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Dopo il referendum: tre modifiche “fattibili” alla legge elettorale

– Non ha certo stupito il fatto che il referendum per la riforma della legge elettorale sia stato invalidato dal mancato raggiungimento del quorum.
Hanno concorso a tale esito il progressivo logoramento dell’istituto referendario, la scarsa attenzione dei maggiori media nei confronti dell’argomento e le scelte – strategiche o tattiche – di tutti i principali partiti.
Va riconosciuto in modo ormai definitivo che, salvo improbabili modifiche costituzionali che eliminino la necessità del quorum, il referendum abrogativo è uno strumento nei fatti inutilizzabile – un esercizio costoso quanto purtroppo inefficace.
Veniamo, tuttavia, al merito del referendum che si è votato con l’obiettivo di capire dove si può andare da qui – quale può essere un percorso di riforma elettorale possibile a partire dagli equilibri politici e partitici dell’attuale scenario.
L’obiettivo del referendum di riforma della legge elettorale era il superamento del bipolarismo e l’affermazione di un sistema dominato da due soli grandi partiti, uno di centro-destra ed uno di centro-sinistra. E’ chiaro che questo scenario non può essere gradito a partiti come la Lega Nord, l’UDC e l’IDV, così gelosi della propria autonomia e della propria identità, e che in particolare il “veto” del partito di Bossi ha avuto una valenza decisiva in quanto la possibile posta in gioco era la stessa sopravvivenza del governo.
Obiettivamente non ci sono in questa fase le condizioni per il passaggio del nostro paese verso un assetto bipartitico, in quanto ciò richiederebbe una prova di forza di Berlusconi e di Franceschini che nessuno dei due appare in questo periodo in grado di fare.
Al tempo stesso non si può negare che un bipolarismo semplificato quale quello uscito dalle urne del 2008 sia molto più efficiente di una competizione tra coalizioni ciascuna di una decina di partiti come quelle che si sono affrontate nel 2006.
Il “due contro due” (PDL-Lega contro PD-IDV) non è forse uno schema ideale, ma è senz’altro uno schema che garantisce una governabilità più semplice rispetto alle armate brancaleone di un recente passato.
Ed allora l’obiettivo di una riforma elettorale “possibile” – cioè in grado di conciliarsi con gli attuali equilibri politici e parlamentari – deve ispirarsi al principio di consolidare nel tempo la semplificazione prodotta dal risultato del 2008.
Dobbiamo ricordarci in effetti che l’esito del 2008 che ha visto nella sostanza solo cinque partiti superare la soglia è dipeso da una circostanza puntuale non necessariamente ripetibile in futuro. In effetti la distanza tra centro-destra e centro-sinistra nei sondaggi era tale che Veltroni si è convinto che non aveva niente di più da perdere rinunciando alla vasta coalizione dell’Unione ed andando (quasi) da solo; a quel punto anche Berlusconi simmetricamente ha potuto fare la scelta di una corsa (quasi) solitaria.
Se tuttavia in occasione delle prossime elezioni il risultato fosse in discussione il rischio sarebbe che sia il centro-destra, sia il centro-sinistra sarebbero spinti ad accettare alleanze con ogni “zero virgola” pur di superare – di uno “zero virgola” – la parte avversa.
Questo scenario sarebbe una iattura per questo paese ma potrebbe essere evitato con una modifica per via parlamentare della legge elettorale attuale che – senza intaccarne l’impianto – obbligherebbe a coalizioni semplificate sul modello di quelle che si sono affrontate nel 2008.
La proposta consisterebbe banalmente nell’applicare lo sbarramento del 4% alla Camera e dell’8% su base regionale al Senato anche ai partiti che concorrono all’interno delle coalizioni.
Una tale proposta avrebbe ottime possibilità di essere accolta perché i partiti minori rappresentati in parlamento (Lega, IDV e UDC) sarebbero tutti e tre in grado di confrontarsi con successo con tali soglie – incidentalmente l’UDC essendo andato da solo alle elezioni del 2008 è stato già sottoposto in quell’occasione a tali sbarramenti.
Di fatto si verrebbe a consolidare per i prossimi anni un quadro politico a 4-5 partiti, più o meno quanti ne sono ospitati nella maggior parte dei parlamenti europei.
Il premio di maggioranza per la coalizione vincente garantirebbe la governabilità eliminando i casi di “stallo” possibili nel sistema tedesco, che obbligherebbero a grandi coalizioni oppure a rimanere ostaggio di una forza centrista che tiene le mani libere.
Da questo punto di vista una seconda modifica sensata sarebbe quella di rendere nazionale il premio di maggioranza al Senato, come lo è alla Camera, in modo da essere certi che la coalizione che prende più voti possa essere effettivamente in grado di governare.
Un premio di maggioranza nazionale al Senato sarebbe, tra l’altro, importante perché assicurerebbe il principio “un uomo un voto”, evitando i possibili effetti distorsivi sull’equilibrio parlamentare dovuti alla presenza dei senatori a vita, ai collegi uninominali per gli italiani all’estero ed alla sovra-rappresentazione di alcune regioni come il Trentino Alto Adige.
Un ulteriore cambiamento – che non avrebbe effetti macroscopici in termini di equilibri elettorali ma che favorirebbe la controllabilità democratica degli eletti – sarebbe quello di ripristinare un vero collegamento tra deputati e territorio. Ciò potrebbe avvenire recependo il contenuto del terzo quesito referendario (divieto di candidature multiple) e riducendo marcatamente la dimensione dei collegi (non più di 6-7 eletti per collegio, come avviene in Spagna.). Ne scaturirebbero liste corte e 1-3 eletti per partito in ogni collegio – con la possibilità per la gente di conoscere i candidati che sta votando e con una parte importante dei seggi effettivamente esposti alla competizione.
L’esito di quanto sopra proposto potrà non avere il fascino di alcuni modelli elettorali “puri” che amiamo e per i quali ci siano negli anni battuti.
Tuttavia queste tre semplici riforme, tutte rigorosamente “Lega-compatibili”, avrebbero per lo meno il pregio della concreta fattibilità e della sostanziale efficacia nel garantire basi decorose per la governabilità e per un sistema di alternanza.
Forse è da qui che dovremmo partire.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “Dopo il referendum: tre modifiche “fattibili” alla legge elettorale”

  1. Ghino di Tacco ha detto:

    Modifiche ragionevoli per un paese ragionevole…
    Ma dubito fortemente che siano fattibili con questo sistema politico

  2. marcello ha detto:

    Si deve tornare al sistema uninominale. Non ha significato il proporzionale senza preferenze. Sono per il doppio turno limitato ai primi 4 o a chi supera il 12,5%.
    Al limite può andare bene anche il sistema tedesco dove però alla lista bloccata si unisce un siatema uninominale e quindi la possibilità di selezionare da parte del popolo i componenti del parlamento, senza che questi vengano cooptati come è avvenuto con la legge ora vigente. Poi si deve applicare la regola del divieto delle candidature in più circoscrizioni.

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