– L’Istat ha reso noti i dati dell’occupazione del primo trimestre dell’anno in corso. In termini percentuali si riscontra una flessione dello 0,9% sul corrispondente periodo del 2008; in valori assoluti il calo è stato di 204mila unità. Maggiormente penalizzati il Sud (- 144mila) e i rapporti di lavoro precari. Come si poteva prevedere, questi dati hanno innestato la consueta polemica politica: le opposizioni hanno criticato il Governo, il quale – attraverso il ministro Maurizio Sacconi – si è difeso affermando che in fondo sarebbe potuto andare peggio. In effetti è proprio così: un tasso di disoccupazione attestato al 7,9% nel trimestre in cui più virulenta è stata la crisi, risulta inferiore di oltre un punto rispetto alla media europea ed è sicuramente migliore del tasso riscontrato in altri Paesi che hanno presentato piani anticrisi più pretenziosi del nostro. Nelle analisi è sfuggito, invece, un aspetto molto interessante: se non ci fossero stati i lavoratori stranieri (+222mila) il calo dell’occupazione sarebbe salito a 426mila. Come può essere che, in un periodo di forte recessione e in presenza di politiche volte a limitare le quote e al dunque ostili verso questa manodopera (la Lega Nord è riuscita a far passare qualche sua posizione politica), il numero dei lavoratori stranieri aumenti in modo tanto netto, al punto di diventare la linea del Piave dei livelli d’occupazione in Italia? Peraltro, essendo censita dall’Istituto di statistica si tratta di occupazione regolare e – riguardando i primi mesi dell’anno – non riferibile alle consuete esigenze di lavoro stagionale proprie del turismo e dell’agricoltura.
Premesso che la questione meriterebbe un attento approfondimento, alcune considerazioni possono essere tratte con un sol colpo d’occhio. Va detto, innanzi tutto, che il mercato del lavoro non è paralizzato. Ben poche imprese, avendo la possibilità di assumere un italiano o uno straniero, preferirebbero – per tanti motivi anche pratici che non inducono a scomodare dei pregiudizi razziali – il secondo al primo. Se fanno il contrario è perché non hanno altra possibilità di scelta. La conclusione, allora, è una sola: ci sono dei posti di lavoro che, anche in tempi di crisi violenta come l’attuale, gli italiani si ostinano a rifiutare. Se anche chiudessimo le frontiere con una nuova Muraglia cinese, quei posti resterebbero scoperti (nei servizi alla persona, nelle costruzioni, nell’agricoltura, nel turismo, ma anche nell’industria manifatturiera e nel commercio al dettaglio che ormai è quasi tutto gestito da stranieri).
Non è vera la favola che raccontano i leghisti dell’operaia tessile in Cig nelle valli bergamasche che sarebbe disposta a fare la colf o la badante (magari in nero) se non ci fosse una bionda signora ucraina a rubarle il posto presso la vicina di casa ottuagenaria. E’ il lavoro rifiutato la calamita che attira immigrazione, anche quando gli italiani finiscono in cassa integrazione guadagni. Con in più un aggravante. E’ sempre difficile avventurarsi in siffatte considerazioni, ma, consultando i dati, viene da concludere che le assunzioni di stranieri sostituiscono in parte anche la perdita di posti di lavoro c.d. precari. In sostanza, anche questi ultimi, almeno in alcune zone del Paese, sono lavoratori non disponibili a qualunque tipo di impiego. Spesso, più che di precarietà, la loro è una condizione di attesa (sostenuta dalla famiglia) di stabilizzarsi in un posto di lavoro ritenuto congruo. Neppure la crisi li induce a rivedere questa linea di condotta.