano e vengono puntualmente smentite. In una competizione inusualmente lunga Obama riuscì ad avere la meglio su Hillary Clinton, dopo 5 mesi di consultazioni primarie svoltesi in decine di stati. Dall’altra parte, John McCain, un repubblicano indipendente a cui la disciplina di partito è sempre andata stretta, riuscì ad imporsi su Giuliani e gli altri avversari quasi subito.
Negli Stati Uniti i partiti sono aperti. Più precisamente, il partito è l’insieme dei suoi elettori. Per questo motivo, esso è governato dai suoi elettori: non esistono apparati, cariche di partito, capi, coordinatori, gerarchie, subordinati, portavoce, organi dirigenti, “segretari”, presidenti, probiviri, consulte, tessere, iscritti. Nessuno può parlare a nome del partito. Nessuno può dettarne la “linea politica”. Ogni esponente politico esprime unicamente la propria posizione personale e risponde agli elettori da cui ha ricevuto il mandato. Obama non è, e non sarà mai, il capo del Partito Democratico americano. Lo stesso valeva per Bush e il Partito Repubblicano. Ci si chiederà: ma allora come fanno i partiti americani a stare uniti? Un partito che riflette fedelmente la volontà popolare è sempre unito, perché la volontà popolare è sempre una. Infatti, la frammentazione è una conseguenza di lotte interne che hanno senso soltanto se possono essere remunerative, non hanno luogo ove le decisioni spettano sempre agli elettori.
Il compito del partito americano è fare emergere la volontà popolare, finalizzando le sue regole, la sua struttura e la sua organizzazione a questo scopo. Gli strumenti fondamentali sono la convention e le elezioni primarie. La convention è il vero e proprio governo popolare del partito. Stabilisce le regole delle primarie e della convention stessa, avanza proposte politiche, scrive il programma elettorale, nomina comitati incaricati di attuare le sue decisioni, sancisce le candidature uscite dalle primarie. Esistono convention di contea, di distretto, statali e la più nota convention nazionale. Alle convention partecipano i delegati degli elettori. I delegati sono semplici elettori fra elettori, designati mediante caucus (raduni popolari) e primarie.
La convention è l’autorità massima del partito nel territorio di competenza. La posizione della convention è la posizione del partito, ma non è mai vincolante per i rappresentanti eletti. I comitati nominati dalla convention sono sottoposti alla convention e ne eseguono il mandato. Essi hanno funzioni meramente attuative e organizzative (stabilire la località della convention successiva e organizzarla, organizzare le primarie, supervisionarne il buon funzionamento, raccogliere fondi a questi scopi, ecc.). Ad esempio, esistono il Comitato Nazionale Repubblicano e il Comitato Nazionale Democratico, che curano gli affari del partito nazionale tra una convention e la successiva. L’appartenenza ad un comitato non è una carica di partito e non è remunerata.
Con le elezioni primarie gli elettori scelgono i candidati alle elezioni generali. Con le stesse elezioni primarie, o con caucus precedenti o successivi alle primarie, gli elettori scelgono i delegati alla convention. I caucus sono raduni popolari a livello locale (tipicamente di quartiere), che riassumono sia le funzioni della convention sia quelle delle primarie: gli elettori votano (di solito in modo palese) i candidati locali e i delegati alla convention immediatamente superiore (quella di contea), discutono, governano il partito a livello locale.
