– L’intervento di Stefano Passigli sul Corriere della Sera riguardante i referendum e a favore dell’astensione contiene una serie di imprecisioni e di affermazioni piuttosto discutibili,  che non possono non colpire qualunque studioso di scienza politica e sistemi costituzionali o anche semplicemente chi si sforzi di leggere e interpretare il mondo empirico, attraverso i criteri della logica e della maggiore aderenza possibile alla realtà concreta.Il Professor Passigli afferma innanzitutto che “il voto popolare rafforzerebbe l’attuale legge con tutti i suoi difetti, a cominciare dalle liste bloccate che privano il cittadino del diritto di scegliere chi eleggere”. Ora, anche se, come teme Passigli, dopo un eventuale esito positivo dei referendum non si procedesse all’approvazione di una nuova legge elettorale, i difetti del porcellum non toccati dai referendum – che ricordiamo, non può che essere abrogativo – non sarebbero consolidati, semplicemente rimarrebbero tali e quali. Le liste bloccate rimarranno se i referendum falliranno e rimarranno se avranno successo; con una sostanziale differenza, però: se si raggiungerà il quorum e il sì vincerà saranno eliminate (terzo quesito) le candidature multiple e dunque la possibilità per i leader capilista in più circoscrizioni di scegliere, dopo l’espressione del voto popolare e a proprio piacimento, chi fare entrare in Parlamento e chi tenere fuori, optando per l’una o l’altra circoscrizione in cui siano stati eletti.  Non mi pare che in questo modo si consolidi un difetto, mi pare piuttosto che lo si limiti.
La seconda affermazione che mi trova in totale disaccordo è quella secondo la quale la semplificazione del quadro politico seguita alle ultime elezioni politiche non sarebbe stata conseguente alla decisione di Veltroni di “archiviare la litigiosa coalizione prodiana”, bensì alla soglia del 4% prevista per la Camera dalla legge elettorale introdotta dal centrodestra nel 2005. Ma bisogna ricordare che la legge non prevede una sola soglia: la soglia del 4% è per quei partiti che si presentano da soli e si abbassa al 2% se invece questi sono in coalizione (con il salvataggio e la garanzia di rappresentanza addirittura per la prima lista della coalizione che non abbia superato il 2%). Quei soggetti, come la Sinistra Arcobaleno, che sono rimasti fuori dal Parlamento, se avessero corso in coalizione con il Pd vi sarebbero entrati. Come è possibile ignorare un tale fatto? E’ evidente a tutti che la scelta di Veltroni e la speculare iniziativa di Berlusconi, che ha portato Forza Italia e Alleanza Nazionale a presentarsi in un’unica lista ancor prima di confluire in uno stesso partito, sono i fattori che hanno innescato la drastica semplificazione del sistema. E’ altrettanto evidente che l’adozione di una diversa strategia, molto probabile a sinistra, vista l’attuale situazione di crisi e di incertezza del Pd, e possibile proprio grazie alle regole attuali (cioè al Porcellum in vigore), aprirebbe la strada ad un ritorno alla frammentazione. Solo con nuove regole – come quelle che scaturirebbero da una vittoria dei referendum, attribuendo il premio non alla coalizione ma solo al partito vincente e portando ad un’unica soglia di esclusione del 4% – è possibile bloccare questo “ritorno al passato”.
Secondo il prof. Passigli i referendari incorrerebbero anche nell’errore concettuale di confondere bipolarismo e bipartitismo. Questa distinzione, chiara a qualsiasi studente di Scienze politiche del primo o del secondo anno, credo sia chiara anche a Giovanni Guzzetta e ai membri del Comitato promotore. Costringendo, secondo Passigli, il nostro sistema in un quadro bipartitico, i piccoli partiti in realtà confluirebbero nei grandi contenitori dando vita a correnti, e così, invece che un fantomatico bipartitismo “virtuoso”, avremmo una “repubblica delle correnti”. Prendiamo atto che per Passigli è bene che le diverse opzioni politiche siano tutte irregimentate in partiti veri e propri, con le loro strutture e le loro oligarchie, e i loro corrispettivi poteri di ricatto. Altri (come i referendari) credono che le diverse opzioni possano invece confrontarsi, competere e comporsi all’interno di grandi partiti, senza necessariamente assumere la forma di correnti organizzate, ma semplicemente quella di “tendenze” (anche confondere le prime con le secondo è un errore concettuale). Così accade in grandi partiti di destra e di sinistra, ad esempio in Francia, Spagna e Regno Unito.
Veniamo, infine, al “pericolo ancor più grave”, il fatto che, rebus sic stantibus, in elezioni tenute con il sistema che uscirebbe dai referendum non la coalizione di centrodestra ma solo il Pdl avrebbe  il 55% dei seggi e ipotizzando una Lega al 10% l’attuale maggioranza sfiorerebbe quei 2/3 necessari per mettere mano da sola, e senza referendum confermativo, alla revisione della Costituzione. Notiamo che questa possibilità esiste anche oggi (la legge attribuisce il premio alla coalizione o alla lista vincente). In secondo luogo, ricordiamo che il Pdl, oltre a non essere un partito di pazzi irresponsabili che vogliono distruggere la costituzione per costruire una dittatura, ha al suo interno diverse sensibilità rispetto ai temi istituzionali e dunque un dibattito si svilupperebbe anche tra queste sensibilità; d’altro canto, la legge di revisione costituzionale bocciata dal referendum nel 2006, pur con i suoi limiti, conteneva disposizioni che avrebbero rafforzato l’esecutivo, senza per questo compromettere il carattere liberale e democratico del sistema. A ciò si aggiunga che anche nel Partito Democratico esistono molti esponenti di rilievo che vorrebbero che il nostro sistema convergesse maggiormente verso il modello delle grandi democrazie europee e dunque vi sono tutte le condizioni perché future revisioni costituzionali possano poggiare su di  un accordo ampio che vada al di là dell’attuale maggioranza.
Ciò detto, è evidente che una legge elettorale più soddisfacente non solo di quella esistente ma anche di quella che uscirebbe dai referendum sarebbe possibile solo sotto l’impulso di una vittoria dei referendum  (e il fatto che oggi la maggioranza sostenga che la legge di risulta, in tal caso, sarebbe “intangibile” non significa molto, poiché risponde ad una semplice tattica per scoraggiare la partecipazione al voto in ossequio al ricatto leghista). Data l’esistenza dei tanti, attuali, veti incrociati, non si vede come altrimenti vi possa essere una speranza di mettere mano all’attuale porcellum.
Passigli, in conclusione, invita ad astenersi poiché il semplice “no” a suo parere potrebbe “apparire una conferma popolare del porcellum”, L’argomentazione è bizzarra, dal momento che è evidente che dire “no” ai quesiti referendari significa semplicemente dire “no” ai cambiamenti proposti, nulla di più. In realtà, l’invito all’astensione risponde ad una tattica molto scorretta, che – nel timore che la maggioranza sia favorevole ai quesiti – mira ad utilizzare a proprio vantaggio la quota fisiologica di astensione, in modo da neutralizzare la volontà espressa da quanti democraticamente parteciperanno al voto.
I “sacerdoti” della Costituzione, setta alla quale appartiene il Professore, sono disposti a utilizzare anche il discutibile strumento dell’astensione pur di impedire che il nostro sistema evolva verso una forma compiuta di maggioritario funzionante e che anche l’Italia riesca finalmente ad operare come le grandi democrazie europee. Ci auguriamo che gli italiani se ne accorgano, per il bene del Paese.