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Sull’immigrazione Sacconi tenta l’impossibile quadratura del cerchio

Spulciando il Libro Bianco sul Welfare, ci si imbatte in una digressione sull’immigrazione. Non mancano le cose ragionevoli e auspicabili. Non ci sfugge lo sforzo del ministro Sacconi di riportare la discussione dai proclami leghisti delle “carrozze della metropolitana per i milanesi” ad una più sana e concreta analisi propositiva sul governo del fenomeno dell’immigrazione e dell’integrazione, degna di un Paese civile. Ma la quadratura del cerchio è un’attività evidentemente difficile anche per Maurizio Sacconi, costretto a districarsi tra banalità e contraddizioni, pur di non svegliare il “cane padano” che dorme.

Anche le delicate problematiche attinenti alla immigrazione sono spesso affrontate separando la prospettiva della cittadinanza da quella del lavoro. In tal modo, non si fa un favore né all’immigrato, né alla Costituzione. Cittadinanza e lavoro erano per il Costituente concetti quasi inseparabili. Ragione per cui non è possibile ridurre il problema della immigrazione solo a una discussione sui diritti da riconoscere agli immigrati.

No, caro Ministro. Lungi da noi l’idea che il lavoro sia diventato un diritto di cittadinanza e che, ragionando al contrario, non esista cittadinanza senza lavoro. Se così fosse, al Sud dovrebbero perdere la cittadinanza metà dei residenti. E pure al Centro-Nord le cose non sarebbero rosee, visti i bassi tassi di occupazione italiani.
Quando il Libro Bianco sostiene che per il Costituente cittadinanza e lavoro erano “concetti quasi inseparabili”, dimentica forse la natura “compromissoria” di quell’astruso “fondata sul lavoro” del primo articolo della Costituzione?
E’ vero che il governo dell’immigrazione non può in alcun modo prescindere dalle questioni attinenti il lavoro: anzi, è proprio confidando nella dinamica della domanda e dell’offerta di lavoro che troviamo il miglior meccanismo di autoregolazione del fenomeno dell’immigrazione. Ma i diritti da riconoscere agli immigrati, in primis la cittadinanza, non hanno nulla a che vedere con il lavoro. Essi riguardano l’integrazione di medio-lungo periodo delle persone, la loro domanda di partecipazione e di auto-riconoscimento nella realtà civile e politica del paese che diventa, non essendolo per nascita o sangue, il “loro”.  Ma, soprattutto, la questione della cittadinanza fa emergere la necessità di dare risposta alla “generazione Balotelli”, quelle centinaia di migliaia (tra poco sfioreranno il milione e poi lo supereranno) di minori nati in Italia da genitori stranieri e privi della cittadinanza italiana. Pensiamo forse che costoro debbano lasciare l’Italia se, malauguratamente, i loro genitori si trovassero ad uscire dalla forza lavoro occupata?

I diritti degli immigrati non possono essere artificiosamente slegati dai loro doveri a partire da quello di contribuire al benessere sociale attraverso una attività lavorativa senza la quale sono trasformati in assistiti, alimentando un senso di alienazione e disperazione.

Vale per tutti, no? Ad ogni modo, il problema della sostenibilità del welfare nei confronti delle masse di disperati che premono “alle porte dell’Impero” esiste ed è rilevante. Ma tutto rema contro una sua risoluzione. In Italia un povero immigrato o una povera immigrata si vede chiuse molte di quelle strade per l’ingresso nel mercato del lavoro che trova apertissime nel resto del mondo occidentale – fare il tassista, aprire un negozietto h24, prestare legalmente assistenza agli anziani…

Le regole della integrazione vanno declinate oltre l’emergenza. Innanzitutto definendo quale sia l’effettiva capacità ricettiva del nostro Paese, stabilendo una precisa strategia degli ingressi, a partire dalle attività di formazione nei paesi di origine. Questo per tutelare la coesione sociale e per non illudere chi desidera entrare a far parte della nostra comunità di avere garantita una protezione sociale che poi effettivamente potrebbe non realizzarsi.

Siamo d’accordo con Sacconi.  Eppure dovremmo tutti riconoscere che la politica delle quote è spesso – o sempre – stata concepita in termini di compatibilità politica, senza alcun legame con l’effettiva domanda di manodopera straniera.
In quel “oltre l’emergenza”, leggiamo tra le righe (un po’ di mestiere l’abbiamo pure acquisito) una avversione alle proposte di regolarizzazione dei clandestini che vivono e lavorano in Italia.  Eppure, come ha scritto Carmelo Palma qualche tempo fa, “in Italia la clandestinità ha rappresentato per la stragrande maggioranza degli immigrati occupati una sorta di apprendistato obbligatorio per l’inserimento nel circuito legale”. Scrive ancora Palma: “Nel momento in cui si fa più dura la strategia di contrasto all’immigrazione clandestina, non regolarizzare le centinaia di migliaia di “invisibili” che lavorano nelle imprese, nei cantieri e nelle famiglie italiane sarebbe insensato. E continuare a lesinare gli ingressi dei lavoratori stranieri in nome della sicurezza sarebbe contraddittorio e politicamente suicida. Si continuerebbero a produrre clandestini a mezzo di leggi e poi leggi a mezzo di clandestini, in un circolo vizioso senza fine”.