Nel partito governato dagli elettori l’unico “organo dirigente” è l’insieme degli elettori. Per sole ragioni pratiche, di democrazia indiretta, gli elettori scelgono propri delegati da mandare alle convention. Ma quei delegati non sono funzionari di partito (che negli Stati Uniti praticamente non esistono), bensì semplici elettori. Il mandato di un delegato non è cieco, ma ben definito, anche nella durata. Per esempio, chi si candida a fare il delegato dichiara prima quale candidato presidente voterà alla convention. Così l’elettore può scegliere i delegati in base al candidato presidente per cui parteggiano. Inoltre, la convention si riunisce per un numero definito di giorni (quattro nel caso della convention nazionale). Durante i lavori della convention i delegati avanzano le loro proposte, si confrontano, decidono, dopodiché il loro compito si esaurisce e tornano a casa. I delegati non conservano alcun privilegio per il fatto di essere stati delegati.
Riassumendo, i partiti americani sono macchine organizzative finalizzate a fare mergere la volontà popolare. Le due colonne portanti della loro struttura sono la convention e le primarie.
Occorre sottolineare ancora una volta l’importanza della convention popolare. Senza la convention le primarie non sopravviverebbero a lungo. Chi stabilisce le regole delle primarie? Se il partito è governato dagli elettori, le regole sono stabilite dagli elettori, mediante i loro delegati alla convention. Se invece il partito è governato dagli apparati, le regole sono stabilite dagli apparati. In quel caso, tipicamente, le primarie non sono finalizzate a fare emergere la volontà popolare, ma a dare una parvenza di investitura popolare al candidato prescelto dall’apparato. Le primarie dell’Unione del 2005, vinte da Prodi, e quelle più recenti del PD, vinte da Veltroni, erano di questo tipo. L’apparato interferì con le consultazioni a tutti i livelli: non solo prescelse il vincitore, ma, per assicurare il risultato desiderato, scoraggiò i potenziali avversari dal presentarsi, e permise soltanto candidature di bandiera, studiate per dare parvenza democratica a consultazioni-farsa.
In Italia i partiti sono “associazioni”, cioè insiemi di “soci”. Per accedere all’associazione, cioè diventare socio, occorre pagare una somma in denaro, acquistando una tessera. Solo chi diventa socio può prendere parte alle decisioni che riguardano l’associazione. L’insieme di quei soci, però, non è chiamato a rappresentare soltanto i soci, ma un insieme molto più vasto di persone: tutti gli elettori del partito. Gli elettori del partito che non sono soci sono in genere la stragrande maggioranza, anche il 99%, ma non hanno alcuna voce in capitolo nelle decisioni interne del partito, che poi determinano le candidature e il programma politico. Si tatta chiaramente di una situazione primitiva, preistorica, che purtroppo non riguarda solo l’Italia. L’eccezione non è l’Italia in negativo. L’eccezione sono gli Stati Uniti, in positivo.
La separazione dei poteri è fondamentale per il buon funzionamento di una democrazia. Tra i motivi che favorirono lo sviluppo, negli Stati Uniti, del sistema dei partiti governati dagli elettori, ci fu proprio la necessità di garantire la rigorosa separazione dei poteri. Essa è prevista dalla Costituzione americana a livello istituzionale. Per esempio, il presidente, capo del governo, è eletto dal popolo, non dal Congresso. Inoltre la sua elezione non è in alcun modo collegata all’elezione dei rappresentanti e dei senatori. Mai due o più candidati allo stesso tipo di carica sono eletti nello stesso luogo nello stesso momento. Non esistono situazioni in cui più rappresentanti sono votati, e dunque eletti, collettivamente, in liste comuni, né bloccate, né con preferenze. Ovunque i collegi sono uninominali: ogni eletto rappresenta un ben definito territorio e insieme di elettori, e risponde a quelli.
