– Qualche giorno fa abbiamo segnalato (con un articolo di Lucio Scudiero) uno spiacevole intervento normativo volto a comprimere gli spazi per il mercato nel settore del trasporto ferroviario. Rispetto alle parafarmacie pare in corso uno di quegli “inopportuni tentativi di restaurazione”, come ha sottolineato l’altro giorno il presidente della Camera, capaci di danneggiare i consumatori a vantaggio di qualche titolare di rendite di posizione. Ancora, giace al Senato un provvedimento sulla professione legale che, ove mai approvato, erigerebbe barriere all’accesso ancora più alte. Più in generale, da anni sono ferme al palo liberalizzazioni attese e mai realizzate, avversate da minoranze di blocco e solo timidamente promosse da chi si trova al governo: gas, trasporti, telecomunicazioni, servizi pubblici locali, libere professioni. Ed altre ancora.Eppure, le prospettive di caduta del Pil per il 2009 (-5 per cento) e la timidissima crescita attesa per il 2010 pongono i decisori pubblici di fronte alla realtà più cruda: senza una stagione di riforme capaci di rendere più aperta e competitiva la nostra economia, difficilmente l’Italia potrà uscire dalla crisi ed affrontare la ripresa “meglio degli altri”. Anzi, è forte il rischio che l’Italia torni ad essere dopo la crisi il fanalino di coda dell’economia europea in termini di crescita ed innovazione.
Insomma, dopo tanto accanirsi contro il mercato e la deregulation, in seguito a tante elucubrazioni mentali sul ruolo dello Stato e il ritorno della politica, ecco che appare quanto mai necessario tornare a parlare dell’urgenza delle liberalizzazioni. Le banalissime liberalizzazioni.
A riaprire le danze ci ha pensato qualche giorno fa il presidente dell’Antitrust, Antonio Catricalà, con la sua relazione annuale sulla concorrenza. Come ha evidenziato Carlo Stagnaro (direttore Energia e Ambiente dell’Istituto Bruno Leoni e curatore per lo stesso think tank dell’annuale Indice delle Liberalizzazioni), Catricalà ha inteso “scindere la crisi, con le sue cause e conseguenze, dal destino delle liberalizzazioni, ponendo uno stop alle troppe tentazioni di retromarcia, piccole o grandi, che sono state realizzate nel recente passato”. Con le sue parole, insomma, il Garante ha voluto frenare sul nascere le scontate obiezioni di chi vorrebbe archiviare le liberalizzazioni al grido: c’è la crisi, tutti al riparo. “Catricalà – riflette Stagnaro – ha utilizzato la sua relazione annuale per ribadire ciò che la politica dovrebbe avere il coraggio di sostenere: che l’introduzione di un contesto concorrenziale va a beneficio della collettività, mentre la conservazione dello status quo favorisce solo le rendite e le inefficienze”.
Tornano alla mente le “lenzuolate” di Bersani del biennio 2006-2007. L’allora ministro dello Sviluppo economico ebbe l’indubbio merito di sdoganare e rendere popolare la categoria della liberalizzazione. Ma Bersani aveva una visione alquanto goffa e posticcia, secondo la quale lo Stato la concorrenza andrebbe creata “scientificamente” attraverso un intervento teso a stabilire per legge un risultato, magari modificando la struttura dei prezzi e delle clausole contrattuali e imponendo determinati obblighi ai produttori o agli erogatori di servizi: fu così per l’abolizione dei costi di ricarica o la penale per l’estinzione anticipata dei mutui. Da quella esperienza, comunque, l’attuale maggioranza di governo dovrebbe mutuare lo spirito lenzuolaro, cioè l’apertura di un ampio e variegato dossier di micro e macro interventi di apertura dei mercati.
Grazie al lavoro di Benedetto Della Vedova (rivendicare i meriti non è reato), è in via di definitiva approvazione in Parlamento un nuovo istituto normativo che permetterebbe di fare delle liberalizzazioni un appuntamento annuale (al pari della Legge Comunitaria, per intenderci) per Governo e Parlamento: la cosiddetta Legge Annuale per il mercato e la concorrenza (presente all’articolo 47 di questo provvedimento). Entro sessanta giorni dalla data di trasmissione al Governo della relazione annuale dell’Antitrust, l’esecutivo sarà tenuto a presentare in Parlamento un disegno di legge che elimini gli ostacoli regolatori, di carattere normativo o amministrativo, all’apertura dei mercati che l’Antitrust e le altre autorità indipendenti hanno segnalato nel corso dell’anno. E se qualcuna di queste segnalazioni non sarà stata raccolta, si dovranno opportunamente riportare le motivazioni. Non è tutto oro ciò che luccica, ovviamente: da un lato, potremmo assistere ad una sostanziale vanificazione della Legge annuale (il ddl andrà presentato, ma non c’è ovviamente l’obbligo di approvazione del Parlamento); dall’altro, si corre il rischio di trasformare l’istituto in un treno su cui far salire interventi che della liberalizzazione portano solo il nome o addirittura anti-concorrenziali. Ma la Legge annuale rappresenterà comunque un’assunzione di responsabilità degli attori politici. Usarla per liberalizzare l’economia o vanificarne la portata saranno azioni da compiere alla luce del sole, che l’opinione pubblica saprà e potrà giudicare.