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La rivolta di Teheran è democratica. Mousavi no.

– Mousavi e Ahmadinejad pari sono: questo è il succo del discorso di Obama il martedì pomeriggio, al quarto giorno di proteste massicce in Iran. Su questo punto non si può che dargli ragione. Sulle conseguenze della sua dichiarazione, invece, ci sarebbe molto da discutere.
Mirohossein Mousavi non è un rivoluzionario e sarebbe una menzogna affermare il contrario. In piena campagna elettorale, gli studenti dell’università di Zanjan (nell’Iran settentrionale) lo avevano accolto al grido di “88! 88!”. Cosa vuol dire 88? Vuol dire che nel 1988 Mousavi fu responsabile di uno dei più orrendi crimini del regime islamico: lo sterminio sistematico nelle carceri iraniane di circa 30mila militanti della resistenza dei Mujaheddin del Popolo. Mousavi era conosciuto, anche all’estero, come un “duro” del regime. L’Economist, nel 1988 lo definiva un “radicale intransigente”. Primo ministro negli anni cruciali della guerra contro l’Iraq, rilevò un Iran che era ancora una società relativamente pluralista e lo lasciò completamente totalitario. Nei suoi anni di governo, l’Iran fu ritenuto responsabile di 144 azioni terroristiche all’estero, della fucilazione di 90mila dissidenti e dell’epurazione del corpo insegnanti nelle università. Non certo un pedigree da riformatore, insomma.
Perché Mousavi è diventato un’icona della riforma? Perché si contrappone ad Ahmadinejad, il volto esplicitamente duro del regime. E i governi occidentali (a partire da Barack Obama che, sbagliando, venerdì si era subito complimentato per la vittoria di Mousavi prima che venissero pubblicati i risultati) sono convinti che sia un leader più malleabile, che con lui come presidente si possano ottenere più risultati nel negoziato sulla crisi nucleare. Ma anche questo è un duplice errore di valutazione. Prima di tutto perché non è affatto detto che Mousavi sia più malleabile. Non solo ha il passato che abbiamo visto, ma non ha mai negato di voler portare a termine il piano nucleare iraniano, né ha mai dichiarato di voler interrompere il programma missilistico, né, tantomeno, ha mai condannato la “resistenza” di Hamas ed Hezbollah, finanziata da Teheran. Non lo potrebbe neanche fare: i programmi missilistico e nucleare sono nelle mani della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, così come i programmi di sostegno ai gruppi terroristi all’estero. Mousavi avrebbe potuto fare riforme all’interno dell’Iran, alleggerendo il peso della repressione sui costumi e quello dell’interventismo statale sull’economia. Avrebbe mostrato al mondo, in sede Onu, il volto più umano del regime, come Khatami fece negli anni ‘90. Niente di più. Per Israele il pericolo sarebbe aumentato, non diminuito: l’opinione pubblica occidentale, incantata dal nuovo “riformatore”, avrebbe dato ancora meno ascolto agli allarmi israeliani sull’avanzata nucleare del nemico.
