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Il “terzo sì”: contro le candidature plurime per un voto più trasparente

– Dei tre quesiti referendari, i primi due, sull’attribuzione del premio di maggioranza alla lista anziché alla coalizione vincente, animano il dibattito e dividono trasversalmente centrodestra e centrosinistra. E’ questo il tema su cui si è speculato di più, estrapolando argomenti di merito ma anche molti ragionamenti d’opportunità; questi ultimi non solo miopi (non è, infatti, corretto propendere per un sistema elettorale o un altro guardando agli effetti elettorali a breve termine), ma anche meno solidi, dato che non è chiaro chi il successo del referendum avvantaggerebbe (secondo alcuni il Pd, con maggiori chance di fondersi con altre formazioni di centrosinistra, secondo altri il PdL, in netto vantaggio sul Pd).
Poca rilevanza è stata data al terzo quesito, che forse non rivoluzionerebbe l’attuale sistema partitico, ma senz’altro renderebbe il voto più trasparente e democratico. Il referendum, infatti, propone l’abrogazione di quelle parti della legge elettorale che consentono la candidatura della stessa persona in più circoscrizioni.
Oggi l’elettore non conosce esattamente a chi conferisce il proprio voto, ossia chi contribuirà ad eleggere. Ciò non è un effetto delle liste bloccate, probabilmente un utile strumento per contrastare il voto clientelare e le divisioni interne e per sé non “antidemocratiche”, se accompagnate da canali di democrazia interna ai partiti per la scelta dei candidati.
Il problema delle liste oggi è la trasparenza del voto. Le circoscrizioni sono di dimensione variabile e comunque mediamente molto ampie; ciò costituisce una debolezza del sistema democratico, in quanto l’elettore non sa a chi davvero attribuisce il proprio voto. Sa con certezza che i nominativi collocati in cima sono sicuri di essere eletti, a meno che il loro partito rischi di non superare la soglia di sbarramento. Gli elettori più accorti possono grosso modo individuare una fascia di “eletti sicuri” e una fascia di candidati in bilico. Possono quindi esprimere un giudizio approssimativo su questi candidati. Tuttavia un ulteriore elemento di distorsione è dato dalla candidatura plurima. La normativa elettorale prevede che non ci si possa candidare contestualmente alla Camera a al Senato, ma è ammessa la candidatura in più circoscrizioni e in più regioni. La questione non è da poco, in quanto la candidatura plurima rende il voto poco trasparente e attribuisce un ulteriore potere ai vertici di partito nella selezione a posteriori degli eletti. Chi è eletto in più circoscrizioni decide in quale attribuirsi il seggio; in questo modo sceglie anche a chi “sottrarlo”, e a chi, tra i primi dei non eletti nelle varie circoscrizioni, lasciarlo, optando per una circoscrizione diversa. Nei grandi partiti possono essere più d’uno i candidati eletti in una circoscrizione che però optano per un’altra sede di elezione. In questo caso anziché i primi 6 o 7, saranno eletti in una circoscrizione i candidati in posizione più bassa. Anche l’elettore più accorto, quindi, non può prevedere quali candidati hanno chance di essere eletti e quali no. Non può quindi giudicare la bontà delle liste e dei suoi rappresentanti in Parlamento.
Se per la scelta dell’ordine di lista è auspicabile il ricorso a strumenti di democrazia interna, per la selezione ex post di chi, tra i border line, avrà il seggio, la soluzione non può che essere l’abolizione della candidatura plurima. Un voto ancora più trasparente si otterrebbe con il ridimensionamento delle circoscrizioni; a circoscrizioni più piccole corrisponde un numero più ristretto di seggi da attribuire, quindi liste più brevi e un numero ridotto di candidati. Va da sé che liste elettorali più corte permettono all’elettore un giudizio più oculato sulla bontà delle candidature. Non potendo mediante referendum ridisegnare le circoscrizioni, un passo in avanti sarebbe senz’altro rappresentato dall’abolizione delle candidature multiple.
La vittoria del sì al terzo quesito consentirebbe quindi agli elettori di esprimere un voto più consapevole. Molti potranno dilungarsi in argomenti di opportunità e propendere per il sì, per il no o per l’astensione sulla base dei vantaggi immediati che l’esito darebbe alle attuali formazioni politiche. Di solito le leadership forti sono avvantaggiate dalla possibilità di mettere il nome del capo carismatico in cima a tutte le liste elettorali. Pochi, tuttavia, possono prevedere se tra tre anni avrebbe un effetto più trascinante un leader di destra o di sinistra. I tempi cambiano e ne hanno avuto prova chi stava in cima alle liste del Pd e del PdL in Friuli Venezia Giulia, dove la giovane Debora Serracchiani ha battuto Berlusconi e umiliato il capolista del suo partito, Giovanni Berlinguer, nella conta delle preferenze.
Di certo quindi una possibilità di rendere più trasparente il voto è data dal referendum di domenica prossima. Il terzo quesito, però, è in balìa dei primi due, su cui si concentra il dibattito politico. La più parte dei comitati e dei politici contrari al referendum invitano all’astensione. Un atteggiamento poco corretto che ricorda molto la tattica impiegata dal clero e dalle fazioni politiche di orientamento cattolico conservatore nel referendum del 2005 in materia di fecondazione assistita e ricerca sulle cellule staminali. L’astensione consapevole è un modo per occultare la volontà popolare; infatti, si aggregano indistintamente gli aventi diritto al voto che sono contrari al referendum con quanti vorrebbero votare ma non possono per qualche impedimento o semplicemente non votano perché disinteressati o incerti. I favorevoli al referendum, così, anche se superano in numero i contrari, devono dimostrarsi numericamente superiori anche ai non interessati, agli incerti e a quanti sono impossibilitati a votare pur desiderando esprimere la propria preferenza. I contrari a questo referendum hanno dimostrato nella campagna di questi giorni di ignorare completamente il terzo quesito, su cui probabilmente i cittadini, informandosi, si esprimerebbero con maggior convinzione. La scelta astensionista sembra quindi poco responsabile, dato che il boicottaggio rischia di colpire anche una “vittima innocente”. E’ significativo il fatto che in queste settimane non sia stato formulato alcun argomento a sfavore del terzo quesito; forse proprio perché non toglie né fa premio ad alcun partito ed è a solo vantaggio dell’elettore.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

4 Responses to “Il “terzo sì”: contro le candidature plurime per un voto più trasparente”

  1. Leogan ha detto:

    Sono perfettamente d’accordo sul fatto che un candidato dovrebbe
    candidarsi solo in una circoscrizione.
    Meglio se avessimo collegi uninominali.
    Comunque il terzo referendum mi sembra una cosa utile da approvare
    perchè riduce il potere di pochi e obbliga i candidati a metterci la faccia.
    Inoltre riduce (in parte) la personalizzazione dei partiti politici, il che e’ secondo me cosa buona.
    Per cui andro’ a ritirare la scheda. Cosa che invece non sono ancora riuscito a decidere per i primi due.

  2. luca ha detto:

    si può votare solo per la terza scheda?

  3. DM ha detto:

    Domani si andrà a votare e io ci sarò. Saranno tre “Si”…

  4. dm ha detto:

    sì. a rigor di legge è possibile votare solo una scheda. Ricordo tuttavia che l’astensione consapevole nuoce gravemente alla salute di un istituto di democrazia diretta, come il referendum. Dopo una tormentata riflessione ho votato un improbabile NO Sì Sì, che per motivare e giustificare non basterebbero una dozzina di pagine.

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