E’ necessario creare un sistema per il quale chi arriva in Italia può confrontarsi con una identità fondata sul rispetto e la dignità della vita, una società aperta e una popolazione unita sulla propria tradizione.
La conoscenza della lingua e della nostra cultura, il rispetto per i valori fondanti del nostro Paese e l’osservanza delle leggi vigenti sono i requisiti minimi perché avvenga una sana inclusione sociale, senza ambiguità e moralismi. A questo scopo la scuola ricopre un ruolo decisivo.
Appare necessaria una politica che rispetti il principio di sussidiarietà e sappia riconoscere le differenze.

Tutto bene, siamo d’accordo. Ma stiamo attenti a irrobustire le nostre istituzioni con una giusta dose di laicità unita ad un sano “patriottismo costituzionale” . Solo così potremmo pensare di includere “senza ambiguità e moralismi” diverse culture, diverse religioni, diversi sistemi valoriali.  Solo così è possibile  dire nei confronti degli immigrati i No, che aiutano a rispettarsi e i Sì che servono a comprendersi.  Solo così è possibile scrivere una mappa dei diritti e dei doveri sulla medesima scala e con le medesime “unità di misura” civili e giuridiche.

La categoria “immigrati” è ormai inadeguata per comprendere uomini provenienti dall’Est e donne dei Paesi islamici, minori non accompagnati e persone in cerca di asilo, gruppi difficilmente permeabili e altri che spontaneamente tendono a mescolarsi.

Siamo d’accordo anche su questo. L’immigrazione è un nome “collettivo” che designa una pluralità di fenomeni diversi. Ma ad accomunarli in un’unica categoria non è solo il solidarismo “buonista”, che in Italia, peraltro, non gode oggi di un particolare successo di pubblico.  E’ anche la retorica “cattivista” e la propaganda anti-immigrazione, sommaria e pregiudiziale, presente nello schieramento di centrodestra. Non solo, purtroppo, nella Lega Nord.

Per immaginare politiche di vera inclusione sociale è necessario introdurre fondamentali distinzioni: tra prima e seconda accoglienza, tra migrazione residenziale e rotazionale, tra le diverse etnie, tra i generi, le età, la prima e seconda generazione, in particolare la tutela dei minori deve essere piena e indipendente dalle modalità di ingresso.

Tutela dei minori “piena e indipendente dalle modalità di ingresso”… abbiamo letto bene? Se non fosse stata approvata una deroga normativa per i dirigenti scolastici, questi ultimi sarebbero stati costretti a denunciare il reato del minore clandestino iscritto alla scuola dell’obbligo. E la deroga, è bene sottolinearlo, non è certo arrivata dopo una lettura attenta del Libro Bianco da parte del gruppo parlamentare leghista, ma dopo una rottura politica e istituzionale, operata, in prima persona, su saldi presupposti costituzionali, dal Presidente della Camera. E anche sulla politica dei cosiddetti respingimenti, una maggiore attenzione sui minori (oltre che sui richiedenti asilo e sui rifugiati politici) non sarebbe il caso di prestarla? Non significa anche questo operare le “fondamentali distinzioni” senza le quali l’immigrazione diventa una notte nera in cui tutti gli immigrati sono (non solo di pelle) neri, brutti e cattivi?


2 Responses to “Sull’immigrazione Sacconi tenta l’impossibile quadratura del cerchio”

  1. Claudio V. ha detto:

    Ma la smettiamo di usare (scimmiottando Fini) il termine “generazione Balotelli” per indicare gli immigrati di seconda generazione?
    Balotelli non è figlio di immigrati stranieri privi di cittadinanza come scrivete voi, visto che è stato adottato da una famiglia italiana ed è italiano lo è a tutti gli effetti,e se si è facilmente integrato da noi, lo deve soprattutto al fatto di essere appunto cresciuto in un ambiente familiare/culturale italiano.

    Comunque la cittadinanza italiana non dovrebbe essere concessa indiscriminatamente come vorrebbe la sinistra o certa pseudo-destra finiana, ma solo a chi si è effettivamente integrato, e mi dispiace, ma essere nati in Italia non mi sembra una sufficiente garanzia di integrazione, ergo sono assolutamente contrario allo ius soli.

  2. bruno ha detto:

    La cittadinanza Italiana come quella Americana.Dopo tot anni,lavoro e contribuzione regolari,esami di lingua e storia patria.Fioccano le bocciature.
    Bruno

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