Tuttavia, la Costituzione americana non garantisce la separazione dei poteri a livello partitico. Anzi, di partiti non parla, perché nel momento in cui fu scritta non esistevano ancora. La separazione dei poteri può essere facilmente aggirata a livello partitico. Per illustrare come ciò possa accadere, ricordiamo che nella prima fase storica della democrazia americana il candidato alla presidenza era eletto, a maggioranza assoluta, dal caucus congressuale, l’assemblea dei rappresentanti e senatori eletti nelle file del partito. In altre parole, rappresentanti e senatori, investiti di potere legislativo, sceglievano il candidato alla presidenza, massima espressione del potere esecutivo. Chi aspirava ad essere candidato presidente doveva essere benvoluto dai rappresentanti e senatori del suo partito. Di fatto, la massima carica esecutiva veniva sottoposta al ricatto dell’assemblea legislativa.
Il meccanismo fu messo in discussione molto presto, in quanto minava le fondamenta stesse della democrazia americana. Ciò innescò un processo evolutivo lungo e spontaneo che portò, nell’arco di un secolo e mezzo, al sistema moderno dei partiti governati dagli elettori, che nacque nel 1972. La struttura dei partiti americani moderni replica la struttura delle istituzioni americane. Il Congresso è replicato, nel partito, dalla convention, che è il governo popolare del partito. Così come il Congresso non elegge il presidente degli Stati Uniti, la convention non nomina il candidato alla presidenza. Il potere di nomina del candidato alla presidenza spetta agli elettori del partito, che lo esercitato mediante le elezioni primarie. Le elezioni primarie replicano, dentro il partito, le elezioni generali. I collegi delle primarie sono quelli delle elezioni generali e sono sempre uninominali: ogni partito presenta un solo candidato per ogni carica. Niente liste o listoni, niente preferenze, nessuna confusione. Per ogni carica pubblica un’elezione generale, per ogni candidatura un’elezione primaria.
Purtroppo l’Italia è una “repubblica parlamentare”, cioè una democrazia in cui il parlamento gode di un ruolo privilegiato e superiore rispetto a quello del governo, che rimane in carica solo se ha la fiducia del parlamento. Come conseguenza, il potere esecutivo è sottomesso a quello legislativo, con tutti i problemi che ne conseguono. In situazioni ordinarie (finora verificatesi tutte le volte che Silvio Berlusconi non è stato Presidente del Consiglio) i governi sono alla mercé del Parlamento, che li fa e disfa come crede. Mediamente durano un anno o poco più. Ciò è successo anche nella legislatura del primo governo Prodi, mentre la legislatura del secondo si è chiusa subito, per fortuna. In situazioni straordinarie, finora verificatesi solo quando Silvio Berlusconi è stato Presidente del Consiglio, complice la sua forza e il suo carisma personale, il governo è più forte del parlamento. I maligni parlano di un parlamento ridotto a semplice passacarte del governo. Entrambe le situazioni sono anomale, sintomo di funzionamento imperfetto, mancanza di equilibrio (l’equilibrio dei controlli reciproci tra poteri indipendenti) e confusione di ruoli. Tutto ciò, purtroppo, è sancito dalla nostra Costituzione, e quindi non cambierà finché non cambierà la Costituzione.
Sappiamo quanto il sistema italiano sia lontano da quello americano, sappiamo anche che ci manca la guida di una Costituzione che preveda la separazione dei poteri legislativo ed esecutivo. Forse, finché aspettiamo che sia cambiata la Costituzione, possiamo fare qualcosa per cambiare i partiti, per dare vita a partiti governati dagli elettori, muovendoci in direzione del sistema americano, fatto di convention e primarie. Per raggiungere questo scopo non sono necessarie né leggi, né riforme costituzionali.


