In Europa i socialisti perdono, ma il socialismo vince. A destra e in chiave nazionalista.

– Il tracollo dei partiti socialisti alle scorse elezioni europee ha paradossalmente coinciso con il successo, in tutta Europa, di una destra conservatrice le cui ricette e la cui retorica sembrano replicare (su di un diverso impianto ideologico, ma senza significative differenze pratiche) il modello politico che ha caratterizzato sia il successo che il declino del socialismo europeo.
Perché i partiti socialisti abbiano così clamorosamente perso e le politiche socialiste così paradossalmente trionfato “da destra” è una delle questioni fondamentali che il voto per il P.E apre dentro entrambi gli schieramenti politici italiani e, in modo analogo, dentro i contenitori in cui in Europa fino ad oggi si raggruppavano le forze politiche social-progressiste e quelle liberal-moderate.
Affrontare una questione di simile portata merita un’analisi profonda della realtà sociale ed economica europea e delle dinamiche demografiche e della cifra culturale e civile di quella che oggi è, politicamente, “Europa”. E forse impone una considerazione severa di quella formidabile eterogenesi dei fini che il processo di allargamento ha comportato, estendendo i confini esterni dell’Unione ed inglobando numerosi paesi sopravvissuti alla tirannia comunista, ma approfondendo in misura corrispondente, come vere e proprie ferite aperte, le frontiere sulle quali le diverse società nazionali e locali si sentono esposte o assediate non solo dall’esterno, ma anche dall’interno dell’Europa comunitaria.
Oggi il voto europeo fotografa un continente ripiegato e intimorito, in cui perdono “mercatismo” e europeismo e vincono socialismo e nazionalismo. E in cui i socialisti perdono non perché troppo affezionati alle vecchie ricette welfariste o al tradizionale approccio statalista, ma perché troppo poco disponibili a rinunciare alle chimere universaliste, agli occhi di un elettorato impaurito e bisognoso di rassicurazione. I socialisti non appaiono dei credibili nazionalisti. I nazionalisti (anche in salsa localista) sanno invece essere dei credibili socialisti, perché non hanno ideologicamente alcuna remora a declinare la “dialettica di classe” lungo direttrici che non oppongono più capitale e lavoro, ma insiders e outsiders, nativi e immigrati, “nazione” (o regione) e “mondo”.
Il Ministro leghista Zaia lo ha detto nel modo più esplicito: la Lega è “il partito laburista del popolo”, “il partito laburista-padano, il movimento politico di riferimento dei lavoratori” e su questa base si candida “a sfondare al centro e al sud e a governare le istituzioni europee”.
Il ripiegamento delle politiche europee lungo linee di resistenza nazionale e locale non è un effetto della crisi globale dell’ultimo anno, non segna solo una diffidenza recente nei confronti di una politica eccessivamente affrancata dai vincoli e dalle protezioni dello stato-nazione e affidata ai rischi e alle opportunità del paradigma liberista, in una fase in cui il mercato sembra avere rovinosamente fallito. Questa, al contrario, è una tendenza che segna da tempo le dinamiche politiche degli stati del continente e, in grande profondità, lo stesso spirito europeo.
Dell’Europa “mercatista”, che esponeva i popoli europei alla tirannia monetarista della BCE, e alla concorrenza degli “idraulici polacchi”, alle limitazioni degli aiuti di stato e agli “stupidi” vincoli di bilancio, all’invasione della forza lavoro extracomunitaria e alle delocalizzazioni produttive, si è iniziato a diffidare, nel cuore dell’Europa politica, da ben prima del fallimento di Lehman Brothers. In nome di questa paura gli elettori olandesi e francesi hanno, nel 2005, seppellito la cosiddetta Costituzione europea. “La Francia chiama alla Resistenza contro l’orco liberale”, scriveva André Glucksmann il giorno dopo il referendum francese. “Paghiamo decenni di menzogne e illusioni. La Francia vive in un’economia di mercato mondializzata ma parla socialista e nazionale. Non c’è da meravigliarsi che l’elettore segua la rotta indicatagli.” Per lenire questi tormenti, i governi europei dopo due anni e mezzo hanno dovuto ridimensionare le ambizioni costituenti, depotenziare il significato politico e simbolico del processo riformatore e accontentarsi di un Trattato di riforma (quello di Lisbona) che, se conferma in modo sostanziale le innovazioni istituzionali già previste dalla Costituzione europea, sgombra completamente il campo dal rischio e dalla stessa immagine di un “super-stato” europeo, cioè, nella sostanza, di una vera Europa federale.
Il processo di unificazione era nato come orizzonte necessario per garantire la sicurezza, la stabilità e la pace di un continente devastato, per mezzo secolo, dai fanatismi ideologici nazionalisti. Giunta al proprio massimo livello di estensione, nella situazione di massima debolezza politica, mezzo secolo dopo è l’Europa a resuscitare il nazionalismo come ancoraggio psicologico e ideale dei popoli europei e a rinnovare i sentimenti di invidia e egoismo sociale del “proletariato interno” (secondo la definizione bossiana) offrendo ad esso, in sostituzione dei vecchi “padroni”, nuovi e più temibili nemici “di classe”: il “proletariato esterno” (cioè gli immigrati), il capitale senza patria delle multinazionali, le istituzioni impersonali di Bruxelles, le regole commerciali del Wto…
Venire a capo di questo viluppo di paure e risentimenti, uscire da questo labirinto ideologico in cui l’Europa si è cacciata sarà – presumo –  un lavoro maledettamente complesso, sul piano dell’azione politica, e nondimeno necessario, perché è difficile immaginare che un’Europa che alza tutti i ponti levatoi (per usare la vivida metafora di Giuliano Amato) possa avere un qualche futuro dal punto di vista civile e economico.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