Davvero gli occidentali pensavano che le elezioni di venerdì scorso potessero cambiare il volto dell’Iran? Se sì, era solo un’illusione. L’Iran è a tutti gli effetti una dittatura, le elezioni (come avveniva nel blocco ex sovietico) sono una formalità: non sono multipartitiche, non sono controllate da organi imparziali, non sono aperte a candidati esterni al regime. E’ il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione (organo non elettivo) che sceglie chi può candidarsi e chi no, in base al curriculum dei candidati. La selezione è rigidissima: su 3700 nomi, i prescelti erano 5, tutti al top della carriera interna alle istituzioni della Repubblica Islamica. In questo contesto, protestare per brogli elettorali è quasi comico. Ma nonostante tutto, i brogli ci sono stati ugualmente, anche se in questo caso sarebbe meglio parlare di una purga interna al sistema, rivestita da consultazione popolare. Il processo elettorale è stato gestito da cima a fondo da un Ministero degli Interni guidato ed egemonizzato dalla Guardia Rivoluzionaria (fedele ad Ahmadinejad), secondo le denunce dell’opposizione, sarebbero state stampate milioni di schede in più e l’esercito regolare (non i pasdaran) sarebbe stato tenuto ben lontano dalle urne. I due candidati moderati, Mousavi, Karroubi e i loro “patron”, gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, sentendosi purgati dal regime, hanno tentato il tutto per tutto: la carta della rivolta popolare.
La rivolta di questi giorni, dunque, nasce dal seno di quella che è, a tutti gli effetti, una lite interna al regime dittatoriale iraniano. Le democrazie occidentali, come afferma Obama, non possono prendere posizione in una lite interna al regime. Ma non possono prendere posizione in senso lato? Anche questo sarebbe un grave errore, perché la gente scesa in piazza, sfidando apertamente il regime, non è una folla di fan di Mousavi, ma una cittadinanza stanca di 30 anni di soprusi, violenze e censure di regime. Non vogliono un presidente piuttosto che un altro: vogliono democrazia. La lite di palazzo è finita: ormai la protesta è nelle strade e nelle piazze della capitale e potrebbe estendersi, proprio come avvenne nella rivoluzione contro lo Shah nel 1979.
E’ per questo che Obama, che ha fondato tutta la sua politica estera sul dialogo con il regime iraniano (non con l’Iran, ma con il regime iraniano) ora si trova in forte imbarazzo, perché potrebbe venir meno il suo interlocutore. Tutta la scuola realista di Relazioni Internazionali su cui si basano i liberal non è capace di distinguere fra lo Stato e il popolo, non ne ha neppure gli strumenti. Bush senior, che si rifaceva alle stesse teorie, non seppe prevedere né gestire la disintegrazione del blocco sovietico. Oggi Obama rischia di fare la stessa cosa con l’Iran. E procede in ritardo: dichiara la sua “equivicinanza” fra Mousavi e Ahmadinejad martedì, quando avrebbe dovuto farlo sabato, al momento dell’inizio della lite fra i due candidati. Mentre non si esprime (o parla solo in termini generici) pro o contro un popolo che irrompe come terzo incomodo sulla scena iraniana e promette di cambiarla radicalmente, una volta per tutte. E se non lo appoggia, in questi giorni cruciali, rischierà di assistere a un bagno di sangue, perché Khamenei e Ahmadinejad non faranno come Gorbachev: in caso di necessità sono pronti a mobilitare l’esercito per salvare il regime.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

