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L’equiparazione dell’età pensionabile? E’ una questione di “pari opportunità”

– L’Italia ha un oggettivo interesse a dare seguito alla sentenza della Corte di Giustizia delle comunità europee sull’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne nella P.A. Un interesse che non è dettato solo dal dovere di ottemperare ad una pronuncia giurisdizionale, né dalla necessità, che attiene più propriamente agli equilibri della finanza pubblica, di correggere l’andamento di una spesa previdenziale che, come emergeva ieri dall’analisi dell’Ocse, pesa per il 14% del Pil e per il 29% della spesa pubblica complessiva.
L’interesse alla riforma coincide innanzitutto con l’interesse delle donne, sinora penalizzate dalla struttura discriminatoria del welfare italiano (che ha pesantemente compresso il tasso di attività femminile) e solo apparentemente “risarcite” da una disciplina pensionistica più favorevole. Il pesante divario tra i redditi da lavoro percepiti dalle donne (caratterizzate mediamente da carriere più irregolari e discontinue) rispetto agli uomini comporta un analogo divario sul piano pensionistico, che l’anticipazione dell’età di quiescenza non attenua, ma al contrario aggrava.
Dunque, è innanzitutto per ragioni di equità “di genere” che è necessario procedere, a tappe forzate, alla sostanziale unificazione del mercato del lavoro maschile e di quello femminile e ad una corrispondente equiparazione dell’età pensionabile, partendo, come richiede la sentenza della Corte di Giustizia, dalla pubblica amministrazione.
A questo fine, abbiamo depositato un emendamento alla Legge comunitaria 2009 presso la Commissione Politiche dell’Unione Europea della Camera dei Deputati. L’emendamento contiene una delega al Governo per uniformare la disciplina di accesso al pensionamento di vecchiaia per i lavoratori e le lavoratrici nel settore pubblico, con la previsione di un meccanismo graduale, che comporta l’elevazione del requisito anagrafico di un anno ogni due e l’introduzione di criteri flessibili, che consentano di corrispondere concretamente, nel periodo di transizione, alle aspettative delle lavoratrici. Ma l’emendamento non intende, semplicemente, “far cassa”. Infatti prevede che i risparmi così ottenuti vengano assegnati ad un fondo da destinare al finanziamento di progetti per la conciliazione tra attività professionale e lavoro di cura, anche attraverso la concessione di permessi retribuiti, a potenziare l’accesso volontario a forme di lavoro part-time e telelavoro e a realizzare interventi di riqualificazione professionale, che contrasti gli ingiusti e costosi fenomeni di sotto-demansionamento e di de-valorizzazione del lavoro femminile.
Insomma, anche tirando il filo dell’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne si può iniziare a dipanare l’intricata matassa delle “pari opportunità” nel mercato del lavoro.


Autore: Giuliano Cazzola e Benedetto Della Vedova

5 Responses to “L’equiparazione dell’età pensionabile? E’ una questione di “pari opportunità””

  1. bruno ha detto:

    Mi sembra che l’equiparazione dell’età pensionabile sia robetta.Primo perchè riguarda solo le dipendento pubbliche e poi perchè riguarda solo le pensioni di vecchiaia.Quante sono le dipendenti pubbliche che non riescono ad accedere alla pansione di anzianità prima dei 65 anni?Pochine ammettiamolo.

  2. Alberto Scarcella ha detto:

    Il sistema pensionistico tutto va distrutto e ricostruito sul modello Cileno. Basta con queste stronzate socialiste. Ogni lavoratore percepisca la sua busta paga tutta, senza trattenute, e decida lui quando e quanto versare sul proprio conto-pensione e a che età mettersi a riposo. Così non ci sono liti tra chi vuole smettere di lavorare a 40 e non fare più un cazzo e chi invece vuole morire sulla scrivania. Libertà e Responsabilità Personale.
    Semplice.

  3. Fabrizia Giribaldi ha detto:

    Condivido in pieno quanto dice Alberto Scarella.
    Buste paga piene, ritenute fiscali comprese, e poi ciascuno paghi il dovuto all’erario e alla cassa di previdenza: il datore di lavoro risparmierebbe molti dei quattrini che spende per la consulenza del lavoro e ciascuno diventerebbe più responsabile.

  4. Alberto Scarcella ha detto:

    E un po’ di gente comincerebbe a farsi realmente i conti in tasca rendendosi conto della realtà. E smettendola di farsi aizzare come cani dagli slogan sull’evasione fiscale. Il paternalismo più stupido permea lo Stato Italiano e le sue Leggi i ogni più microscopico aspetto…Non mi stupisce che chiunque faccia politica abbia difficoltà a realizzare una riforma liberale come Dio comanda.

  5. giuseppe naimo ha detto:

    Per cominciare, trovo che sia indispensabile evitare l’ennesima procedura di infrazione, i costi della quale ricadrebbero su tutti i cittadini.
    A parte ciò, trovo che l’idea del ministro Brunetta, di “spalmare” su dieci anni l’effettiva equiparazione sia un buon punto di equilibrio.
    Da quanto sopra, si può agevolmente desumere che sono assolutamente d’accordo sulla necessità di disporre l’equiparazione imposta dalla Corte.

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