Autore: Damiano Anselmi

Docente di fisica teorica all'Università di Pisa. Studioso delle primarie e del sistema politico americano, è autore del libro: "Convention e primarie: il sistema dei partiti governati dagli elettori".

3 Responses to “Convention e primarie: quando gli elettori sono i partiti. Una lezione per l’Italia”

  1. DM ha detto:

    Ottimo articolo. Benvenuto su Libertiamo.it!

  2. Alberto Scarcella ha detto:

    Caro professor Anselmi, sono felice che lei studi il sistema delle primarie americano, ma mi pare che dimentichi un paio di aspetti fondamentali… Quelli psicologici. E come spero ben saprà la politica e le elezioni sono determinate molto di più dai fatto psico-socio-culturali che dal sistema di voto.

    Io ho seguito le primarie e le convention e ho ascoltato i discorsi di Obama, di McCain e di tutti gli altri candidati ed è successo quello che da sempre succede in “Democrazia”. Il PoPPolo ha scelto i peggiori. I più teatrali, i più populisti, i più demagogici e i più stupidi. Forse lei dovrebbe studiare di meno il “sistema” delle primarie e osservare più attentamente le folle urlanti che si sbracciano, piangono e sbavano ai comizi del loro idolo, ma che molto poco capiscono delle questioni reali. Io non metto in dubbio che le primarie porterebbero un miglioramento nella selezione interna dei partiti italiani, ma non credo che sarebbe chissà quale miglioramento, perchè a votare sono sempre gli stessi. E se il criterio di selezione del rappresentante non cambia NELLTA TESTA DELL’ELETTORE possiamo fare tutte le primarie che vogliamo, il risultato non cambierà: vinceranno i clown, non le persone serie.
    E mi dispiace a un certo punto provare disprezzo per il popolo, ma di fronte alla realtà bisogna aprire gli occhi, non chiuderli e ripararsi dietro alle teorie formali. Barack Obama ha vinto le elezioni perchè ha saputo fingere di essere diverso dagli altri. Ha approfittato di un periodo di crisi economica e di conseguenza di profonda disperazione da parte di moltissimi americani e li ha manipolati con i suoi slogan populisti e la sua retorica da “bravo ragazzo”. Oltre al fatto di essere, mi scusi se uso questo termine ma non c’è niente di negativo nell’esprire la realtà, Negro. E per tradizione in america come in europa, negro è sinonimo di schiavo, persona sfruttata, maltrattata, considerata inferiore dai bianchi, e potutasi riscattare sul serio solo pochi decenni fa. Io non mi stupisco che nessuno lo abbia detto apertamente con le logiche imperanti nei mass media e la censura politically correct dei miei stivali sempre in agguato per tapparti la bocca se ti azzardi a dire qualcosa di “strano”…Ma è evidente per chiunque abbia un minimo di buon senso che la gran massa degli elettori democratici, mi spiace ancora una volta sottolinearlo, ignoranti, instupiditi, disperati per i debiti magari, e quindi ansiosi di ricevere “aiuto” dallo Stato, hanno visto un politico di colore in mezzo ad un branco di “bianchi bastardi” e lo abbiano automaticamente elevato ad una sorta di Messiah. Solo per l’immagine. La retorica ha fatto il resto, ed eccoti il primo presidente nero della storia. Io non ho nulla contro le persone di altre etnie, assolutamente. Anche perchè non esistono, la razza umana è unica e i caratteri somatici diversi sono semplicemente causa di fattori ambientali o climatici. Nulla che giustifichi una discriminazione. Ma non posso tirarmi due schiaffi, dimenticare cosa ho visto e sentito e mettermi ad abbaiare con gli altri. Le realtà è che le elezioni a suffragio universale sono una farsa e il voto dell’idiota è determinato dalle emozioni, non certo dalla conoscenza e dall’intelletto.

    C’erano fior di statisti in quelle primarie. Persone serie, d’esperienza, molto più di Obama. Persone che si rivolgevano al pubblico con gli argomenti, spiegando cause e conseguenze, a breve e a lungo termine, illustrando cosa avrebbero effettivamente fatto, senza slogan, senza puttanate populiste.
    Persone che a me veniva perfettamente naturale privilegiare in un eventuale scelta, perchè mi ispiravano fiducia, oltre chè perchè capivo, grazie alle mie conoscenze di base, di cosa accidenti stessero parlando… Ma il “popolo” no. Il popolo non li capiva. Il popolo applaudiva ogni tanto quando i suddetti signori le suonavano di santa ragione al concorrente o al cronista che cercava di intrappolarli con qualche luogo comune, ma al primo slogan sparato da un McCain, da un Huckabee o da un Obama era delirio totale. L’auditorio scoppiava di applausi. E gli sguardi attoniti dei poveri statisti esprimevano tutto quello che cerco di esprimere io in queste righe. E che è riassumibile in una semplice frase: il popolo fa schifo. E la democrazia è un sistema criminale.

    Auguri per i suoi studi. Spero che nonostante tutto in Italia potremo avere delle primarie come si deve quanto prima.

  3. Damiano Anselmi ha detto:

    Caro Scarcella,
    la democrazia non si propone di cambiare la mentalità della gente, o la testa delle persone, ma fare emergere la volontà popolare, qualunque essa sia.

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