7 Responses to “La rivolta di Teheran è democratica. Mousavi no.”

  1. Silvana Bononcini ha detto:

    Io sostengo il popolo iraniano sceso in piazza!

  2. Silvana Bononcini ha detto:

    Io voglio un mondo a coloriiiiiii!!!!

  3. Jean Lafitte ha detto:

    >Io sostengo il popolo iraniano sceso in piazza!

    anch’io. quelli scesi in piazza a difendere Ahmadinejad e la democrazia iraniana da questi golpisti che non accettano neanche un risultato così nettamente a loro sfavorevole.

  4. Carlo Alberto Cuoco ha detto:

    Caro Magni,
    la sua battaglia contro la scuola realista delle relazioni internazionali mi lascia, per usare un eufemismo, decisamente perplesso. Lei afferma che la scuola realista non riesce a distinguere tra Stato e popolo. Ciò è assolutamente vero, e sia i realisti che i neorealisti dichiarano apertamenente tale orientamento, rispondendo alla seguente domanda: chi detiene il potere militare, o in due parole, le armi? Risposta: lo Stato, non il popolo. Ciò è talmente vero che fino a quando l’URSS ebbe la forza e la volontà di usare le armi per mantere in vita il proprio impero le amministrazioni USA (di qualunque colore politico) non riuscirono ad elaborare una convincente dottrina strategica basata sul confronto militare a tutto campo, e si andarono saggiamente a rileggere le parole di Clausewitz sulla “guerra limitata”. I fatti di Ungheria e Polonia nel ’56, Cecoslovacchia nel ’68, ancora Polonia nell’81, dovrebbero bastare a convincere chi esercita senza ideologismi il saggio dubbio liberale. Quando provarono a intervenire direttamente (Vietnam) gli USA ne sono usciti con le ossa rotte.
    Riguardo poi al fatto che la teoria realista non fu in grado di prevedere la fine della guerra fredda, le suggerisco di leggersi il volume di Lebow e Risse-Kappen (International Relations Theory and the End of the Cold War), in cui scoprirà che “neither realists, liberals, institutionalists, nor peace researchers recognized beforehand the possibility of such momentous change, and all of them have been struggling to find explanations consistent with their theories.” Appare quindi davvero naif puntare il dito solo contro il realismo. La libera e sacrosanta espressione delle proprie opinioni è cosa ben diversa da un ideologico rifiuto della teoria realista, nonostante i limiti inevitabilmente presenti in tutte le teorie delle scienze sociali.
    Sull’Iran (oltre a consigliare a tutti di leggere gli articoli di epistemes.org) dato che nessuno sa come finiranno le cose (a meno che non ci si diletti con la cartomanzia) la posizione di Obama è semplicemente il male minore: lasciare aperta la strada della diplomazia qualunque sia il futuro governo, perchè (e qui non faccio alcuna fatica a darle ragione) la questione del nucleare iraniano resterà apertissima comunque vada a finire. Obama fa bene a condannare le violenze, farebbe male a schierarsi apertamente dando così la possibilità al regime di accusare i manifestanti di intelligenza col Grande Satana. Lo spazio a mio modesto avviso ci sarebbe invece per un intervento diplomatico francese o tedesco,con una visita ufficiale in Iran e incontri con le diverse fazioni. Nutro però forti dubbi che gli europei possano mettersi d’accordo per un’azione simile.
    Saluti

  5. Fabristol ha detto:

    Ottimo articolo.
    Ho scritto qualcosa di simile con altri dettagli della sua biografia qui:

    http://www.giornalettismo.com/archives/29389/mousavi-il-ritratto-di-un-mostro-che-l%E2%80%99occidente-fa-finta-di-non-vedere/

    saluti

  6. sabatino ha detto:

    Ma come si fa a schierarsi con i contestatori così, a capocchia.
    Ci sono sempre dei rigurgiti di anni 70 in qualsiasi forum internettiano e qui non se ne fa a meno.
    Quella iraniana è una crisi interna ad un regime, nella quale si utilizzano parti delle fazioni per spingere sul potere reale, quello della guida spirituale. Rapportarsi in maniera occidentale ad un simile groviglio di interessi e poteri è da infanti del mondo.
    LIran è un paese strano con fasce di nullafacenti altissime e facilmente manovrabili dai soliti noti. Le rivolte degli studenti non esistono, perché le università sono in mano al regime e non esiste opposizione, sistematicamente eliminata nel corso dei decenni. Questi giovani combattono le battaglie degli schieramenti politici alla ribalta e solo un malinteso senso della democrazia e dei suoi giochi può riuscire a vedere in questa realtà medieval-sciita una possibile chiave di apertura alla modernità.
    La cappa del 1979 è ancorar fortissima e ne passeranno anni prima che si alzi un po’. Tutti i giovani di cui si parla non hanno mai conosciuto la democrazia, conoscono solo la antica visione nazionalistica in salsa religiosa e nevrotica komehinista, punto.

  7. Barbara ha detto:

    Grazie a Stefano per le informazioni ricevute. Non conoscevo il pedigree di Mousavi e non immaginavo tanto!

    La via degli occidentali: scegliere il male minore ma sempre male è! Nessuno si preoccupa dei diritti umani, tutti si preoccupano del petrolio e/o del nucleare. Intanto nelle piazze la gente muore.

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