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Una replica a Ventura da uno che vota no, ma vota

– Caro Direttore,
mi permetterà di esprimere qualche dubbio ai buoni motivi per il Sì elencati da Sofia Ventura.
Se la storia è maestra, quella italiana ne ha da insegnarci in fatto di riforme elettorali. Negli ultimi vent’anni, a partire dal referendum sulla preferenza unica, i cittadini-elettori si sono mobilitati non solo per introdurre singoli elementi di innovazione nel sistema proporzionale puro (in qualche modo propiziato dagli stessi padri costituenti), ma per riformare nel suo insieme l’intero sistema politico. Sia con le reiterate, ma sempre vane, iniziative dei radicali di portare ad una legge elettorale “americana” (bipartitismo figlio di un maggioritario puro con collegi uninominali secchi) sia con la stagione referendaria animata da Mario Segni all’inizio degli anni ’90, l’elettorato italiano ha compiuto una rivoluzionaria funzione di sostituzione al ruolo del parlamento e della Politica in generale. Il perché è sottile, ma non troppo. Chiedere al legislatore, allora come oggi, di modificare radicalmente il meccanismo di voto che lo ha portato in Parlamento è velleitario. O quanto meno ingenuo. Il che vale anche per l’attuale legislatura. Non a caso, dal ‘93 ad oggi i Parlamenti che si sono avvicendati nelle ben 5 legislature intercorse hanno puntualmente ignorato e disatteso la volontà popolare: quella che con il referendum del 18 aprile 1993, con un consenso dell’82,7 per cento dei voti e un’affluenza del 77 per cento, si espresse per l’abrogazione di alcuni articoli della vecchia normativa elettorale proporzionale, sia del Senato che della Camera. Né nacque allora il cosiddetto “Mattarellum” (dal nome del democristiano Sergio Mattarella, relatore del testo). Ora, per tornare al presente, trovo che ai dieci buoni motivi elencati da Sofia Ventura per votare Sì il 21 e 22 giugno si potrebbero affiancare altrettante perplessità. Non dovendo necessariamente passare per nemici di alternanza, stabilità, governabilità, trasparenza. In una parola, di un sistema anglosassone.
Questi dubbi, però, non devono aggiungere indifferenza alla già notevole distanza degli italiani dai quesiti del 20 e 21 giugno. Anzi: ad oggi, l’istituto del referendum resta l’unico strumento a disposizione dei cittadini per non far partorire nuove “porcate”. Una garanzia di libertà costituzionale che in questi anni è stato prossimo alla lettera morta, o per lo più a far da materia per qualche manuale di diritto pubblico. Per questo, chi scrive invita a dire No, ma votando per il No.
Ciò detto, veniamo ai dubbi, limitandoci ai più tangibili.
Il primo riguarda uno dei nodi centrali, e per certi aspetti diabolici, del Mattarellum prima e del Porcellum poi: sia nel ’93 che nel 2005 si è permesso, in ragione di una vocazione maggioritaria del sistema elettorale (più spiccata nella legge 276-7 che non nell’attuale normativa per l’elezione di Camera e Senato) alle liste di partiti di allearsi in coalizioni che hanno aggregato culture politiche e interessi corporativi fra i più diversi, specie a sinistra. Con il rischio d’implosione di un bipolarismo bastardo e coattivo. Sofia Ventura sostiene: “Con il nuovo sistema per garantirsi la vittoria il Pdl dovrebbe comunque costruire accordi con le varie componenti che si riconoscono nel centrodestra e la prospettiva sarebbe allora quella di un grande contenitore, magari caratterizzato da solidi patti federativi (es. Cdu-Csu), necessariamente più plurale e democratico”. Ma non è lo stesso? Se l’intenzione del comitato referendario è quella di evitare di assegnare il premio di maggioranza alla coalizione di partiti, secondo la logica di cui sopra le coalizioni uscirebbero dalla porta e rientrerebbero dalla finestra. Spero di sbagliarmi.
La seconda domanda rientra nella dimensione dell’opportunità politica di uno voto favorevole: c’è il rischio, qualora dalle urne uscisse una vittoria dei sì, che i principali partiti spingano, come le esperienze precedenti ci insegnano, affinché si vada ad elezioni anticipate? Questo malgrado né la costituzione né la prassi parlamentare dei paesi anglosassoni (cui pure si fa riferimento con il primo ed il secondo quesito) impone. In questo senso già Gianfranco Rotondi, che è ministro del Governo Berlusconi, si è espresso in modo netto: «Recependo il quesito referendario, la correzione (alla legge elettorale attuale, nda) avverrebbe nel giro di poche settimane e fatta la Finanziaria si potrebbe tornare al voto nel 2010». Senza contare quell’osservazione, forse un po’ pignola ma ineccepibile, che per anni Pannella e gli altri hanno sbattuto in faccia a centrodestra e centrosinistra con la consueta schiettezza: le legislature, Costituzione alla mano, durano 5 anni. Il ministro Rotondi, la cui saggezza democristiana è ormai un pezzo d’autore, è in grado persino di ipotizzare cosa accadrebbe nel centrodestra in caso di vittoria del Si: «Resta questa legge con l’emendamento referendario. E al massimo si farà qualche correzione per permettere alla Lega e all’Udc di non patire un danno nel caso in cui facciano scelte che le escludono dal premio di maggioranza». Dunque, comunque vada, tutti in barca. Nanetti ed estremisti inclusi.
La terza questione è di ordine più strettamente tecnica: se il terzo quesito, giustamente, si pone come obiettivo l’arginare le liste bloccate introdotte dal tanto vituperato Porcellum, perché non si è lavorato per introdurre un quesito che chieda l’abrogazione dei commi della legge 270/2005 che prescrivono il voto alla singola lista e non al candidato?
Inconsistente – a mio giudizio – è l’obiezione, logora e abusata, per cui in assoluto il voto di preferenza favorirebbe il clientelismo. Vecchio adagio che fa a cazzotti con la realtà dei fatti. E che rischia di occultare o far comunque distogliere l’attenzione dal vero problema endemico del sistema politico italiano, ossia il deficit di culturale politica liberale e bipolare.
Grazie per l’attenzione.


Autore: Alessandro Marchetti

Nato a Roma nel 1984, laurea Luiss in Scienze Politiche. Giornalista praticante, liberale, conservatore e liberista. In una parola thatcheriano. Di religione milanista.

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