4 Responses to “In Europa i socialisti perdono, ma il socialismo vince. A destra e in chiave nazionalista.”

  1. Piercarla ha detto:

    La destra vuole scrollarsi di dosso il suo connubio con il capitalismo che ha provocato crisi economiche e disagi a livello sociale..disoccupazione ecc.. e unirsi al quel socialismo ideale.Senza che quest’ultimo si allei con l’intenazionalismo comunista che tanti danni e stragi ha provocato nel mondo. Questa l’ l’idea di un socialimo nazionale che tutta l’Europa ha recepito come terza via possibile

  2. Luca Bagatin ha detto:

    Direi piuttosto che perdono le socialBurocrazie.
    Si preferiscono invece le moderat-democrazie, le liberaldemocrazie e, se vogliamo, i liberalsocialismi.
    Penso a Sarko che ha chiamato al governo dei liberalsocialisti, ma anche al nostro Berlusca la cui politica economica è seguita dagli eredi del Psi di Craxi.
    Vince, sostanzialmente, un centro-sinsitra vecchio stampo, lontano dai confusionismi del Pd.
    Cio che purtuttavia manca a queste alternative alle socialBurocrazie, sono le tematiche civili e libertarie.

    http://www.lucabagatin.ilcannocchiale.it

  3. giorgianni ha detto:

    previsione : scommettiamo che con queste commistioni fra destra e sinistra , col tracollo elettorale in Italia/paese dei campanelli, un sacco di politici e loro derivati delle sinistre nei comuni e nelle provincie correranno in soccorso del vincitore e passeranno nel centro destra?
    propongo di annotare,si accettano scommesse.

  4. DM ha detto:

    Secondo la mia umile e personale opinione, la chiave di lettura non è più da ricercare nel binomio destra-sinistra, ma nel termine “glocalizzazione”.

    I due nuovi poli di attrazione politica dei paesi UE vanno dall’incredibilmente locale (le comunità o la sfera territoriale che più rappresenta le singole identità – es. la propria nazione) all’incredibilmente globale (ultra-liberismo senza confini).

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